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Era il 1996 quando una delle band americane più famose di sempre si esibiva davanti a innumerevoli fans in tutto il mondo. Stiamo parlando dei Bon Jovi, storica rock band del New Jersey, e del loro These Days Tour. L’album da cui la tournee prende il nome è e rimane il lavoro più maturo in assoluto della band, per le tematiche esistenziali affrontate nei testi. Decadenza, nichilismo, smarrimento e sgomento di fronte al presente sono la nebbia che fa da sfondo a questo favoloso LP. La band, invero, aveva dato segni di maturazione già nel 1992 con l’album dal significativo titolo Keep the Faith, in cui erano presenti ballate come In these arms –momenti di vera e propria poesia!- o tracce come Dry County, in cui si trattavano temi sociali come la crisi del petrolio che aveva colpito duramente molti lavoratori negli Stati Uniti. La crescita interiore del gruppo permise di sopravvivere alla crisi del genere Rock degli anni Novanta, tenendo testa a band storiche come gli Aerosmith o concorrenti temibili come i Guns ‘N Roses, rimanendo sulla cresta dell’onda.

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La copertina dell’album Keep The Faith del 1992

I Bon Jovi possono oggi vantare più di 135milioni di dischi venduti in tutto il mondo. Arcinoti negli Stati Uniti, divenuti dei veri e propri idoli in Giappone, sono stati la prima band statunitense a vendere il loro album in Unione Sovietica prima della caduta del Muro. Ed è questo il contesto storico in cui va letta la loro maturazione. Il Muro cade, crolla il mondo bipolare e finisce la Guerra fredda. La disgregazione fa da sfondo, sia nella storia del mondo che in quella della band, che già nel 1990 si divide. Un collante viene a mancare, lo spirito di gruppo si sfalda e l’individualismo ha la meglio. Jon Bon Jovi e Richie Sambora, le due vere anime del gruppo, intraprendono la carriera da solisti con i rispettivi album Blaze of Glory (1990) e Stranger in This Town (1991). Ma i due lavori sembrano un passo indietro, una ricacciata in se stessi, più che una svolta. La ex voce della band si trincera nelle atmosfere western, a lui tanto care, mentre l’ex chitarrista torna alle sue vere origini musicali mescolando il rock con il blues (genere che è la sua vera passione originaria). Ma “no man is an island” (nessun uomo è un’isola) è una massima di Jon Bon Jovi. E allora, via le scialuppe di salvataggio e si issino le vele; si ritenta la traversata insieme. Nel 1992 esce Keep the Faith, seguito dalla raccolta di successi Crossroads del 1994. Un anno dopo, i tempi maturano per l’album in questione, These Days. I Bon Jovi ci sono tutti, ma   manca lo storico bassista Alec John Such, datosi ormai all’alcol. Verrà rimpiazzato, seppur non ufficialmente, da Hugh McDonald. La prima traccia dell’album è Hey God, un’esclamazione più che un titolo: “Tell me what the hell is going on”. L’intero LP è un diario personale e insieme universale. Paure, insicurezze, vuoti in cui la band ha rischiato di cadere sono gli stessi dell’uomo moderno. La prima canzone scritta per l’album non è la title track che dà il nome alla nuova raccolta, ma bensì Something to Believe In, brano che racchiude nel testo e nella musica lo smarrimento che la band viveva in quel frangente.

La batteria di Tico Torres sembra risorgere dalla profondità degli abissi con colpi di tamburo che fanno eco in uno spazio vuoto che si tenta di colmare. Seguono le note malinconiche del piano di David Bryan, poi un canto sioux si fa avanti…

Eh, eh, eh, eh!

Richie Sambora, con la sua voce graffiante, pare essere l’ultimo dei mohicani che grida al mondo in attesa di un controcanto sperato, per affermare la sua esistenza prima dell’estinzione. Ed ecco la voce di Jon cantare la “morte di Dio” nel primo verso della canzone:

I lost all faith in my god, in his religion too
I told the angels they could sing their song to someone new

Poi un bagliore, una speranza, una meta, che però è dietro e non davanti a lui:

I got something to believe in 

Jon, unico autore del testo, torna sui suoi passi guardando nuovamente alla fede, tema portante della canzone che diede il titolo all’album del 1992, Keep the Faith. I Bon Jovi cantano la crisi dell’uomo, la solitudine, la perdita di senso della vita e i dilemmi dell’esistenza, tra musica, grida e parole.

