Era il tempo di MTV quando si affacciava un gruppo con un ragazzo dai capelli tinti di rosso al mondo intero. E lì, in quel punto nello spazio e nel tempo, che nacque una delle più grandi scommesse perse da parte di molti critici e di molti addetti ai lavori. In effetti, a ben guardare, le loro prime canzoni post-adolescenziali non davano molta fiducia: nessuno avrebbe scommesso un penny su di loro. La cantonata epocale presa dai vari esperti appare gigantesca oggi non tanto per il fattore economico, seppur cospicuo – circa 30 milioni di dischi venduti nel mondo – che ci fu, ma quanto per l’impronta indelebile lasciata per sempre da quei giovani imberbi sul corso della scena musicale. Il loro lascito, anche se in corso d’opera, è infatti tra i più significativi degli ultimi venti anni. Come spesso accade, gli esordi furono duri e crudi: solo con molta fatica riuscirono a farsi trasmettere Creep dalla BBC, perché ritenuta “troppo depressa”. Se non un miracolo, fu comunque una grazia divina. E proprio quel pezzo riuscì a spalancare loro le porte del palcoscenico indie.

Una canzone anomala: non in linea con il nascente movimento “brit-pop” (Oasis, Blur, Verve) e né con il morente grunge americano (Nirvana, Alice in Chains)

Era qualcosa di “nuovo” sulla scena mondiale, se per tale intendiamo originale e fresco; pur mantenendo i giusti riferimenti musicali della sua epoca (disagio giovanile, rassegnazione, frustrazione). Era un pop-rock diverso, non melenso alla maniera dei nuovi U2, né tanto meno incendiari quanto i vecchi Clash. Si reggevano su uno strano equilibrio musicale: melodia decadente, voce baritona e testi ineluttabili. Furono queste le premesse storico-musicali del gruppo di Oxford, composto da Thom Yorke, alla voce, con i compagni Johnny Greenwood, Ed O’Brien alla chitarra, l’aggiunta al basso di Colin Greenwood e per ultimo Philip Selway alla batteria.

I Radiohead agli esordi: il mood anni Novanta domina incontrastato

I Radiohead agli esordi: il mood anni Novanta domina incontrastato

L’inaspettato successo di Creep, non previsto da nessuno, consentì ai Radiohead di partire per un ricco tour mondiale, molto fecondo dal punto di vista esplorativo e creativo. Fornì agli oxoniani la consapevolezza di cosa stesse succedendo attorno a loro, di quale fosse la loro formula musicale, e di quale fossero di conseguenza tutti i limiti del caso. Ma come spesso accade non fu un processo indolore, accompagnato come di consueto da tensioni, liti e malumori latenti. Creep era una canzone che aveva dato loro fama e considerazione, anche se li aveva confinati e resi dipendenti di quella fortuna. Stavano, in sostanza, per divenire il gruppo da una hit e poi tutto passa, il classico fenomeno da dimenticatoio. I dubbi dei Radiohead erano più che legittimi e giustificati, in un tempo storico dove ancora dominavano indisturbate le grandi major. In mezzo ai flutti procellosi del successo a rapida scadenza, improvvisamente nel ’95 uscì The Bends.

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The Bends

Un’opera davvero di ottima fattura che finalmente scrollava di dosso ogni perplessità sulla loro capacità interpretativa e di scrittura. Non erano più la solita manfrina adolescenziale da appendere in cameretta: si trattava ora di una rock band di livello. Al crepuscolo del rock, ecco i Radiohead in azione a prendere tutta la scena, l’alternativa silenziosa all’allora imperante mania brit-pop. Lo spazio creatosi attorno a loro generò in seguito opposte letture sul loro stile compositivo meticoloso, quasi maniacale – in contrapposizione alle altre combriccole dedite all’impatto che alla musica stessa – alimentando al contempo un’aurea mistica attorno al loro leader Yorke, monocolo sin dalla nascita.

Il risultato molto positivo di quel lavoro mise ancor di più a dura prova il complesso inglese, incerto sul proprio divenire. Come spesso accade, la scelta migliore fu fermarsi ed attendere il passaggio della buriana. Così il successore di The Bends venne alla luce solo due anni dopo, segnando una tappa fondamentale nella loro traiettoria artistica. OK, Computer: un titolo di per sé molto ambiguo e allo stesso tempo molto semplice.

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Ok Computer – pubblicato il 21 Maggio 1997

Due termini che rinviano all’informatica il significato stesso dell’opera. Il tema del disco, infatti, è la pervasività della tecnologia e l’alienazione moderna. Una sorta di concept sui generis, di difficile catalogazione, così come l’indescrivibilità dei testi (criptici ed ermetici) e l’assoluta novità strumentale (usati vari campionamenti elettronici) rendono difficile la collocazione musicale. E’ rock? O meglio, risulta (ancora) rock? Cos’è?

Forse è impossibile saperlo e decifrarlo. Appare invece chiaro e cristallino che i Radiohead non solo hanno cambiato le loro sorti, ma hanno altresì influenzato potentemente la musica mondiale, consegnando alla storia uno dei must degli anni Novanta. Eppure, nonostante il successo, ancora non erano soddisfatti. Thom ebbe la nausea per il motivetto di Karma Police in cui cerca di essere positivo o per una No Surprises così melodica e tratti scura. Vuole osare un’altra volta. Quale occasione migliore se non “iniziare” il nuovo millennio con un suono diverso e di grande rottura? Così dedicheranno anima e corpo a studiare il catalogo Warp, gli artisti elettronici proprio di quel periodo, il jazz di Coltrane o ancora il folk. Il risultato fu ancora una volta stupefacente, e di nome fa Kid A.

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Kid A Live – album intero

Alle soglie del 2000 i Radiohead produssero quindi un’opera così visionaria ed estrema da generare un grande ed animato dibattito pubblico capace di aumentarne la portata stessa. Ma perché fu così importante questo disco? Perché nuovamente interrogava la società, con un connubio rinvigorito di musiche e testi, sull’odierno scenario post-moderno. Era il tempo, oggi dimenticato, della pecora Dolly e degli entusiasmi scemi per la clonazione: la title-track, ad esempio, si inserisce in questo contesto con una ninnananna elettronica di omaggio ad un ipotetico bambino clonato. Altri pezzi divennero in pochi anni “storici”, segnando a fondo la cultura del tempo. Tra questi ricordiamo: Idioteque (frullato di “idiota” e “discoteca”, critica non troppo velata al costume musicale contemporaneo) ed Everything In its Right Place. Questa ennesima prova fu superata da parte degli oxoniani, consci di aver raggiunto il loro obiettivo: creare una eredità artistica pari ai giganti del passato. E per fare ciò fu necessario ridefinire ogni volta sé stessi in rapporto al proprio tempo. Se The Bends parlava al ragazzotto medio in astinenza da grunge, arrabbiato e frustrato, OK Computer e Kid A  preconizzarono magistralmente un’umanità sempre meno “umana”, globalizzata ed indifferente.