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Roma, pomeriggio di un mercoledì di fine settembre. Gabriele, amico oramai da anni, ci accoglie in casa sua come tante volte è già avvenuto in passato. Prese due tazzine e dopo esserci brevemente intrattenuti con Siam, l’Agapornis (Pappagallo inseparabile) del giovane cantautore, ci accendiamo una sigaretta e iniziamo l’intervista.

Gabriele, raccontaci com’è nato il gruppo, quali motivazioni vi hanno condotto alla sua fondazione?

Ce ne sono tante. La prima è la passione per la musica che condivido da dieci anni con Valerio Roscioni, il tastierista del gruppo, una passione che ci ha sempre fatto sognare di avere una band dove poter suonare e cantare la musica che ci piace. Un’altra riguarda il nostro batterista, Mattia Bocchi: un giorno mi chiese di suonare in un gruppo quando io oramai non suonavo più da tempo, però ci riprovammo, partendo dalle canzoni che avevo scritto. Altra esperienza riguarda un locale, un posto che io e Valerio frequentavamo molto che si chiama Jerry Thomas. In questo posto suonavano spesso i Death Shrimp, un gruppo blues, ma blues serio, quello del Delta. Il loro chitarrista, Poor Bob, ha una dobro degli anni trenta e il cantante ha voce profonda, erano e sono bravissimi. A quel punto pensai che se riuscivano ad avere tutto quel seguito cantando in inglese, potevamo benissimo tentare anche noi. Era un pensiero così, un’idea rimasta sedimentata per un anno finché poi non fondammo il gruppo.

Avete rivitalizzato, tu e Valerio in primis, una vera e propria filosofia di vita oramai dimenticata nell’ambito della musica indipendente romana: la cosiddetta “Presa a bene”. Quanto essa risulta importante nella vostra produzione?

(Dopo una risata comune e con il sorriso sul volto) Siamo dei portavoce della presa a bene, poi non saprei neanche come poterla definire diversamente, alla fine è un termine su cui non ragioniamo essendo tutto molto naturale. Ci hanno detto che siamo un gruppo che trasmette allegria, ma non un’allegria comica o di facciata. Proprio ieri Valerio mi ha detto una cosa molto bella: durante le prove e la scrittura di alcuni pezzi nuovi e dopo anni, abbiamo iniziato a parlare del perché suoniamo. Lui mi disse esattamente ciò che per me, rappresenta la musica, senza che ne avessimo mai parlato prima. La musica è un senso di stupidità, ma non perché l’ascoltatore o un brano in sé è stupido, parliamo proprio di ciò che trasmette. Una stupidità che abbatte. Ecco, una potenza talmente dirompente che ti porta a ridere e a dire: “No, ma davvero? Ma è veramente così?” senza dover tirare fuori concetti che la possano vestire. Quello che prova Valerio è esattamente ciò che provo io, questo è il modo in cui noi vogliamo produrre musica, cercando di ricreare quello stesso impatto.

Alcuni dei più grandi artisti del passato, da Lou Reed fino a Jim Morrison avevano rapporti controversi con l’alcol, le droghe e la sessualità. Quanto questi tre elementi influiscono su di voi?

Noi non ci droghiamo, non ne abbiamo bisogno e non ci interessa. Quelli erano tempi diversi in cui la droga non era vista come un fattore di appartenenza sociale, come poi lo è divenuta in certi casi. Parlando della seconda metà degli anni sessanta, c’era una tendenza a vedere determinati tipi di droghe come degli aiuti alla produzione artistica, molti altri invece le vedevano come delle iniziatrici a percorsi spirituali o anche psicologici. Molti professori di psicologia d’avanguardia si erano spinti a fare sedute terapeutiche a base di allucinogeni. Erano proprio tempi diversi. Oggi c’è l’alcol. L’alcol è un fattore presente in tutta la nostra generazione, ciò che più di tutto rappresenta la droga dei nostri tempi.

Nel vostro repertorio unite vari generi musicali, vi interesserebbe sperimentarne altri ancora?

