Marco Valeri, batterista di jazz, è nato e cresciuto nella periferia sud di Roma. Nonostante si rasi latesta da anni e come se fosse tutt’oggi un ragazzetto di borgata viene ancora chiamato roscio. Effettivamente, nonostante i quasi quarant’anni, classe 1978, Marco è tuttora un pischello. Sveglio e dalla battuta pronta, in genere chiunque gli vuole essere amico. Imitato da molti, a Roma, ha dettato le mode per quanto riguarda tutto in fatto di batteria. Piatti: ora chiari ora scuri, rivettati o meno;  bacchette: da quelle sottilissime a quelle cicciotte con la punta in nylon. Inoltre, tutti parlano il suo gergo. Ancora oggi, nei club romani orde di musicisti più o meno in erba si rivolgono l’un l’altro con dei sonori yes, man, fai paura e sei pazzesco detti à la Marco Valeri. Quando qualcosa non aggrada la si chiama busta. Nel look si presenta con uno stile suo. Né troppo ricercato né sciatto o trasandato: si tratta di una specie di rappresentazione ideale dell’accezione inglese easy going applicata alla moda. Il suo approccio, quando suona, è serio e concentrato. Il fraseggio, supportato da una tecnica impeccabile, è liberissimo e leggero. Il suono, morbido o aggressivo che sia, sempre bello. Conosce benissimo la tradizione. Sa da dove viene, ma sogna e pratica la musica del futuro.

Quando nasce, si trova una batteria in casa. Subito. Il padre suona e colleziona strumenti. In più ha un impianto audio niente male e Marco rimane affascinato dal suono dei vinili. Beatles, Cream, dischi di blues. Non prende seriamente lo studio dello strumento fino ai tredici anni quando nelle mattine d’estate, comincia a suonare a casa del cugino. Tornato a casa dalle vacanze, lo studio giornaliero dello strumento diventa routine: la cosa di cui non poter fare a meno. Intorno ai quattordici anni, con l’inizio del liceo, Marco si iscrive ad una scuola di musica. Il suo primo maestro è Alberto D’Anna. Un batterista che era stato a studiare anche in America. Le lezioni ruotavano principalmente intorno alla tecnica del rullante. Studiavano molto i rudimenti e le marce. Marco ricorda quelle lezioni come fantastiche.

Intorno ai sedici anni viene folgorato dal Jazz. Ascolta cose random: Charlie Parker, Sonny Rollins, il trio di Bill Evans. Poi qualcuno gli presta il “Live at The Lighthouse”di Cannonball Adderly e  “Kind Of Blue”di Miles Davis. Ne rimane molto colpito. Fondamentale è anche un concerto del trio di Ray Brown con Benny Green e Greg Hutchinson cui Marco assiste dal prato di Villa Celimontana. Comincia a passare nottate intere ad ascoltare dischi, soffermandosi di volta in volta su questo o su quell’artista, con l’attenzione profonda che lo caratterizza ancora oggi. Dopo un paio di anni di ascolti Marco comincia a uscire per andare a suonare e può raggiungere, giovanissimo, una sua autonomia. Apre le jam del Gregory’s, storico locale romano, con Luca Mannutza al piano e Marco Loddo al basso che gli abitano vicino. Suona allo Stardust a Trastevere. Suona per strada. A ponte Sisto, prima che lo facessero i Funkallisto, con Marcello Alulli al sassofono e Stefano Cantarano e altri bassisti a rotazione. Ai fori imperiali, ancora con Marcello Alulli e Daniele Tittarelli. Batteria e due sassofoni. Roba sperimentale. Di fronte ad un pubblico improvvisato che poteva contare anche trecento presenze.

