di Federico Renzaglia

Una sera, durante una scrittura al Five Spot, tra un set e l’altro, Monk venne trovato dall’altra parte della strada. Ciondolante e tutto preso a guardare la luna. Gli chiesero se si fosse smarrito. Rispose serio che no, non si era perso ma che forse il Five Spot stesso si era perso. Nonostante l’espressione da bambino che conservò tutta la vita, Thelonious Monk amava fare lunghe passeggiate mettendo su l’aria di chi sa il fatto suo. Del resto, era cresciuto a San Juan Hill nel west side di New York. Crocevia di etnie, la zona negli anni 20 e 30 del ‘900 era famosa per la guerra tra poveri costantemente in atto fra i suoi abitanti: i bianchi contro i neri, la polizia contro i neri, ma anche gli stessi neri del sud contro i neri delle Indie occidentali. Anche attraversare un isolato che non fosse il proprio poteva accendere un focolaio di guerriglia. Monk si fece presto la nomea di uno che era meglio lasciar stare.

Figlio di musicisti dilettanti si innamorò del piano giovanissimo e giovanissimo palesò del talento cristallino, del quale era pienamente consapevole: “Gli insegnanti sai, nessuno ha dovuto mai costringermi a studiare. Avevo del talento, capite?”.  Durante l’adolescenza divideva il suo tempo tra la musica e lo sport. Fortissimo a basket e imbattibile a ping-pong. Col suo amico Sonny se ne andavano in giro per il quartiere e le ragazzine se ne innamoravano. Quel suo modo di suonare il piano, poi. Sua madre le invitava a casa ad ascoltarlo e loro rimanevano lì per ore. I primi ingaggi furono per dei rent parties, feste organizzate in casa di privati. Monk aveva sedici anni e guadagnava dai tre ai quindici dollari, una signora cifra per i tempi della grande depressione. Qualcosa lo portava alla madre, il resto lo teneva per sé e lo spendeva per darsi un tono. Gli piacevano i vestiti e, in particolare, aveva una singolare ossessione per i cappelli. Cresciuto dalla madre nella chiesa battista Monk, insieme a uno scalcinato complesso, prese parte al viaggio itinerante di due anni di una predicatrice e guaritrice pentecostale. Suonavano dei gospel in uno stile vicino a quello del rhythm and blues che avrebbe furoreggiato qualche decade dopo. Nonostante i trasalimenti estatici ai quali assistette, il suo atteggiamento nei confronti della religione fu sempre recalcitrante. Il fratello, diventato ministro dei Testimoni di Geova, lo invitava a raccogliersi con lui nelle letture della Bibbia e lui declinava gentilmente rispondendo che era lui, Dio. Quasi paradossalmente, negli anni 50, durante la sua celebre permanenza in quel Five Spot, locale ritrovo di artisti e letterati della beat generation tra cui Jack Kerouac, grazie a quell’aura concentrata e trascendente,  gli venne conferita la nomina di gran sacerdote del bebop. Tornato a New York nell’inverno del ‘36, si fece le ossa partecipando alle jam session pianistiche a casa di James P. Johnson. Trovò il consenso di molti musicisti veterani di stride piano di cui conosceva perfettamente lo stile: Teddy Wilson, Art Tatum, Fats Weller. Sapeva decisamente il fatto suo.