No. Con questo progetto i generi che stiamo trattando sono talmente tanti da non averli ancora esauriti, li abbiamo solo accennati.

Perché hai scelto l’Idolo di Šigir come emblema portante dei Joe Victor?

Me lo facesti notare tu quando la band era appena nata. Mi è sempre piaciuto e interessato l’elemento ancestrale, forse anche per il fatto stesso che la musica ha questa potenza stupida di cui ti parlavo, una vera botta di vita. Ci fa bene allora avere un’immagine primitiva, legata ad un vestiario più scarno, ad un aspetto un po’ più misterioso. In realtà non abbiamo nessun tipo di velleità intellettuale nel nostro lavoro, né storiografica né accademica, l’utilizzo delle immagini non è legato a nessuno di questi motivi, cerchiamo semplicemente di adattare le immagini che troviamo o creiamo al nostro modo di vedere e fare musica.

La questione della lingua: dall’inizio in italiano con La Super Arancia fino al successo in Inglese con i Joe Victor: vorresti tornare a cantare in italiano?

Non so. La Super Arancia è stato l’altro ed unico progetto interessante, purtroppo però la produzione non ha mai avuto luogo. Avevamo belle canzoni, una è su Youtube, ma non rappresenta il vero percorso della Super Arancia. Purtroppo esiste solo quella canzone che non coglie assolutamente niente, si tratta di una cosa molto leggera. In questo periodo la lingua è un problema che non mi pongo.

Hai mai pensato di introdurre all’interno del vostro repertorio musiche etniche scritte da te o reinterpretabili?

Questa è una cosa che mi piacerebbe tanto fare, tantissimo, però è un lavoro estremamente difficile. Con il fatto che noi siamo Italiani e cantiamo in inglese, non ci vietano di cantare dal francese all’arabo, se solo potessi conoscere le lingue o riprodurre determinate musiche sarebbe pure meglio…è veramente molto difficile. Quando ti accorgi del motivo per cui scrivi determinata musica e del perché quelle melodie hanno influito sulla tua esistenza (Su di noi, Joe Victor, ha influito molto la musica angloamericana) allora capisci che alcuni mondi musicali sono rimasti, purtroppo, molto più ai margini, pur essendo ricchi e antichissimi. Non credo che, a livello musicale, in Italia ci sia stato levato qualcosa, anzi, ci è stato inserito qualcosa in più, però la musica inglese mi è piaciuta ed affascinato sempre di più rispetto a quella italiana, anche se apprezzo moltissimo pure la nostra musica! Dovrei fare un vero percorso di scoperta, non si può fare il pappagallo, bisogna essere toccati dalla musica proprio perché la musica è un’esperienza di comprensione e non solo di ascolto o di conoscenza delle sue regole, si tratta di capire approfonditamente il campo e il materiale che si ha davanti. Vorrei farlo, ma per farlo c’è bisogno di un qualcosa in più. Per esempio, Paul Simon quando fece Graceland, arrangiò il disco da un africano, andò in Africa per fare un’esperienza e se la portò dietro. Per fare una cosa simile non serve solo volontà superficiale, c’è bisogno di immergersi all’interno di un determinato contesto per poi produrlo o riuscire a renderlo tuo per quanto ti è possibile.

Hai studiato filosofia, sei un grande conoscitore della storia della musica e delle materie più di nicchia, pertanto quanto la storia, la filosofia e la mistica ispirano la tua produzione?

Mi piace studiare. Filosofia, storia, musica, ma non avrei molto altro da dirti, cercherò di farti un esempio, corretto o meno che sia. Se una persona dovesse provare a chiedere ad un mistico che cosa è per lui l’esperienza divina, egli risponderà in un determinato modo. Se questa persona dovesse chiedere dettagli su questa esperienza, il mistico continuerà a rispondere allo stesso modo, non si troverà mai una spiegazione “Da libro”, per lui quelle poche parole sono il pozzo, o attingi da quel pozzo o sono cavoli tuoi. Non ti farà mai una prosa di ciò che per lui è la mistica. Per me, l’idea di stupidità della potenza musicale è già abbastanza per spiegare tutto, ovvero che la musica, indipendentemente dal come la si veste, dalla lingua fino al genere, ha questa potenza incredibile che agisce sulle persone. Già divertirsi attorno a quella basta.

