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Questa vuol essere una dichiarazione d’amore spassionata e struggente con cui vogliamo elogiare un uomo, un artista puro, limpido come la sua anima. Elliott Smith non era un ragazzo usuale. Riusciva, munito semplicemente di una chitarra e della sua voce, nella più difficile delle imprese: innalzare l’ascoltatore oltre i semplici confini della quotidianità e dell’immanenza, concedergli la sensazione di poter toccare il cielo con un dito per poi ributtarlo nella più putrida delle realtà immerso nel peccato e nella disperazione. Era proprio questa la meravigliosa particolarità della musica di Elliott Smith: la dissonanza tra la sua voce, dolce e sottile, e i temi contenuti nei suoi testi. La sua era una voce adatta ad una ninna nanna esile e rassicurante ma che, al medesimo tempo, riusciva a gridare solitudine, dipendenze, tristezza, povertà e depressione. Potrebbe sembrare inattuabile affiancare due registri emotivi così distanti tra loro. Eppure lui ci riusciva come pochi altri sono stati capaci nella storia della musica. Quella depressione che descriveva con così tanta vivida umanità nei suoi testi gli risultò purtroppo fatale, privandoci, già nel lontano 2003, di uno dei più grandi interpreti del disagio esistenziale dell’uomo di fine millennio.

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Gli Heatmiser

Ma Elliott Smith non fu sempre Elliott Smith. Prima di diventare uno dei migliori cantautori americani degli anni ’90 era solo il frontman di uno dei tanti gruppi grunge nate in America dopo l’avvento dei Nirvana. A Portland nel 1991, assieme a Peter Gust, Tony Lash e Brandt Peterson, aveva infatti fondato gli Heatmiser. Grazie alle doti compositive di Smith e Gust, gli Heatmiser divennero una delle band grunge più interessanti e seguite degli Stati Uniti, specialmente con la pubblicazione del loro ultimo album, Mic City Sons (1996). Il sound accattivante, che variava dal classico grunge e garage rock fino al punk più riflessivo, aveva catturato l’attenzione di molteplici case discografiche. Ciononostante quello non era il futuro che Elliott desiderava per sé stesso. La musica che componeva non gli piaceva, troppo violenta e troppo ruvida per i suoi gusti. Fu così che, già nel 1994, pubblicò involontariamente Roman Candle.  Quelle che sarebbero poi divenute le canzoni dell’album, erano infatti solo dei nastri demo di brani registrati da Elliott per gli Heatmiser con l’ausilio della sola chitarra classica, poi scartate in un secondo momento. La fidanzata di Elliott, senza digli nulla, ne inviò una copia alla Cavità Search Records. Il presidente della casa discografica, Cristopher Cooper, ne rimase favorevolmente colpito: in questo modo estremamente casuale ebbe inizio la carriera solista di Elliott. Lasciate da parte le chitarre elettriche, i distorsori e i suoni metallici, egli abbracciò, questa volta in modo definitivo e permanente, la sola chitarra classica. Con tale svolta ebbe inizio il vero successo: non immediato, ma al tempo stesso neanche così mediato da permettere al fragile Elliott di accettare la divenuta figura di rockstar, finendo così per risultare schiacciato tra la notorietà e la sua incessante volontà di solitudine.

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La copertina dell’album Roman Candle

Dopo l’uscita di Roman Candle e nel 1996 l’abbandono degli Heatmiser, per via del logoramento dei rapporti con il suo fraterno amico Peter Gust, vennero pubblicati due album solisti che ebbero un ottimo successo: Elliott Smith (1995) e Either/Or (1997). La punta di diamante del primo album è la traccia Needle In The Hay (letteralmente “Ago nel fieno”) che tratta della tossicodipendenza da eroina di cui, con tutta probabilità, anche Elliott era vittima. Per quanto riguarda il secondo album, l’elogio va allargato a più di una traccia: la straziante Alameda, la più pacata Between The Bars, la nostalgica e rassegnata ballata Ballad Of Big Nothing. Ciascuna di esse rappresenta uno stralcio della vita del giovane cantautore che, con l’aumentare del successo, stava finendo sempre più nell’abisso che lo avrebbe portato alla morte. Proprio in questo periodo, tra il ’97 e ’98, viene più volte rinvenuto ubriaco in mezzo alla strada in evidente stato confusionale. All’alienazione alcolica alternava gesti autodistruttivi insensati e stupidi. L’assunzione, a tratti l’abuso, in Either/Or di melodie malinconiche, ottenute grazie al gran numero di accordi minori presenti nelle composizioni, evidenziano senza ombra di dubbio il malessere interiore che lo stava consumando e prefiguravano l’esito tragico che, dopo qualche anno, si sarebbe manifestato.

Il vero successo giunse con l’uscita dell’album che, a detta di tutti, rimane la vera pietra miliare della sua produzione: XO (1998). I due brani più rappresentativi di questo album, Waltz #2 e Baby Britain, divennero in poco tempo degli enormi successi mondiali. Fu così che, colpito dalla crudele dolcezza delle sue canzoni, il regista  Gus Van Sant chiese ed ottenne di utilizzare la canzone Miss Misery come tema principale del suo film, Good Will Hunting. Dopo l’uscita del film Miss Misery ricevette la nomination agli Oscar del 1998 e Smith fu costretto dai suoi produttori ad eseguire il brano durante la settantesima cerimonia di premiazione degli Oscar, il 23 marzo del 1998. Quella sera l’equilibrio dell’artista risulto irrimediabilmente segnato, ucciso dalle convenzioni del business.

In piedi, sebbene preferisse suonare seduto, soluzione a cui si oppose la produzione, eseguì il brano in modo magistrale. Eppure era evidente il disagio di quel ragazzo così distante, umanamente e caratterialmente, dall’enorme platea che aveva davanti, composta da attori famosissimi (a meno di due metri da lui sedeva Jack Nicholson), registi e produttori, l’olimpo del cinema americano. Tutte personalità dedite alle scene, ai luminosissimi riflettori, alle vaste ricchezze e dall’ego smisurato: tutto ciò che Elliott odiava e di cui non era abituato, perfette antitesi del suo vissuto. Se da una parte la platea ospitava questi personaggi, tutti sorrisi e falsità, al contrario sul palco si stava esibendo un alieno. Anzi, un angelo. In piedi. Un angelo con una chitarra ed un completo candido.

Bianco come la sua anima pura ma disillusa, bianco come la sua voce capace di toccare le corde più recondite della sensibilità umana.

Di questo poeta con chitarra era però anche evidente l’aspetto trasandato, spossato, retrivo, annichilito e avvinto da tante sofferenze. In un istante, su quel palco così diverso dai piccoli palcoscenici su cui Elliott era solito esibirsi, si stava ripresentando per l’ennesima volta la grande dicotomia della sua esistenza: dolcezza e sofferenza, voce e contenuti, abito bianco e anima nera. Quell’esibizione di appena tre minuti non è altro che la più autentica delle metafore riguardante la vita di questo artista. Un uomo che avrebbe voluto spiccare il volo e invece, soggiogato dalla sua stessa natura, rimasto intrappolato sulla terra a raccontare i mali dell’esistenza e della società.. Riuscì a farlo, a differenza di altri, attraverso le più trascendenti armonie e con la delicatezza estetica di cui solo un angelo poteva godere. Un atto coraggioso ma tuttavia logorante, che svolse fino a quando le sue forze non vennero meno, svanendo insieme a lui, spazzate via da due pugnalate e dalla soffocante pesantezza del vivere infelice.