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Ai più la sigla “4AD” non dirà assolutamente niente. Del resto, 4AD non significa nulla: è solo una miscela dadaista con un numero e due lettere in maiuscolo. Eppure, con questo nome, dal 1980 a oggi, sono usciti alcuni fra più fini e struggenti capolavori nella storia della musica indipendente. Veniamo al dunque: 4AD è un’etichetta discografica fondata a Londra nel 1979 dai britannici Ivo Watts-Russell e Peter Kent, proprietari di un negozio di dischi della Beggars Banquet, una label indipendente londinese. «Io ero i Roxy Music e lui Captain Beefheart – ha confidato Kent al Guardian – ma apprezzavamo comunque l’uno lo stile dell’altro». I due avevano iniziato a raccogliere qualche demo di band emergenti che conoscevano fra gli scaffali di dischi. Le loro competenze vengono presto notate da Mike Mills, boss della Beggars, il quale li invita a fondare una piccola etichetta, concedendogli un prestito di duemila dollari. Nasce così la Axis Record, che deve però cambiare subito nome a causa di un’omonimia con un’altra casa discografica: Ivo e Peter optano per “4AD”, termine senza significato ispirata a un bollettino pubblicitario: la 4AD, spiega Kent, non doveva riflettere «nessuna ideologia. Era solo musica».

Secondo l’accordo iniziale, la 4AD doveva essere una sorta di banco di prova per i musicisti esordienti: i migliori sarebbero poi passati alla Beggars Banquet. Non sarà così: con un budget infimo, soprattutto grazie all’intuizione di un genio schivo, buddista e depresso come Ivo Watts-Russell, la 4AD avrebbe portato alla ribalta i migliori esponenti del dream pop, contribuendo a creare di fatto un intero filone musicale influente in tutto il mondo. Il primo successo arrivò grazie all’uscita di In The Flat Field, degli inglesi Bauhaus, capolavoro gothic rock dei Bauhaus di Peter Murphy e soci. Nel 1981 Kent vende la sua quota a Watts-Russell, deciso ad abbandonare il business della musica, su consiglio del suo medico («troppo stress, troppa droga») e ad aprire un ristorante salutista prima in Spagna e poi a Londra.

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Rimasto solo, Ivo Watts-Russell inizia a forgiare la 4AD a sua immagine e somiglianza, come una proiezione della sua psiche. Grazie ai suoi artisti, selezionati con cura, la label inizia a farsi conoscere in tutto il mondo, diventa garanzia di qualità e sinonimo di un mood malinconico, fatto di musiche tristi e di atmosfere intimiste e sempre più cupe. In nessun altro caso la 4AD diventa lo specchio del suo fondatore, in grado di acquisire un’anima propria e riconoscibile almeno quanto i musicisti che produce. L’etichetta assume un’identità forte anche per l’eleganza e la creatività degli artwork degli album e dei cofanetti e per le copertine visionarie del graphic designer Vaughan Oliver, fortemente voluto dal fondatore.

Nel 1999 Ivo vende la sua quota alla Beggars Banquet e nel 2007 è Simon Halliday a prendere il controllo dell’etichetta. Nonostante l’abbandono del suo demiurgo, la 4AD ancora oggi continua a rimanere fedele alla sua anima e ancora vitale grazie a giovani musicisti e band di successo come Bon Iver, St. Vincent e Beirut. Dal post-punk alla new wave, dal cantautorato al dream pop, la 4AD in tutti questi anni ha scoperto artisti veri e di straordinario talento, pur inaccessibili al grande pubblico e quanto mai anticonvenzionali e distanti dalle logiche della musica commerciale. Molte delle loro opere rimarranno nelle pagine della storia della musica, così come il nome della 4AD e di Ivo Watts-Russell. Claire Bocuher, alias Grimes, cantautrice fra i più giovani arruolati dalla label, ha dato forse la definizione più originale, sostenendo che se l’industria musicale fosse rappresentata dai Simpson, la 4AD sarebbe senza dubbio Lisa:

Non è la più popolare della famiglia, ma è senza dubbio la più intelligente, la più cool, la più sovversiva. La 4AD non sceglie le sue band a caso, ha un gusto tutto particolare e dà molto spazio alle donne

Dopo aver tracciato in breve la storia della 4AD, tentiamo un breve viaggio attraverso suoi 37 anni di vita con dodici brani di altrettanti artisti rappresentativi. Si tratta di una lista incompleta che inevitabilmente esclude qualcuno (dai Rema-Rema ai Modern English, dai His Name is Alive ai Camera Obscura), ma può essere un utile punto di partenza per chi vuole inoltrarsi in questo sottobosco musicale pieno di tesori nascosti tutti da scoprire.

Ivo Watts-Russell, fondatore della compagnia

Ivo Watts-Russell, misterioso fondatore dell’etichetta

 

Bauhaus – In the Flat Field (1980)

Uno dei primi album pubblicati dall’etichetta inglese è una pietra miliare del gothic-rock e della storia della musica. In The Flat Field è un capolavoro di nove tracce dark che uniscono il post-punk al glam-rock. Il frontman Peter Murphy sembra un personaggio uscito dal Rocky Horror Picture Show: la sua voce enfatica e magnetica intona parole in latino in Stigmata Martyr o si trascina in una sorta di danza macabra in God in an Alcove. Pur non ricevendo all’inizio una buona accoglienza dalla critica, il disco d’esordio dei Bauhaus conquista presto la vetta delle classifiche indipendenti e soprattutto apre una nuova era. La piccola etichetta indipendente 4AD si fa così notare per la prima volta in ambito internazionale.

 

This Mortal Coil – Song to The Siren (1984)

This Mortal Coil è stato il progetto musicale di Ivo Watts-Russell, fondato nel 1983: si tratta di una sorta di superband formata da membri di diverse band della 4AD. Il collettivo, pur cambiando ogni volta quasi tutti i suoi membri, ha prodotto quattro album nel giro di 14 anni: It’ll End in Tears (1984), Filigree & Shadow (1986), Blood (1991) e …smile’s ok, realizzato come The Hope Blister. Certo, non tutti i brani sono dei capolavori, ma i primi due album sono due autentiche gemme del dark e del dream pop. Nel disco d’esordio spicca la cover di Song to the Siren (l’originale è di Tim Buckley) cantata da Elizabeth Fraser, voce dei Cocteau Twins. Il risultato è da brivido.

 

Cocteau Twins – Ivo (1984)

Treasure è forse il capolavoro assoluto del dream pop. I Cocteau Twins sono un gruppo musicale scozzese formatosi all’inizio degli anni Ottanta e composto da tre membri: Liz Fraser (voce), Robin Guthrie (chitarra e drum machine) e il polistrumentista Symon Raymonde, poi sostituito da Will Heggie. In Treasure il canto etereo della Fraser, una delle voci più suggestive di sempre, sembra guidarci nel profondo degli abissi, con i suoi sussurri e le sue litanie angeliche e spesso incomprensibili. Ivo, prima traccia del disco, è dedicata proprio a Watts-Russell.

 

Dead Can Dance – Avatar (1985)

Con i Cocteau Twins, il gruppo di punta dell’etichetta di Watts-Russell di metà anni Ottanta sono senza dubbio gli Dead Can Dance. Si tratta di un duo anglo-australiano formato da due geni riconosciuti della musica: Lisa Gerrard, contralto, e Brendan Perry, baritono. Sempre diversi e multiformi, non sono inquadrabili in un solo genere: la loro musica è darkwave, dream-pop, ma anche world-fusion e gothic-rock; in Aion (1990) combinano i mantra della musica sacra cristiana alle lingue morte, come l’inglese e l’aramaico antico, in Spiritchaser (1996) si fondono suoni etnici e tribali. Nati nel 1981, i DCD hanno finora pubblicato otto album studio. Forse il più riuscito di tutti è Spleen and Ideal, che supera le loro radici più oscure per regalare al mondo canzoni di rara bellezza. Avatar è una di queste. Il gruppo si è sciolto nel 1998, per poi riunirsi nel 2005 e poi nel 2011, per un nuovo album e un tour mondiale. Lisa Gerrard si è fatta notare al grande pubblico anche da solista, prestando la voce nella colonna sonora del film Il Gladiatore di Ridley Scott.
 