Sei credente?

In un certo modo sì, ma non saprei definirlo… (Dopo una lunga pausa ritorna sull’argomento) Sarebbe bello se Dio potesse dare le stesse emozioni che mi dà la musica. Se un religioso, con autentiche esperienze spirituali prova di più rispetto a ciò che una persona prova con la musica, allora ben venga essere religiosi! Se questa persona dovesse provare più emozioni di me quando scoprii per la prima volta Janis Joplin ascoltando Cry Baby, se le emozioni che suscita la religione dovessero essere più forti di quelle che trovo nella musica, sarebbe tutto veramente divertente, purtroppo però, non le ho mai provate. Sono un normale laico figlio della secolarizzazione, sono rimasto alla musica.

Ti è stato offerto di attraversare ponti d’oro verso palchi televisivi come “The Voice”. Perché non hai accettato?

Perché non ho accettato di fare i reality? I talent show? Perché non mi interessano.

Secondo te, cosa c’è che non va nel sistema discografico in Italia? sempre che vi sia qualcosa.

Non lo conosco abbastanza bene per criticarlo, in più cerco di eliminare ogni polemica. Mi sto facendo un’idea, pur essendo un novizio. So soltanto che non ci sono molti soldi e che ovviamente vengono gestiti come meglio si può, però sinceramente non posso esprimermi al riguardo, potrei dire molto di più riguardo la scena indipendente, ma riguardo il mercato musicale italiano mi limito a questo. Ciò che per esempio non va bene per quanto riguarda la scena alternativa ed indipendente? Niente, anzi, si tratta di un ambiente coraggioso ed avvincente, fatto di persone con grande passione e tutte alla ricerca, ci sarebbero solo cose positive da dire. Tanta gente che fa della propria passione una strada, che, come è diventata nel nostro caso, diverrà anche per loro una professione, questo è il punto d’arrivo del gioco dell’oca, perché è proprio come il gioco dell’oca! Bello, interessante, ogni tanto un po’ chiuso all’interno di estetiche che possiamo anche definire mode, però tendenzialmente è in crescita. Io spero che continui così. Non so se è stato aiutato da internet o dalle reti sociali che a me non piacciono molto, però senza dubbio la musica in Italia ha avuto una grande crisi e grazie a queste piattaforme molti riescono a condividere le proprie produzioni e a farsi conoscere con più facilità. Questo meccanismo rende tutto più veloce e grande, nasce così una grande comunità, bella, mi piace.

Parlami di Roma. Cosa ti lega a questa città e cosa rappresenta per te?

Non saprei come definirla. Roma è un luogo strano, io almeno l’ho sempre vista così, non l’ho mai veramente percepita come casa mia, quando però manco da troppo tempo mi viene una certa nostalgia. Sto qui, un po’ caduto dalla montagna del sapone insieme a Valerio, stiamo qua e lo facciamo qua, se stavamo da un’altra parte, lo facevamo da un’altra parte! (E giù di fragorose risate).

Rappresentate tanto ritmo e dinamicità, il vostro scopo è far divertire e ballare tutti, ma chi conosce l’inglese o è abile a tradurre, non può non notare una certa profondità dei testi. Quanti messaggi, sociali o non, vi sono all’interno dei brani se ve ne sono?

Sì, assolutamente. Solo farsi prendere dallo stupore.

Avete già calcato palchi internazionali, suonando a Londra, in Austria, a Parigi e al prestigioso Sziget Festival di Budapest al quale ho personalmente partecipato. Se ti si presentasse la possibilità di partire e fermarti in una località estera per sei mesi con gli altri ragazzi, dove andresti?