Con Daniele Tittarelli, poi, s’incontrano ogni pomeriggio nella saletta di Marco. Ascoltano i dischi e studiano la struttura dei pezzi che gli piacciono. Si propongono vicendevolmente varie idee. Melodiche e ritmiche. A volte Marco suona a Daniele delle frasi con una diamonica, altre gliele canta direttamente. Questo per circa tre anni. Insieme arrivano a scrivere sei pezzi che andranno a finire sul primo disco di Daniele: ”Jungle Trane”. E’ il duemila quando i due entrano in studio con Vincenzo Florio al contrabbasso e Pietro Lussu al pianoforte. Ne esce un disco carico di forza vitale, spinto da un entusiasmo violento ma ben gestito che si riflette nella musica sia nella proposta dei temi, mai banali, sia nel fraseggio, sempre al limite ma che non sfocia mai nell’acido e che non diventa mai aggressivo. Strutture intricate, tempi dispari, up tempo ma zero isterismi. Marco accompagnerà anche la seguente uscita discografica di Daniele: “No Hay Banda”, del 2007. Il gruppo è lo stesso di Jungle Trane. Qui il suono di tutti si è sgrezzato. E’ più morbido e maturo. Il sound complessivo è potente e controllato. Tutti sono concentratissimi ed è facilmente avvertibile lo stato di trance che li accompagna dentro la musica. E’ del 2012 l’uscita del disco autoprodotto dei Fresh Fish, formazione messa insieme da Marco con Domenico Sanna al piano e Luca Fattorini al contrabbasso. Il gruppo strizza l’occhio alla più avanguardista scena newyorkese. Potrebbe essere definito un disco di jazz moderno, ma va semplicemente oltre le distinzioni tra generi attingendo anche a sonorità più elettroniche e a metriche insolite dalle quali i tre si districano con sorprendente libertà. Il colore del disco è fortemente notturno, spiccatamente underground, il suono dei tre  ipnotico.

Nel 2013 esce il suo primo disco da leader. “ The Apple”. Il titolo del disco e i nomi dei pezzi ne fanno una sorta di concept album, o perlomeno potrebbero essere una dedica nei confronti della sua città. Se la grande mela è New York, la mela non può che essere Roma. E forse c’è pure una dedica per l’A.S. Roma, della quale Marco è tifoso e di cui segue le gesta ogni domenica in un fumoso centro sociale di Garbatella. In effetti,  la roboante traccia, a firma di Daniele Tittarelli, che apre il disco ha per titolo “L.M.”, acronimo di cui il tifoso romanista facilmente riconosce il significato. Troviamo poi la malinconica “Zeman”, una dedica di Tittarelli al tecnico boemo ferocemente ancorato ai suoi anacronistici dogmi tattici; la commovente e lirica “Dagnele” (De Rossi?) e l’aggressiva “Marquinho” (centrocampista meteora della prima Roma americana) ad opera di Marco. Oltre a Marco e Daniele, a completare la formazione, troviamo Francesco Lento alla tromba e Pietro Ciancaglini al contrabbasso. L’intero disco è caratterizzato dall’assenza del pianoforte a sostegno armonico, quella che ne esce è una sonorità scura dominata dagli incastri melodici intelligentemente architettati da Tittarelli e Lento e dall’accompagnamento serrato ma mai invasivo di Marco.

E’ del 2014, invece, “Prestazione”. Ancora a nome di Daniele Tittarelli, il disco  vede la partecipazione del trio Fresh Fish con Marco alla batteria e di Francesco Lento. La musica, probabilmente ispirata anche  dal lavoro di artisti come Logan Richardson e Ambrose Akinmusire, è estremamente complessa. Le strutture dei brani sono percorsi densi di stravolgimenti formali, metrici e dinamici, all’interno dei quali i cinque creano un fluire coerente ed espressivo. Marco oggi vive in una casetta dentro il parco della Caffarella. Lo trovi in giro la notte. Se non sta suonando è a qualche jam session o a qualche concerto ad ascoltare gli altri con la solita attenzione. Certo, se non sta giocando la Roma.

 

Discografia consigliata:

Daniele Tittarelli: “Jungle Trane” (2001 – Wide Sound)

Daniele Tittarelli: “No Hay Banda” (2008 – Wide Sound)

Emanuele Basentini & Carlo Atti: “The Best Thing For You” (2008 – Red Records)

Marco Acquarelli: “Too High” (2009 – Lhobo Music)

Domenico Sanna: “Too Marvelous For Words” (2010 – Tosky)

Pietro Lussu: “Northern Lights” (2011 – Albòre)

Fresh Fish: “Fresh Fish” (2012)

Marco Valeri: “The Apple” (2013 – Jando Music)

Daniele Tittarelli feat. Fresh Fish & Francesco Lento: “Prestazione” (2014 – Parco Della Musica Records)

Sarah McKenzie: “We Could Be Lovers” (2015 – Impulse!)