Se ora dovessero chiederci cosa fosse di tendenza sul finire degli anni ’90 e cosa fosse in grado di catturare l’attenzione di masse di teenagers in piena tempesta ormonale, la risposta sarebbe senz’altro scontata: American Pie e il Pop- Punk (o in alternativa il Punk- Rock). Non esiste, sulla faccia della terra, un ragazzo nato a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90 che non abbia mai visto un film di quella fortunatissima saga o non abbia mai ascoltato un brano di Revival Punk. È dunque lecito chiedersi cosa si sia salvato, ai giorni nostri, di quelle che furono le mode cinematografiche e musicali di quegli anni. Se da una parte la saga di American Pie è giunta alla sua naturale conclusione, con l’ultimo capitolo uscito nel 2012, discorso invece diverso va riservato per il genere Revival Punk. Dopo aver vissuto il suo periodo d’oro grazie a band dai nomi altisonanti, Green Day, The Offsprings, Rancid nella sua versione più estrema, Blink 182 e Sum 41 nella versione più vicina alle sonorità Pop, questo genere musicale è caduto parzialmente nel dimenticatoio. Segno dei tempi che cambiano? Il Punk non crea rinnovato interesse nella generazione dei “Millennials”? Può anche darsi.  È però altrettanto certo che le case discografiche, dopo quasi un decennio di assopimento, hanno deciso di risvegliarsi dal proprio torpore. Peraltro, mossa sicuramente non casuale, hanno deciso di farlo tutte assieme: in giugno è uscito il nuovo disco dei Blink-182 e in ottobre (nella stessa settimana!) quello dei Green Day e dei Sum 41. Amanti del genere e figli dei nostri tempi, non potevamo resistere alle sirene e sottrarci dal comprare tutti e tre i dischi. “Ebbene– direte voi- come sono questi dischi? Sono all’altezza dei precedenti?” Per quanto riguarda i due usciti ad ottobre, non è ancora arrivato il momento di esprimersi. Troppo poco tempo per ascoltarli, troppo poco tempo per trarne conclusioni sensate. Possiamo invece dilungarci su California, l’ultima fatica dei Blink-182. Abbiamo avuto un’intera estate per ascoltarlo. E credetemi, l’abbiamo ascoltato. E ascoltato. E riascoltato. Infinitamente riascoltato. Fino alla noia, fino alla morte, ed è stato straziante. Avete presente quando amate talmente tanto una persona da giustificarla sempre e comunque, qualsiasi cosa faccia? Questa è la situazione in cui siamo, nostro malgrado, incappati. Parlare male dei Blink sarebbe stata l’ultima della cose che ci saremmo mai immaginati di fare e che avremmo desiderato. Ma davanti ad un’opera di questo tipo, quintessenza del nulla cosmico, non si può rimanere calmi e pacati. Va bene la nostalgia degli anni ’90, va bene l’attaccamento verso una band storica, ma questa volta si è oltrepassato il limite: non c’è nulla, o quasi, che in California possa essere catalogato come salvabile.

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La copertina dell’ultimo lavoro in studio dei Blink-182

Facciamo un passo indietro. I Blink 182 sono da anni a corto di successi: gli ultimi exploit sono arrivati almeno dieci anni fa. Inoltre, ulteriore pesantissima tegola, Tom DeLonge, cantante\chitarrista e storico fondatore della band, ha deciso nel 2015 di lasciare il gruppo definitivamente. Il motivo ufficiale di questo abbandono sarebbe da imputare allo scarso interesse che DeLonge, alla soglia dei 40 anni, oramai nutriva verso il genere Pop-Punk. Mai pensiero fu più azzeccato, e viene da chiedersi come mai gli altri due colleghi non abbiano ascoltato il consiglio dell’amico. Come può una band di ultraquarantenni rendere accattivante un genere che notoriamente trova un grande riscontro tra adolescenti e giovani fino ai trent’anni? Non può, per l’appunto. E questo DeLonge sembra averlo intuito in tempo. Intuizione che, ora possiamo affermarlo con assoluta certezza, gli ha fatto schivare una bruttissima pallottola. I suoi due colleghi, Hoppus e Barker, sono invece andati dritti per la propria strada: hanno prontamente sostituito il frontman con Matt Skiba e si sono messi a lavorare. Il risultato di questa dura fatica è davanti agli occhi di tutti, in tutta la sua orripilante presenza.

