È il caso per una volta – e per sempre-, senza feticismi o ricorrenze funebri, di fare i conti con il passato. Con il passato di un artista che per troppo tempo ha vissuto un vortice caricaturale, complice una sottile autoironia scenicamente celata ai più (stupidi), che ha quasi risucchiato l’arte, lasciando in superficie un’immagine sbagliata ma tristemente vincente, come spesso accade. È il caso di ascoltarlo davvero, questo artista. Di scandagliare tra i suoi brani. Di mettere da parte i tormentoni che hanno fatto tintinnare per decenni eserciti di ugole urlanti. È il caso di assaporare lentamente il gusto profondo di certe atmosfere jazz nascoste nei suoi arrangiamenti, intriganti cornici di testi diretti, schietti, unici.

È banale, banalissimo anzi, parlare d’un innamorato dell’amore, ma forse non esiste definizione più calzante. Perché si devono amare alla follia le donne, e per questo l’amore, per poterlo fotografare un’infinità di volte, per rendere con così tanta maestria tutti i suoi profili, senza dimenticarne nessuno: i più frivoli, i più profondi, i più tormentati. Non a caso non erano in pochi a chiamarlo maestro, anche se troppo spesso molti lo dimenticano. C’è però chi ha la memoria lunga, come Federico Zampaglione. Che oltre ad averci lavorato, scrivendo con lui un brano rimasto impresso nella pietra del suo epitaffio, ha più e più volte ribadito il trattamento subito dal maestro per mano delle bertucce e dagli ammaestratori del mondo dei riflettori. Nelle sale tristi degli Show di prima serata di una televisione satura di banalità, si faceva scempio del talento d’un uomo, per ridurlo a una battuta, ad una risata. Franco, che sapeva ridere e far ridere, ma che era anche molto altro.
Queste righe sono sopratutto per chi Franco Califano se lo è perso volutamente, snobbandolo in virtù della sua presunta cafonaggine.

Franco, un piacione atipico. Nella strenua affermazione di se stesso è piaciuto da morire, e non solo alle donne, come testimoniano le decine di milioni di dischi venduti. Senza manierismi, senza schermi, senza la necessità di seguire i filoni del cantautorato dell’impegno, senza il bisogno di cambiare quell’accento marcato, segno d’una provenienza e d’un amore indelebili verso una città che lo ha visto cadere e rialzarsi più di una volta. Il successo, la galera, le donne, le ristrettezze economiche degli ultimi tempi, caratteri di un personaggio da romanzo calati in un uomo che ha abitato la realtà, vivendola a pieno, rifiutando schemi e inibizioni.

Un artista vero Franco,  “De core e de Panza”.
Autore prolifico di oltre 400 brani, tra cui capolavori cantati dalle star più amate della musica italiana: brani come “Minuetto” e  “Un estate fa’” resi famosi rispettivamente da  Mia Martini e Mina. Perché c’è tanto oltre “Tutto il resto è noia”. C’è “Tac”, storia d’una mancanza consueta, d’un ossimoro d’amore che tutti gli uomini legati ad una donna devono aver provato almeno una volta. C’è “Alla faccia del tuo uomo” ironica cronostoria d’un tradimento, che parola dopo parola proietta una serie d’immagini d’un realismo disarmante, quasi da far sentire sul capo il peso delle corna. E poi “Non escludo il ritorno” scritta a quattro mani con Zampaglione. Un testamento artistico in cui si incontrano più che mai il Franco uomo e il Franco poeta. Sempre nel ricordo d’una donna. Sempre nel ricordo d’un amore. E per fortuna  che chi doveva ricordarsi di Franco non ha mancato. Paolo Sorrentino infatti, nella sua prima pellicola  “L’uomo in più” , ha scelto la sua vita come trama.  Il film racconta le storie parallele di due omonimi, un calciatore e un cantautore, uno splendido Servillo interpreta Toni Pisapia, libera trasposizione artistica del regista della figura di Franco. Nella entusiasmante prova iniziale di Sorrentino, da cui già traspare il genio che fiorirà nelle opere successive, un monologo di Servillo, sembra incarnare Franco alla perfezione, sciorinando con poche battute, intessute di una malinconia sottile, la vita di un uomo che ha vissuto per davvero.

Di Franco, per chi lo ha amato, rimane l’immagine di un Guascone de Borgata, un po’ Cyrano un po’ James Dean, con gli occhiali scuri e il sorriso beffardo, lo sguardo verso una donna e  dei versi sempre in bocca.
Il resto sono le chiacchiere di chi non lo ha ascoltato. Tutto il resto è noia.