Dario, partiamo con una domanda generica per rompere il ghiaccio. Quali sono gli artisti che hanno influenzato di più la tua formazione musicale? 

La mia formazione musicale non ha molto a che vedere con quello che faccio oggi. Mi sono appassionato alla musica da chitarrista, quindi ho ascoltato prevalentemente dischi in cui la chitarra la faceva da padrone. Poi dipende dai periodi, da ragazzino molto rock alternativo, hard rock anni ’70 e funky pop anni ’80. Da universitario ho conosciuto il panorama indipendente italiano, ma anche quello straniero in particolar modo quello legato ad un certo tipo di elettronica morbida e d’ambiente. Solo negli ultimi anni mi sono riavvicinato al cantautorato in senso stretto, riscoprendo artisti straordinari che hanno scritto brani memorabili. Non ti faccio nomi perché in realtà nella mia testa è tutto un magma di riferimenti e di attitudini piuttosto che di opere e autori.

E oggi invece, quali sono gli artisti Italiani a cui ti senti più affine? Ce n’è uno con cui faresti un tour? 

Farei un tour molto volentieri con Dente, penso riusciremmo a tirar fuori uno spettacolino niente male.

Dario, la tua ultima fatica è Brunori Srl, uno spettacolo in cui alterni, ai tuoi brani, dei pezzi in prosa, nel solco del teatro canzone di Gaber. Come ti è venuta l’idea di questo progetto, che al netto delle date si è rivelato un vero successo? 

Volevo fare uno spettacolo diverso. Volevo tirar fuori una parte di me che non emerge dalle canzoni. E mi ero appassionato molto, nel periodo in cui ho scritto i monologhi, alla stand up comedy americana (Bill Hicks, Louis CK, George Carlin). Mi sono lanciato in modo incosciente in una cosa più grande di me, ma alla fine il pubblico ha apprezzato, forse proprio perché paleso questa mia latente “improbabilità”.

Nelle tue canzoni, quello che colpisce è l’attenzione per le piccole cose, per vicende umane più “comuni”. Dalla triste storia  di un giocatore d’azzardo ne “Il Giovane Mario” alle urla di “Paolo” apparente bambinone di paese, sino all’atmosfera malinconica della bellissima “Come stai”. A cosa è dovuta questa attenzione per il quotidiano, in netta controtendenza con le istanze discografiche odierne?

Alla mia attitudine normale. Mi viene naturale osservare il micro per capire il macro. Non riesco ad elaborare un concetto se non partendo da un storia semplice, non riesco a concepire l’intero organismo se non partendo dalle cellule che lo compongono.

Con i tuoi album ti sei a pieno titolo inserito nella scia del”Cantautorato italiano”. Questo genere, memore dei fasti degli anni 70′ e 80′ sembra oggi avere una battuta d’arresto, per lasciare il posto ad un musica diversa, diciamo “meno attenta alle parole”. Qual è secondo te la causa  di questo fenomeno?

La modernità è troppo rapida per fermarsi ad ascoltare. E alcune parole hanno bisogno di essere ascoltate per poter andare in profondità. Io credo di possedere un linguaggio che media un po’ le due cose: cerco di parlare di cose profonde, ma allo stesso tempo con un registro leggero e facilmente comprensibile.

Dario, per chiudere, vivi in Calabria. Terra da cui provengo anche io e, come ben sai, sempre più povera di possibilità ed occasioni. Perché un artista ormai di fama nazionale come te dovrebbe compiere questa scelta?

Beh, non è una scelta ponderata, è più un mix di sentimento, legame e abitudine. Vivo qui da quasi sempre, a parte una parentesi toscana, conosco pregi e difetti di questa terra e senza campanilismi o retorica da bar, credo che sia un posto che contiene tanti tesori umani, paesaggistici e culturali, tesori che purtroppo sono spesso oscurati da una parte di umanità che definirei bestiale per bassezza di obiettivi e arroganza e violenza dei modi. Ma io sono cautamente ottimista: lentamente l’umanità che illumina il mondo si farà strada anche da noi, è inevitabile.