(silenzio, poi dopo circa dieci secondi di riflessione riprese) Allora, ci sono tre posti dove vorrei andare e in ognuno di questi tre posti vorrei passare sei mesi, potrei iniziare con uno a caso, l’ordine è indifferente. La Scozia, il posto più semplice. Non è del tutto escluso che questa cosa non la si riesca a fare in realtà, essendo il più fattibile. La Scozia è un luogo incredibilmente interessante, mentre invece Londra non mi piace. Anche se ci ho vissuto la considero una città difficile, bellissima ed esaltante sotto tanti punti di vista, ma faticosa, soprattutto per chi fa musica, si rischia di sentirsi un verme e questa condizione non porta mai a lavorare bene, meglio essere formica! Se non si nasce a Londra uno dovrebbe arrivarci già con qualcosa in mano, ma è solo un’opinione, potrei sbagliarmi. L’altro paese dove vorrei andare sono gli Stati Uniti, più precisamente nel Maine, al nord, al confine con il Canada, fra i boschi vicino ai laghi. Il terzo posto dove andrei, premettendo che con la band sarebbe fantastico proprio per immergerci affondo in un’altra cultura, è nel Caucaso. Passare sei mesi in Georgia con i Joe Victor sarebbe veramente divertente!

Blue Call Pink Riot, un disco di grande successo prodotto dalla Bravo Dischi. Ce lo avete fatto conoscere prima con le esibizioni nei più noti locali romani. Avete lasciato l’orma all’Auditorium Parco della Musica, avete sbancato con una serie di tutto esaurito alla presentazione del disco al Quirinetta, per poi passare al Cohouse, al Lanificio, al Monk, fino ai trionfi di Villa Ada, dapprima con il Roma Brucia fino all’apoteosi di quest’anno con la vostra data dedicata per l’apertura di Discoverland, sponsorizzata da Radio Rock. Hai già idea di quando uscirà il prossimo disco?

No.

Puoi darmi un nome, un’opera o un brano che ti ha ispirato nei seguenti ambiti: musica, letteratura, filosofia e pittura.

Cat Stevens per la musica. Herman Melville per la letteratura. Paolo di Tarso per la filosofia. Francisco Goya per la pittura…anzi no Francis Bacon! Però alla fine scelgo Goya.

Qual è a parer tuo la canzone da te già scritta ed eseguita che è più d’impatto e perché?

School Bus, senza dubbio è la canzone più potente. Più di metà della canzone passa su un unico accordo, questo crea una certa tensione melodica, come un girotondo rituale, una danza roteante. Un qualcosa di simile può essere il Sirtaki, che da lenta diventa sempre più veloce, quasi come se il mondo stesse per esplodere, ma questo è ovviamente portato all’eccesso. Quando ci si muove su un unico accordo aumenta una sorta di attesa, ma solo alla fine aggiungendone giusto un altro si raggiunge la deflagrazione d’impatto. Ci tengo a precisare che School Bus non è assolutamente una canzone in grado di richiamarsi a musiche tradizionali come il Sirtaki, c’è semplicemente questa similitudine legata alla tensione. Se si raggiunge la massima elasticità possibile e poi si scaglia, la pietra arriverà lontano! (E giù di goliardiche risate).

Quanto l’amore è importante per la tua produzione?

Tutto. Altrimenti non sarebbe importante Paolo di Tarso…e Cat Stevens…genio assoluto e troppo sottovalutato. Molto spesso quando non sei un cantante innovativo vieni ostracizzato da alcuni ambienti. Non è un cantante innovativo, però è antico, nel suo modo di cantare è molto antico. Fra l’altro lui è mezzo svedese, mezzo greco, nato e cresciuto in Inghilterra e poi convertitosi all’Islam! Un vero viaggiatore e anche uno sperimentatore.

Un lato di Gabriele che pochi conoscono è quello del pittore. Tu stesso sei il creatore delle numerose copertine interscambiabili del primo album Blue Call Pink Riot. Hai mai pensato di fare una mostra basata sulle tue opere.

No, non ne sento il bisogno.

Come ben sai viviamo in tempi durissimi a livello globale. Dando per certo il fallimento della politica, pensi che la musica possa un minimo cambiare lo stato delle cose?

