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Simona, è da oramai parecchi anni che canti. I tuoi riferimenti pop, rock e folk sono evidentissimi nelle cover da te proposte, sia in lingua italiana che inglese: ci puoi nominare alcuni dei tuoi grandi riferimenti musicali?

Principalmente sono due: una italiana, Carmen Consoli, ed una americana, oramai scomparsa, ovvero Janis Joplin. Di Janis in realtà adesso non faccio nessuna cover, di Carmen una. Anche Amy Winehouse è un grande riferimento. Le due cantanti purtroppo sono morte in modi simili, mentre per fortuna l’italiana è ancora sana e speriamo lo sia a lungo!

Quanto la Calabria, rappresenta un punto di riferimento nella tua composizione?

Poco, perché al momento ho solo una canzone in calabrese, che proviene dalla mia terra, di mia composizione. Ad ogni modo, una parte del mio repertorio è dedicato alla musica popolare del sud, non solo calabrese. Una realtà che ho scoperto da pochi anni, prima non cantavo molte canzoni popolari e devo dire che mi viene molto bene a quanto mi dicono. La sento come una realtà radicata dentro di me e mi trovo molto a mio agio con questa.

Durante la tua carriera ti sei imposta su parecchi scenari musicali indipendenti e non: dalla gara musicale Starlight del sito Bewons, al FiumeRock, alla gara musicale della Feltrinelli fino successo del Festival Pub Italia. Quanto consideri importanti i palchi musicali nazionali e perché?

Alcuni sono importanti. Penso al Musicultura o al Premio Tenco. Sono importanti perché danno la possibilità di mettersi in discussione soprattutto quando si crea della musica, originale, quando si desidera far conoscere le proprie composizioni. Questi palchi che ho nominato sono ben organizzati, hanno una buona giuria ed artisti validi, quindi è bene partecipare a contest musicali di questo tipo. Poi ci sono altri tipi di palchi, come quelli dei talent show. Nel mio caso, sono stata molto spinta a partecipare ai provini di alcuni talent. Quando in molti ti dicono che sai cantare, allora devi partecipare. Ti dirò, è stata una sorta di esperienza antropologica: dalla fila lunga ore, alle attese snervanti per essere giudicata in un minuto da un tale di cui non conosco nemmeno l’identità, probabili vocal coach o insegnanti di canto. Però, sono andata a provare solo perché mi trovavo a Roma, se fossi stata in Calabria non avrei attraversato mezza Italia per andare a fare un provino. Venni contattata per partecipare a The Voice, tramite facebook; mi mandarono un messaggio e io pensai che si trattasse di uno scherzo! Poi mi resi conto che era la produzione originale, quindi andai a fare il provino, senza però essere selezionata. In futuro non penso di prestarmi di nuovo ai talent. Queste piattaforme hanno aspetti sia positivi che negativi, però bisogna capire che non sono l’unico modo per darsi visibilità, anche se permettono l’apertura di numerose porte anche solamente con una piccola partecipazione. Soprattutto oggi dovremmo mettere in discussione il ruolo dei Talent e consigliare ai colleghi che provengono da quelle realtà di non montarsi troppo la testa!

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La tua formazione inizia come autodidatta, per poi passare alle scuole professionali di canto sotto la supervisione di numerosi professionisti. Ebbene cosa pensi di aver appreso e disimparato durante la tua formazione?

