di Gianmaria Vianova

Solchi nel polivinilcloruro. Fessure che trasformano un piatto scuro di sostanza inorganica in qualcosa di più l’impronta digitale della realtà, un’istantanea dinamicamente apprezzabile di qualcosa prettamente umano. La luce prima del crepuscolo digitale. La luce che solo l’analogico può donare. Perché il digitale non è che una misera approssimazione, una copia dell’opera d’arte originale. Potrà essere generata dalle più abili mani, dalla più alta tecnologia, dalla più grande intenzione di portare la massima qualità e fedeltà del suono: poco importa. Rimarrà nulla più che una copia ben fatta. Achille non raggiungerà mai la tartaruga, l’avvicinerà soltanto: è Zenone il primo testimonial del Record Store Day. Il Vinyl Power che non è mai morto. Si era solo assopito, in un lungo letargo attraverso le ere di Emule, Torrent, CD, streaming e bluetooth.

Il mondo non era più degno dell’alta fedeltà, della ricerca di qualcosa di più. L’anima che Walter White e Gretchen Schwartz riescono ad individuare in una geniale puntata (tra le tante) di Breaking Bad. L’anima. “È sempre questione di chimica”, dice Walter. Di cloruro di polivinile, perché no? Una sostanza che viene fisicamente impregnata di un suono che potrà scalfirsi, potrà acquisire fruscii con l’invecchiamento, ma non potrà mai svanire. Un suono che puoi toccare, sfidando i sensi dell’uomo. Un ponte tra udito e tatto, passando per udito e olfatto: un’esperienza extrasensoriale, la fusione di più organi che si intrecciano verso un fine più alto. Questo la musica in supporti alternativi non la può dare. Oggi si elogia l’alta qualità che si rimette semplicemente ad una maggiore frequenza di zero e uno, un flusso freddo e calcolatore in cui l’anima viene totalmente alienata (in quanto incodificabile) lasciando uno scheletro insulso in balia di rigorosi studi matematici relativamente a bitrate, dimensione e formato. Ma di cosa stiamo parlando?

Sarebbe come giudicare quadri di una pinacoteca servendosi di una foto jpeg e del contagocce di Paint. Non ha alcun senso e non sta né in cielo, tra gli déi del rock, né in terra, tra i giradischi. La perfetta classicità greca, tramutata in un discobolo di vinile che rotea alla teologicamente appropriata velocità di 33,333… giri ha vita propria in un universo esterno a quello dell’informatica del XXI secolo. L’amore degli appassionati, sia esso una moda, sia esso un ritorno all’alta fedeltà, porta solo una ventata di aria fresca direttamente dal passato. Un viaggio temporale tra il vintage e la contemporanea consapevolezza del valore dei supporti analogici.

Il progresso in questo campo ha facilitato il raggiungimento di tutto l’universo musicale a tutto l’universo degli ascoltatori, ma ha senza dubbio sostenuto sacrifici e perdite durante il tragitto. Nessuno però ci obbliga ad accontentarci di un 256 kbit per secondo di Spotify: possiamo avere una autentica vibrazione dell’etere che ci circonda, trasmetterla al nostro cervello e riconciliarci con una realtà ahinoi contaminata da una buona dose di alienazione e di frenesia. Perché il vinile è anche questo, è un antidoto per l’apatia collettiva che tutto permea senza pietà, una via di fuga dall’oscuro tunnel dell’approssimazione, dell’accontentarsi a ciò che si ha, senza avere un misero grammo di coraggio in corpo. Quando è così ben venga il Record Store Day, ben vengano i bambini che sventolano nei negozi di dischi “Dark Side Of The Moon” o “London Calling” in 33 giri. Ben vengano gli artisti che ristampano chicche del passato perdute nell’oceano delle creazioni, oppure gli artisti emergenti che spingono ancora per il formato LP. Ben venga perché se davvero si vuole contrastare la pirateria, l’acquisizione più facile ed economica della musica, la strada da seguire è quella del polivinilcloruro. Paradossale, certo, ma una consapevolezza astratta non può che viaggiare per un veicolo astratto. L’elevato costo del vinile rendono il suo acquisto un sacrificio, uno sforzo non indifferente, dando valore materiale al prodotto acquistato. A differenza di un file che releghi in una cartella, il vinile vuole essere curato, vuole le stesse attenzioni di un neonato.

Il vinile è una ragazza sofisticata, intelligente e bellissima, che non si concede al primo che passa, ma solo all’uomo che dimostra di amarla davvero, di un amore che non vede gelosia o litigi. Semplicemente si tratta di una relazione, e come tale pretende una certa delicatezza nel posizionare il disco sul piatto, tempo dedicato alla cura della puntina, ore passate a pulire, solco per solco, il proprio piccolo tesoro. Allora, di nuovo, ben venga il vinile, essenza primitiva della musica, unica via per ridare dignità all’industria e alla produzione musicale.