 

Throwing Muses – Hate My Way (1986)

Riprendendo ancora le parole di Claire Boucher (alias Grimes), «la 4AD ha sempre dato molto spazio alle donne». Non poteva dunque non ospitare una delle migliori (e pochissime) band al femminile, capitanato dalle due cantanti Kristin Hersh e Tanya Donnelly, autrici di tutte le canzoni. Sono i Throwing Muses (traducibile con “muse in rivolta”), nati nel 1981 a Newport, Rhode Island. Tra gli esponenti più atipici del rock alternativo a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, sono conosciuti per il loro ritmo mutevole, le creative progressioni di accordi e per le loro atipiche strutture delle canzoni. I loro testi parlano senza peli sulla lingua di temi come il sesso e la quotidianità ma anche le relazioni tormentate e le malattie mentali; a volte i versi diventano molto più criptici e surreali. Hate My Way, contenuto nell’album eponimo d’esordio, è di certo una delle loro canzoni più energiche e arrabbiate: «I could be a sad lover / And hate death / I could be a neuro / And hate sweat / No / I hate my way».

 

Pixies – Where is my Mind? (1988)

I Pixies sono un’eccezione nell’atmosfera dark e dream-pop dell’universo 4AD. Nati nel 1986 per volontà di Black Francis (voce e chitarra), Kim Deal (basso), David Lovering (batteria) e Joey Santiago (chitarra), sono considerati oggi una delle band americane più importanti e influenti del rock alternativo americano. L’opera d’esordio, Surfer Rosa, prodotto con poche migliaia di dollari, diventa subito un successo, precursore di capolavori garage roc, noise, surf e power pop. L’album è uno dei più venduti di sempre dell’etichetta e Where is my Mind? un inno generazionale conosciuto e cantato in tutto il mondo.

 

Red House Painters – Katy Song (1993)

Dall’alternative rock al cantautorato più puro, intenso, che penetra nelle viscere. Down Colorful Hill (1992) è uno dei dischi d’esordio più sorprendenti di sempre, per opera di una piccola band sconosciuta nata appena tre anni prima a San Francisco. La voce calda e già matura di Mark Kozelek (che 10 anni dopo darà vita a Sun Kil Moon) ci accompagna per mano in sei lunghe e struggenti tracce, dalla melanconica Medicine Bottle a Lord Kill the Pain, una suadente preghiera cantata. Il secondo album, Rollercoaster (1993), pur non raggiungendo le vette del primo album, rimane un’opera di profondo lirismo. E contiene Katy Song, forse la canzone più conosciuta della band statunitense.
 

 

Lisa Germano – Cancer of Everything (1994)

La statunitense Lisa Germano, misconosciuta al grande pubblico, è considerata fra le più grandi cantautrici in circolazione. In oltre venticinque anni di carriera ha prodotto dischi bellissimi e tormentati. Il suo capolavoro assoluto è Geek the Girl, dove i sussurri infantili di Lisa, accompagnati dal suono dell’inseparabile violino o dal pianoforte, dà forma ai suoi turbamenti. Tra ipocondria, depressione e violenze, la 58enne di Mishawaka, Indiana, raggiunge livelli di intimismo e profondità raramente sfiorati dai contemporanei. Cancer of Everything è una filastrocca malata dove come una bambina si immagina di provare dolore fisico per ricevere più attenzioni da parte della gente. «Oh, I don’t feel so good…».