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Mood anni Novanta. Quasi vent’anni dopo, i Blink son ancora fermi a fine Millennio, con conseguenze non esattamente esaltanti

Basta poco, giusto tre o quattro tracce, per rendersi conto del triplice errore commesso dalla band californiana. In primo luogo, mentre altri complessi sono riusciti nel difficile compito di rinnovarsi, i Blink-182 sono rimasti ancorati alle antiche sicurezze dello Skate-Punk. Peccato che, come accennato prima, quello sia un genere ascoltato unicamente da teenagers. Cosa c’è di più triste di un gruppo di 40enni che, non curanti del lasso temporale che li divide dal proprio pubblico, continuano imperterriti a fare musica da liceali? Nulla ( i programmi della D’Urso su Canale 5 non valgono, sono fuori concorso). Il secondo grande errore è strettamente correlato al primo e riguarda il pubblico. Signori miei, parliamoci chiaro: se per i figli degli anni Novanta lo Skate-Punk poteva essere un settore accattivante, a tratti una valvola di sfogo, oggi viene surclassato su tutti i fronti da altre sottoculture, a partire da quella Hip- Hop e Rap. A fronte di queste conclusioni, è giusto porsi una domanda vitale:

Quale ragazzo che non abbia ancora compiuto i 18 anni comprerebbe oggi un disco dei Blink-182 ? La risposta purtroppo è sempre la stessa. Nessuno.

Il terzo e ultimo madornale errore si ricollega nuovamente al fattore anagrafico, commisto ora a quello musicale. È evidente che nessuno dei membri attuali della band, né gli storici né Skiba, abbia più la giusta carica per comporre brani Punk e per approcciarsi in modo consono al genere stesso. I Blink giovani non lo sono più tanto, e a pagarne le conseguenze sono le canzoni stesse: il ritmo di quasi tutte è incerto (dov’è finito il flow rapido e sferzante di The Rock Show?), la melodia scontata, i riff di chitarra quasi inesistenti e prevedibili, i cori del controcanto troppo ripetitivi (capiamo che il verso “Whoa”  sia un vostro grande classico, ma non sarebbe meglio cambiare ogni tanto?), i testi delle canzoni sono piatti e troppo simili a quelli dei passati album. Le uniche due canzoni che si salvano, per motivi diametralmente opposti, da questo massacro sono Los Angeles e The Only Thing That Matters. La prima perché, sebbene lo faccia in modo discontinuo e sconclusionato, indica la giusta strada che il trio californiano dovrebbe intraprendere per rinnovare le proprie sonorità, segnando un avvicinamento verso il genere Nu Metal. La seconda invece è quella che più si avvicina alle sonorità del passato, sia in campo melodico che ritmico. Per il resto, tabula rasa. Nada de nada. Solo una valle di lacrime.Ah scusate, quasi dimenticavo. C’è effettivamente una canzone dell’album (una su sedici) che ha rapito la nostra attenzione: si chiama Brohemian Rhapsody e dura la bellezza di 30 secondi. Questo è tutto. Dulcis in fundo, il punto più basso è stato toccato con la pubblicazione dei due video musicali, uno in giugno e l’altro il 21 ottobre, dei singoli Bored to Death e She’s Out Of Her Mind. Quale poteva essere il protagonista del primo video? I Blink avranno cambiato temi e argomenti, si saranno un minimo rinnovati? Nemmeno per sogno. Il protagonista è un classico studentello del liceo, antisociale e innamorato perso di una bella bionda della sua classe. Come si dice in questi casi? Viva la novità!

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Fotogramma del video di “Bored To Death”. La classica ambientazione liceale fa da sfondo ai classici cliché del punk adolescenziale di vent’anni fa

Peggio ancora la seconda clip. Forse per fare autoironia, forse per fare felici i vecchi fan, i Blink (o chi per loro, registi e sceneggiatori) hanno deciso di fare un video speculare a quello del loro più grande successo, What’s My Age Again, ma a parti invertite: questa volta a correre nudi non sono loro tre (e ci mancherebbe!) ma tre bellissime donzelle. Se l’obiettivo del video era far scattare un moto di nostalgia nei vecchi fan, almeno nei nostri confronti hanno miseramente fallito. È invece montato un sentimento misto di rabbia e rassegnazione intensissimo. Come si può profanare un video così importante per noi di quella generazione? Alla rabbia e alla rassegnazione si è poi sommato un altro urtante fattore, sempre contenuto nel video: le tre ragazze protagoniste sono sicuramente modelle bellissime, simpatiche, solari … ma non sono capaci di tenere uno strumento in mano, nemmeno per recitare! È evidente come la ragazza che, negli intermezzi musicali, suona la batteria non sia in grado di tenere in mano le bacchette: guarda in camera, sorride e le agita come un orango dentro una gabbia. Una scena patetica. Questo vuole essere solo un semplice consiglio: Blink, vi prego, riprovateci. Riprovateci, tutti sappiamo quanto valete. Riprovateci, ma non così. Non in questo modo. Fatelo per il vostro pubblico, vecchio e nuovo. Fatelo per il nostro cuore sofferente. Ma soprattutto, fatelo per voi stessi, perché sarebbe un vero peccato cadere nell’oblio degli artisti che non hanno più nulla da trasmettere.