Giovanni Lindo Ferretti è un nome epico della musica punk e autoriale italiana. Leader dei CCCP prima e dei CSI poi è una figura carismatica ed enigmatica sotto molti punti di vista. Autore di una estetica tanto forte da prestarsi facilmente a fraintendimenti. Un nome legato anche alla storia del PCI e a Lotta Continua intesi soprattutto come orizzonte sociale aggregante importante nell’Emilia di un tempo . Eppure Ferretti è da sempre un uomo della tradizione, un uomo arcaico di educazione cattolica cresciuto lontano da ogni tentazione materialistica del mondo moderno ma anzi formato da ritmi campestri, fatti di nebbia e fango, di vendemmie e pascoli, di roghi di sterpaglie e storie nel filò, di vita e morte scanditi dai funerali e dalle nascite dei puledri. E infatti ad uno sguardo attento la poetica dei CCCP rispecchiava già da subito una resistenza al mondo moderno fotografando un orizzonte sovietico monolitico di ordine e pulizia, di rigore spirituale e profondità religiosa che al delirio consumista e individualista preferiva immaginare un universo punk islamico.

Il punk dei CCCP e l’indie d’autore dei CSI cantava la forma meccanica e marziale del passo di marcia contrapposto al ciabattare alcolico della gioventù cosiddetta libera e ribelle del decadente occidente. Negli anni la vita artistica e privata ha portato Ferretti a consolidare le sue necessità interiori all’immagine pubblica rendendo quindi manifeste le proprie posizioni creando nell’opinione pubblica un cortocircuito francamente inspiegabile. Tra echi di canti ortodossi, nebbiosi paesaggi campestri, odi mariane e ruvida spiritualità rurale, la storia di CSI e CCCP non contraddice mai la attuale esplicita adesione di Ferretti alla chiesa cattolica e a politiche poco vicine al mare mosso del modernismo. Anzi c’è una continuità del tutto naturale in ogni sua emanazione artistica e letteraria. Eppure c’è chi cade dalle nuvole, chi lo accusa di essere cambiato e ancora più superficialmente chi lo accusa di essersi semplicemente rincoglionito.

Nel suo essere sommessamente aderente a se stesso Ferretti è un termometro dell’evidente basso stato della cultura italiana intrappolata in una eterna assemblea studentesca, in una infinita marchetta da concertone del primo maggio. Esiste di fatto un copione inconscio al quale obbligatoriamente aderire per sentirsi liberi e rispettati nel campo della cultura con buona pace di chi si vuole arrampicare in barricate di critica apolitica e si reputa estraneo alla presunzione altezzosa di certa sinistra dimostrando poi il contrario. La realtà dei fatti evidenzia un’attitudine generale manichea e superficialmente piccolo-borghese che porta a dare patenti di agibilità culturale in base alla propria posizione politica o metapolitica. L’intervento di Ferretti ad Atreyu, laboratorio politico di Fratelli d’Italia, ha ridestato il can-can di chi pretende di togliere dignità intellettuale a chi liberamente si pone in situazioni non gradite all’inconscio politburo da sempre ben radicato e anche, perché no, violento nell’isolare chi si pone fuori dallo stantio coro di anime candide. Piaccia o no Ferretti rimane un poeta, un autore di grande pregio e profondità, un uomo dal cuore pulito e libero e soprattutto un vero e sano ribelle a fronte dell’orrore del modernismo che prende sempre di più la forma di un conformismo grigio fatto di prese di posizione prevedibili esplicitate a modo e momento giusto da parte dell’intellighenzia e del panorama artistico. Ferretti è tutto questo anche se radicalmente cattolico, anche se indulgente e compiacente verso Salvini e Meloni. Anche se a dispetto del bignami di presunti buoni sentimenti e osceno individualismo diffuso preferisce chi si interessa agli Italiani rispetto a chi “mette in ospizio i propri vecchi per andare ad aiutare i poveri del terzo mondo”.
Nulla di nuovo ne di sorprendente. Assolutamente Fedele alla linea proprio come si posizionavano i suoi CCCP. Oggi Ferretti indirizza ogni sforzo, comprese anche le tournée soliste degli ultimi anni , al mantenimento di un maneggio negli Appennini e ad un teatro barbarico di uomini e cavalli a testimonianza della storia pastorale degli uomini dell’appennino. Il tutto conoscibile e raggiungibile attraverso fondazioneferretti.org.

Non ci sono apertivi a ritmo di reggae per Ferretti . Dopotutto cantava Lode a Mishima e Majakovskij. Lode quindi a Giovanni Lindo Ferretti.