Nel 1889 si inaugurava a Parigi l’Exposition Universelle. I possenti archi, su cui ancora troneggia ad aeternitatem la Torre Eiffel costruita per l’occasione, accoglievano ogni giorno migliaia di visitatori all’ingresso della fiera. L’esposizione segnava il culmine di un sentimento per l’esotico ampiamente diffuso presso la società e la comunità artistica europea. L’esotico veniva reinterpretato da artisti e letterati attraverso il filtro del simbolismo. Tra i padiglioni dell’Exposition il giovane artista non solo sognava, ma poteva finalmente fare esperienze dei simulacri artistici dei “diversi” popoli e farli propri, nelle pagine dei propri romanzi, nei quadri dei propri pittori. L’evidente distanza tra l’artista europeo e gli “altri” era ampiamente colmata dalla forte identità estetizzante che permeava tutta l’Estetica simbolista. E’ un incontro esplosivo che avrà una sua fondamentale importanza nello sviluppo delle arti in tutto il novecento. L’Esposizione parigina fu una vera e propria rivelazione ad esempio anche per il giovane compositore Claude Debussy. Il geniale compositore francese fu letteralmente stregato dall’esibizione di un orchestra gamelan javanese; non è difficile immaginare in che modo quei suoni abbiano stuzzicato la curiosità musicale di Debussy. L’aura di quell’incontro è infatti ormai sigillata nella storia della musica attraverso le sue magnifiche pagine per pianoforte. I rapporti tra la musica e le esposizioni universali non sono stati mai molto indagati. Ricorderemo, oltre l’edizione parigina appena citata, quella del 1958 di Bruxelles. Qui la Philips commisionò per scopi puramente pubblicitari a Le Corbusier il progetto per un Padiglione che avrebbe coinvolto compositori del calibro di Edgard Varèse e Iannis Xenakis; oppure quella di Osaka del 1970 dove la progettazione e la programmazione musicale del padiglione tedesco fu interamente curata dal compositore Karlheinz Stockhausen.

Cosa potrebbe imparare un compositore oggi che si avvicinasse all’Esposizione di Milano del 2015?

Un piccolo antefatto giusto per far capire la cura, la stima e la professionalità con cui è stato organizzato il paesaggio sonoro dell’ EXPO 2015: sarà forse noto al lettore che presso l’Auditorium di Palazzo Italia si sarebbero dovuti tenere alcuni concerti di musica contemporanea, opere prime  appositamente commissionate ad alcuni compositori. Frutto di un bando internazionale che ha visto 600 compositori partecipanti da tutto il mondo la severissima selezione ha poi premiato 50 fortunelli che, ad EXPO già iniziato, hanno visto recapitarsi a casa la seguente lettera da parte del responsabile degli eventi del Padiglione Italia: «Nonostante Expo sia iniziata il primo maggio – vi si legge – l’auditorium che avrebbe dovuto ospitare i concerti non è ancora pronto. Inoltre ci siamo resi conto che le modifiche apportate al progetto architettonico originale non sono compatibili con un’orchestra e strumenti in scena. Stiamo cercando una alternativa all’interno del sito di Expo, ma servirà tempo e per questo siamo costretti a rinviare i concerti». Non ci sentiamo di dare la colpa  agli event manager del Padiglione Italia. Fa specie, invece, che coltissimi compositori – li giustifichiamo solo in quanto memori delle storiche esibizioni di cui sopra – abbiano persino avuto il coraggio di affidare le sorti della propria arte ad una fiera campionaria dell’alimentazione (v. Corriere della Sera dell’8 giugno l’intervento di Alberto Contri) che, come la Repubblica in cui si svolge, è nata e cresciuta a suon di corruzione e tangentari. All’ingresso dell’EXPO si è subito assaliti da una esplosione di “creatività” architettonica. Le differenze stilistiche celano in realtà un triste denominatore comune: è l’apoteosi della CAD creativity, celebrazione fuori tempo massimo delle poetiche in stile archistar anni 90. E’ tutt’un fiorire un po’ kitsch di superfici generative e modellazione NURBS free-style. Risultato, un mondo di container d’artista dagli scarsi contenuti: il video poi – per terra, sui soffitti, nei monitor, a led, proiettato, ipostatizzato – regna sovrano. Come i bambini sfruttati da una celebre marca di scarpe, immaginiamo una schiera di giovanissimi montatori sottopagati a renderizzare per mesi template scaricati illegalmente su softwares rigorosamente craccati. I padiglioni del Sudan e quello del Giappone colpiscono, nella loro semplicità, per l’assenza di tanta arroganza estetico-tecnologica.