Oggi il mondo è talmente complesso ed è difficilissimo trovare una soluzione semplice purtroppo. A me personalmente aiuta lo stupore, stupirsi di fronte alle emozioni. Risulta una cosa stupida ovviamente, però lasciarsi trasportare da queste aiuta, ad ogni modo non saprei bene, perché i problemi sono tanti e le questioni politiche non si possono risolvere con la musica che faccio io, ma non credo che la musica possa salvare il mondo. Definiamo lo stato dei fatti: il mondo è caotico per vari motivi, retto da poteri troppo forti, inarrivabili, quasi divini. Un tempo si immaginava la divinità come ad un qualcosa di inconcepibile come ci ricorda Plotino, oggi vediamo le grandi potenze economiche come degli enti sovrumani, assomigliano più a forze trascendentali. A livello sociale, nel mio piccolo, in Italia, dare alle persone un po’ di stupore verso la “Stupida potenza” della musica risulta essere un microscopico passetto verso qualcosa di bello. La musica rimane un mezzo sociale, pur avendo perso il ruolo che per esempio aveva negli anni settanta. Oggi faccio ricordare alle persone che esiste il lasciarsi andare nel canto e nel ballo, senza troppe velleità.

Ci potresti dare la data di un tuo prossimo concerto?

Noi stiamo finendo il tour di Blue Call Pink Riot. Il trenta di settembre suoneremo per il Roma Creative Contest, il Festival dei cortometraggi all’Ex Dogana, probabilmente quello sarà il nostro ultimo concerto romano, almeno fino al prossimo disco.

Te la senti di dare una parola di conforto o un consiglio ai giovani che vogliono immettersi nel mondo della musica indipendente?

Suonate tantissimo, il più possibile! Più viviamo la musica come una cosa seria, più le persone attorno a noi capiranno che è una cosa importante, per fare ciò, non smettete mai di esibirvi, di provare, di sperimentare e di crederci. Non siate però seriosi nei confronti della musica, altrimenti l’ammazzate!

Di Marzulliana fattura: fatti una domanda e datti una risposta.

A questa proprio non saprei rispondere. Se ci fosse qui Valerio direbbe: “Che faccio stasera?” e la risposta sarebbe: “Vado a bere ‘na cosetta co l’amici!”.

Vuoi salutare qualcuno?

Zion.

Ringraziandoti per il bellissimo pomeriggio e l’illuminante intervista, lascio a te la parola finale!

Potresti fare l’intervistatore televisivo, sai che tajo? (E giù di risate).

Immergetevi anche voi nelle focose e riflessive atmosfere dei Joe Victor, la banda Swamp-Rock la cui inarrestabile ascesa sul panorama musicale indipendente Romano ed Italiano sta travolgendo tutto e tutti. Allegra navigante nel vasto oceano della cultura musicale statunitense, la giovane banda attinge a piene mani dall’Indie, dal Folk, dal Country fino al Blues e al Soul, con distintive venature di Calypso alla Exuma, ritmi tipici della musica western e del Gospel afro-americano. Questi ragazzi ci fanno così fluttuare in un turbinio di melodie, immagini e tinte completamente inedite e per troppo tempo messe in disparte nel quadro artistico nazional-popolare. Chi già li conosce può confermare quanto i loro concerti dal vivo siano catalizzanti e magnetici, chi non li ha ancora mai visti deve provvedere con l’esclusiva data del 30 settembre all’Ex Dogana per il Roma Creative Contest. I quattro carismatici idoli, Gabriele Amalfitano (Voce e chitarra), Valerio “Gimme Lovin’” Almeida Roscioni (Tastiere e voce), Michele “Wünder Bass-Boy” Amoruso (Basso) e Mattia Bocchi (Batteria e percussioni) sono già da tempo eccelsi padroni del palco e per questo sapranno felicemente scendere da esso, prendervi per mano, sistemarvi sulla loro comoda canoa di fattura creola affinché anche voi possiate navigare fra le spume del Mississippi, in un passionale e favoleggiante viaggio alla riscoperta di “Blind” Willie Johnson, Bob Dylan e Tim Buckley, giusto per citarne alcuni. Cosa aspettate ad imbarcarvi anche voi?