If I don’t believe in Jesus, how can I believe the Pope
If I don’t believe in heroin, how can I believe in dope
If there’s nothing but survival, how can I believe in sin
In a world that gives you nothing
We need something to believe in 

Poi l’urlo a squarciagola di Jon, “I need someeeeeeeeeeeeeeeeething to believe in!”, esterna un malessere incontenibile. Lo smarrimento da parte del leader della band fu tale che, in un’intervista, affermò di non aver scritto un album triste. Solo anni dopo poté ammettere la verità. E se due dei dodici brani dell’album in questione si intitolano Something For the Pain e Someting to Believe In ci sarà pure un motivo. Qualcosa, “something”, manca, e qualcos’altro va messo al suo posto per colmare il vuoto. Un antidoto, qualcosa per il dolore, per la tristezza:

Give me something for the pain,
Give me something for the blues

E che dire poi della traccia che dà il titolo all’intero album These Days. È una canzone malinconica, sia nel testo che nella musica. Si capisce già dall’intro soffuso che procede in crescendo: prima un timido piano, poi si accoda la chitarra…

I was walking around, just a face in the crowd
Trying to keep myself out of the rain
Saw a vagabond king wear a styrofoam crown
Wondered if I might end up the same
There’s a man out on the corner, singing old songs about change
Everybody’s got their cross to bear these days
 

Un uomo tenta di “mantenersi fuori dalla pioggia”, di proteggersi dal fradicuime metafisico di cui tutti sono vittime, e guarda “un re barbone indossare una corona di polistirolo”, chiedendosi se non farà la stessa fine. Certo, la canzone è triste, pesante, nostalgica… ma profonda, riflessiva e, insieme alle altre citate, è testimone un disagio esistenziale che è ancora vivo in noi, oggi. E a vent’anni dalla pubblicazione (il tempo di una generazione) non possiamo che ritrovare sul pentagramma la musica malinconica di una band che ha segnato un’epoca. La sua, la nostra. È con Jimmy Shoes (un nome proletario, da ciabattino, come i “Tommy and Gina” degli esordi) che la canzone raggiunge il punto più alto. Jimmy è l’eroe maledetto che tenta di simulare i propri idoli gettandosi dalla finestra per tentare il volo. Si può scorgere in esso l’uomo del Novecento intento a inseguire le proprie chimere, ideologie politiche suicide intrise di eroismo. Davanti al vuoto, Jimmy si rivolge alla madre: “Non lo sai che tutti i miei eroi sono morti?”. Lei lo prende per pazzo, ma lui ribatte: “Mamma io devo tentare”. Poi il salto ad occhi chiusi: l’ultimo volo.

Jimmy Shoes busted both his legs, trying to learn to fly
From a second storey window, he just jumped and closed his eyes
His mamma said he was crazy – he said “Mamma I’ve got to try,
Don’t you know that all my heroes died
And I guess I’d rather die than fade away”
 

Il ritornello della canzone parla di “giorni veloci”, dove le stelle sembrano irraggiungibili, in cui nulla dura; un’era disgraziata in cui l’innocenza è fuggita con l’ultimo treno, “the midnight train”.

These days – the stars seem out of reach
These days – there ain’t a ladder on the streets
These days – are fast, nothing lasts in this graceless age
There ain’t no time to waste
There ain’t anybody left to take the blame
And there ain’t anybody left but but us these days
There ain’t anybody left but but us these days

Ma dopo questo (capo) lavoro, la band si divide nuovamente. Altri album solisti per Jon Bon Jovi e Richie Sambora rivelano un nuovo smarrimento e un individualismo autocelebrativo che si avverte già nei titoli, Destination Anywhere (1997) e Undiscovered Soul (1998). È lo spirito dei tempi che nulla tiene insieme, e la band pare vestirne i panni in prima persona. Poi il ritorno dei Bon Jovi nel 1999 con il single Real Life, mentre l’album, l’ultimo grande album, arriva nel 2000.

crush

Un’immagine del videoclip di “It’s My Life”, singolo che ha riportato alla ribalta i Bon Jovi nel 2000 con l’album Crush

Con Crush i Bon Jovi fanno il loro rumoroso rientro in scena e il single It’s My Life è un successo immediato. L’album è decisamente più vitale e costruttivo rispetto al lavoro precedente. Tornano gli eroi proletari italo-americani “Tommy and Gina” dell’indimenticabile Livin’On A Prayer, insieme allo storico voice box di Sambora. Ogni canzone è un capolavoro. Poi seguono altri dischi, più o meno irrilevanti… La band ha perso il fiato, è invecchiata. Dai lavori successivi non emergono più formule originali, come Slippery When Wet o New Jersey. Gli ultimi bagliori, gli ultimi “lampi di gloria” si trovano in Crush. Forse il titolo è già un avvertimento. Crush, un’onomatopea che simula una rottura, come i vetri in frantumi della “second storey window” di Jimmy prima della caduta. Da band rock d’avanguardia i Bon Jovi diventano una banale pop band commerciale. Ed ecco, nel 2014, l’ennesima fuoriuscita dal gruppo. Richie Sambora abbandona nuovamente la band per fare il solista… si è persa ogni speranza. La band ha perso il suo talento, dissoltosi come acqua nel fiume della modernità liquida. Ma un fiume non può scorrere a ritroso, e il passato non può ripetersi. I giorni di These Days sono ormai lontani, “the stars seem out of reach”, le stelle paiono ormai irraggiungibili. Un’armonica sfumata chiude malinconicamente una splendida canzone, il canto di una generazione allo sbando. Il canto, l’ultimo o quasi, che è stato la colonna sonora della giovinezza di molti ex adolescenti, tra cui quella del sottoscritto. Ora la band è al tramonto, ha fatto il suo tempo e deve sparire… La melodia sfuma, il tempo è finito. Via gli spartiti e gli strumenti. Buona notte ai suonatori.