 

Blonde Redhead – Misery is a Butterfly (2004)

Facciamo un salto avanti di dieci anni, verso il periodo d’oro dell’indie rock. I Blonde Redhead uniscono il bel canto ai riff di chitarra elettrica, mescolando con sublime armonia le influenze più disparate. La loro musica, espressione delle gioie e dei turbamenti intimi e condivisi in un mondo in continua evoluzione, è prodotto di un gruppo che più cosmopolita non si può: la giapponese Kazu Makino (voce e chitarra elettrica) e i gemelli italiani Amedeo (voce e chitarra) e Simone Pace (batteria), i quali hanno iniziato a suonare insieme dal 1993 nella metropoli di New York. La voce acutissima e quasi aliena di Makino si libra in una ballata decadente come una fatina ebbra nella desolazione urbana.

 

St. Vincent – The Strangers (2009)

Un altro disco, un’altra donna. Questa è la suadente e talentuosa  St. Vincent, al secolo Anne Erin “Annie” Clark, nata a Tulsa, il secondo maggior centro dello stato dell’Oklahoma. Genio prodigio, appena ventenne ha fatto parte della band di Sufjan Stevens, prima di esordire a 25 anni con l’album Marry Me, seguito due anni dopo da Actor, che inizia proprio con questa canzone. La sua disarmante bellezza forse l’ha aiutata a farsi notare dal grande pubblico, ma il suo valore è riconosciuto all’unanimità dalla critica. Negli ultimi anni ha aperto i concerti di artisti come Television, Andrew Bird, Death Cab For Cutie e Arcade Fire. Ha lavorato con Bon Iver, nella canzone Roslyn, apparsa nella colonna sonora di Twilight Saga: New Moon. Nonostante la fama, è rimasta sempre fedele a se stessa e alla sua arte.

 

Scott Walker – The Escape (2006)

Per chi non lo sapesse, Scott Walker è un mostro sacro della storia della musica, con una carriera di altissimo livello che non ha nulla da invidiare ai colleghi più blasonati. Ha iniziato da teenager negli anni Sessanta con il trio di finti fratelli The Walker Brothers, con cui ebbe un notevole successo grazie a canzoni pop e orecchiabili. Da teen idol idolatrato da schiere di ragazzine, Walker divenne un cantautore di classe nei primi album da solista, grazie alla profondità dei testi e alla sua voce calda e suadente. Dopo un lungo periodo di silenzio, il compositore dell’Ohio ha sorpreso tutti con Tilt (1995), capolavoro uscito per 4AD, un disco oscuro e dal ritmo malato, che portava le ferite tangibili della depressione che lo travagliava da anni. Se possibile, The Drift (2006), è ancora più distorto, criptico e sconcertante: non c’è quasi più la forma canzone, solo suoni dissonanti e i lamenti sconvolti di un Walker ormai vecchio, come un grande orco che grida richieste d’aiuto dalla profondità di una grotta inaccessibile.

 

Bon Iver – Beth/Rest (2011)

Bon Iver ormai è di moda. Il gruppo indie folk fondato nel 2007 dal cantautore Justin Vernon ha stregato tutto il mondo, partendo dal disco d’esordio For Emma, Forever Ago (2007). Il secondo lavoro, Bon Iver, Bon Iver, ha avuto ancora più successo e l’uscita dell’ultimo album, 22, A Million, uscito l’anno scorso, è stato un vero e proprio evento molto atteso. La calda voce di Vernon unita a sonorità tra l’elettronico e l’ambient trascina l’ascoltatore in brani rarefatti, eterei, come se trasferiti da un’altra dimensione. La fortuna di Bon Iver è stata un dono del cielo per la 4AD, che dopo quasi trent’anni riesce ancora a sopravvivere rimanendo una fucina di talenti viva, creativa e fedele a se stessa, senza lasciarsi tentare dalle logiche più redditizie della musica mainstream. L’etichetta fondata da Watts-Russell e Kent, dal 2007 sotto la direzione di Simon Halliday, ha scoperto alcuni fra i cantautori e i gruppi più inventivi, raffinati e profondi mai esistiti. Chi sarà il prossimo talento che uscirà fuori dal loro magico cilindro?