Il primo impatto con la musica all’EXPO coincide con l’esibizione di un giovane kazako e del suo tradizionale dombra, strumento a corde tipico dell’Asia centrale. Lo strumento è amplificato, non quanto basta per farlo gentilmente emergere dai rumori della folla, ma molto di più. Proprio tanto. Il giovane kazako si esibisce nell’esecuzione di una Marcia alla Turca mozartiana. Una base techno, con cassa dritta a 135 battiti al minuto (il limite oltre il quale il beat assume le sembianze della tamarraggine) accompagna come un martello la celebre composizione mozartiana. Parallelamente al techno-kazako-mozartiano improvvisamente, in lontananza, risuona in tutto il suo splendore la celebre I wanna dance with somebody, diffusa da non si sa quale padiglione. La canzone cala da un non-luogo, trascende se stessa ed estranea chi ascolta a ricordarci surrealmente ciò per cui non siamo affatto venuti: a ballare con qualcuno. Poco dopo, forse, capisco. Da un piccolo palco un gruppo “indie” – dai tratti musicali tipicamente shoegaze – sprigiona tutta la sua ribelle energia barzotta. Ad una ventina di metri da questo un agglomerato umano saltella un poco istericamente accompagnato da ritmi dance-house. Vi è la totale assenza del ben che minimo spazio per la rappresentazione culturale delle tradizioni musicali. E’ la negazione di un’antropologia dell’incontro che si costruisce in relazione ad un ambiguo rapporto con la tradizione popolare. Una relazione ambigua ma necessaria nella logica che alimenta il mito globalizzante. Quali sono le origini culturali di tanta mediocrità? Le origini vanno ricercate in una concezione della musica che ha alla sua base la ricerca forzata del consenso pubblico. Ci troviamo nella paradossale situazione per cui la presunta necessità di affermare l’identità del gruppo globalizzato passa attraverso l’adozione forzata della cultura musicale massmediatica dominante, cioè quella pop-dance. I deboli richiami alle rispettive culture musicali tradizionali sono comunque farciti da elementi musicali pseudo-concilianti (come il cassone kazako). Non è un caso che un popolo non riesca più ad affermare la propria identità musicale senza affidarsi a quello che pensa essere il gusto globalizzato. E’ la bufala della musica in quanto linguaggio universale.

Il musicologo Philip Bohlman nella sua introduzione alla World Music, ben descrisse lo stato dell’arte di questa patologia: L’effetto di omogeneizzazione prodotto dalla world music sembra privilegiare la dimensione del villaggio globale, minacciando le pratiche culturali locali. La sua diffusione planetaria dipende da imprese discografiche transnazionali il cui principale interesse consiste nello sfruttamento delle risorse culturali. I processi di fusione e di contaminazione che possono arricchire alcuni stili di world music, contemporaneamente ne impoveriscono altri. In quest’inizio di secolo molti aspetti della globalizzazione e della retorica che la circonda hanno screditato la world music…”.  Così è, se vi pare.

“Il guaio è che, come ti vedo io, gli altri non ti vedono… Tu per gli altri diventi un fantasma! Eppure, vedi questi pazzi? Senza badare a fantasma che portano con sé, in se stessi, vanno correndo, pieni di curiosità, dietro il fantasma altrui! E credono sia una cosa diversa”.