Nel ‘41 fu chiamato a essere il pianista residente del Minton’s Playhouse, il bar di un albergo a Harlem adibito a jazz club. Insieme al batterista Kenny Clarke, costantemente alla ricerca di nuove idee musicali, gettarono inconsapevolmente le basi stilistiche per quello che sarebbe stato il nuovo jazz: il bebop. I pezzi erano stravolti e diventavano più difficili da suonare. Espedienti come la sostituzione degli accordi originali dei pezzi, l’utilizzo di accordi dissonanti fino a un nuovo modo di suonare il ritmo si dice servissero a scremare l’impressionante numero di musicisti che voleva salire sul palco durante le jam session. Monk poteva essere non tenero con i musicisti più scarsi, anche se, tuttalpiù, si limitava a dire tra sé e sé “Oh, man” con l’aria perplessa. Se non vi rimaneva anche dopo l’orario di chiusura per lavorare ai suoi brani, usciva dal Minton’s nel cuore della notte e raggiungeva il Monroe’s Uptown House dove c’era Dizzy Gillespie e poi, ancora, alle prime luci dell’alba casa di qualche amico che avesse un pianoforte, svegliando tutti in uno stato di febbrile eccitazione. Dormiva pochissimo per poi recuperare tutto stando uno o due giorni a letto. A volte si addormentava direttamente al piano. Fumava spinelli d’erba e talvolta non disdegnò la cocaina, non cadde, però, come la stragrande maggioranza dei suoi coetanei, nella trappola dell’eroina. Considerato da molti un eccentrico, in realtà ebbe a che fare con una forma di disturbo bipolare alternando momenti di euforia, durante i quali lavorava instancabilmente giorno e notte, a lunghi periodi di introversione. Non spiccicava una parola e poteva chiudersi anche per due settimane in casa. In camera sua e a letto per la precisione. Dagli anni 60 in poi questi episodi furono sempre più violenti. Monk che nelle fasi maniacali poteva diventare anche aggressivo, durante le fasi depressive più acute semplicemente non reagiva più a nessuno stimolo. Se ne stava lì senza dire una parola e sembrava non riconoscere nessuno. In quel decennio cominciò un lungo viavai tra cliniche ed ospedali psichiatrici, fu sottoposto anche a elettroshock.

Qualcuno definì il suo stile naif, primitivo, grottesco ma, in lui, ogni nota era parte di un disegno più grande, logico e chiaro. Aveva rinunciato alle volate veloci sulla tastiera. Roba alla Bud Powell, di cui era stato mentore. Preferiva, ai fiumi di note, lunghi silenzi tra una frase e l’altra. “Il silenzio è il rumore più forte del mondo”, disse. Con le dita piatte su quei tasti, sembrava percuoterli. Ebbe a dire delle sue composizioni che le avrebbe capite anche un deficiente. In realtà ci si scontrarono schiere di leggende: da Coltrane, a Sonny Rollins, a Max Roach. Oscar Pettiford, in studio, imprecò per tutte le venticinque take che ci vollero per registrare Brilliant Corners. Perché proprio a me, continuava a chiedersi. Vennero quasi alle mani. Come accompagnatore, non lasciava  granché spazio.  Sul palco poi, bisognava stare attenti tutto il tempo perché la direzione che avrebbe preso la musica la stabiliva lui con quel modo di accennare continuamente alla melodia del pezzo, smontandola e ricomponendola, salvo poi alzarsi dal piano per una buffa danza improvvisata o per andare al bancone del bar o direttamente in cucina, a parlare col lavapiatti di chissà cosa.

Fu estremamente moderno e personale. “Un genio è colui il quale è il più simile possibile a sé stesso” insegnò a Steve Lacy.  Al pianoforte reagiva a ogni stimolo introspettivo o esterno che fosse. Diceva che il jazz è dappertutto e che il jazz è l’America espressa in musica. Adesso immaginatelo in auto col suo amico e agente Harry Colomby, su una strada innevata. Monk sta guidando come un folle. A un certo punto sta per provocare un incidente spaventoso ma con una manovra repentina alla fine salva la situazione. Scende dalla macchina e dice: “Bè, meno male che alla guida c’era un automobilista esperto come me”. Avrete così un’idea di come trattasse la sua musica spingendola al limite, di come creasse un percorso irto di ostacoli per uscirne poi usando dell’ironia. Si ritirò dalle scene alla metà degli anni 70. Passò il tempo che gli rimaneva a casa dell’amica e mecenate Pannonica de Koenigswarter nel New Jersey. Chiuso nella sua camera, guardando la tv in giacca e cravatta.

 

Discografia consigliata:

 

Genius of Modern Music: Volume 1 (1947 – Blue Note)

Genius of Modern Music: Volume 2 (1951 – Blue Note)

The Unique Thelonious Monk (1955 – Riverside Records)

Brilliant Corners (1956 – Riverside Records)

Monk’s Music (1957 – Riverside Records)

Thelonious in Action/ Misterioso (live al Five Spot 1958 – Riverside Records)

Thelonious Alone in San Francisco (1959 – Riverside Records)

Monk’s Dream (1963 – Columbia Records)

It’s Monk Time (1964 – Columbia Records)

Live at The It Club (1964 – Columbia Records)

Solo Monk (1965 – Columbia Records)