La mia formazione professionale risale a due anni fa, a ventisette anni, quando, dopo la laurea al DAMS, decisi di iniziare a studiare canto. Potessi tornare indietro inizierei l’accademia a diciotto anni. Iniziai come autodidatta a suonare e a cantare, però, il mio pallino era quello di studiare seriamente musica e canto. Sentendo tutte quelle cantanti che uscivano fuori con quelle voci impostate decisi di intraprendere questo percorso dopo; scelsi un’accademia molto seria, un bellissimo ambiente, si chiama Percentomusica, qui a Roma. In questo ambito, ho capito che lo studio del canto va di pari passo con la gestione del proprio corpo, si tratta di esercitarsi, esattamente come in una qualsiasi disciplina sportiva. Il tuo corpo deve assumere una determinata posizione che solo un insegnante ti può trasmettere. Non riesco a trovare nessun fattore negativo da legare a questo tipo di formazione, poi certo, dipende sempre dalle persone con cui ci si trova a studiare e da cui si apprende, bisogna trovare il posto giusto e le persone giuste. Il contesto in cui sto crescendo è estremamente valido, non è solo didattica, ma c’è tanto spessore umano.

Hai un repertorio musicale vasto e disparato, tuttavia non si può fare a meno di notare che solo tre dei brani sono scritti e arrangiati direttamente da te. Come mai in così tanti anni ti sei trattenuta così tanto?

In realtà non avevo mai pensato a scrivere delle canzoni, sono stata spronata da un’altra persona. Vivevo a Pisa e avevo finito l’università da più di un anno, quel momento in cui devi decidere cosa fare della tua vita. Mia cugina, laureata in filosofia che viveva insieme a me, mi esortò a scrivere delle canzoni, o almeno di provarci, così fra un giro armonico e l’altro mi venne consigliato di buttare giù un flusso di pensieri, da cui poter poi estrapolare qualcosa di utile. Da questa esperienza nacque “Una volta in più” una delle mie canzoni. Le mie canzoni inedite sono state sostanzialmente scritte a quattro mani, ma la parte musicale è tutta derivante dai miei studi. C’è ancora del lavoro di studio e d’arrangiamento da fare, però mi piacerebbe in futuro pubblicare le mie canzoni su di un EP e poi dedicarmi alla scrittura di nuovi brani.

Dobbiamo soffermarci sulla questione della lingua: quanto è importante per te il dialetto nella produzione? Ti piacerebbe scrivere altre canzoni in stampo calabro folk?

Mi piacerebbe moltissimo. Il dialetto è importantissimo perché è una ricchezza, chi parla il dialetto e la propria lingua madre è a tutti gli effetti bilingue (Fra le compiaciute risate si aggiunge Anna con un: “Siamo poliglotte” mentre prepara i piatti di carbonara) è molto importante perché è un modo diverso per esprimersi. Mi ritengo fortunata perché provenendo dalla Calabria, con la sua forte tradizione musicale anche a livello di strumenti e di contaminazioni, fra Greci, Arabi e Spagnoli, ci si sente pienamente mediterranei e la musica popolare della mia terra ne è un grande risultato. Ogni paesino ha il suo dialetto ed io cerco di fare un’unione di questi. Spero proprio che sempre più giovani artisti inizino a riutilizzare i dialetti della loro regione.

In uno dei tuoi testi, “Strambo e Ligina”, nomini due personaggi: Simona e Pasquino. Ci puoi raccontare chi sono e in che contesto musicale li hai inseriti?

Simona e Pasquino sono i protagonisti di questo racconto. Strambo è amico di Pasquino mentre Ligina è amica di Simona, i due decidono di farli incontrare. Si decide di portarli a fare una passeggiata in un giardino, qui si capisce che fra i due appena incontratisi c’è del tenero, così Simona e Pasquino decidono di appartarsi. Pasquino tira fuori da un cestino di cibo una foglia di salvia e la trangugia, finendo però a terra soffocato. Simona grida per richiamare l’attenzione degli altri due, ma nel frattempo Pasquino muore. Strambo e Ligina arrivati sul posto accusano Simona di averlo ucciso, ma questa si professa innocente. Capendo che non c’è via di scampo, anche lei ingoia una foglia di salvia e muore soffocata. Una storia tristissima che fa parte di quelle novelle inserite negli amori infelici del “Decameron” di Boccaccio, da cui ho preso ispirazione. La musica risulta allegra e piacevole, la gente sta bene quando l’ascolta, però in realtà il testo non lo è per nulla! Io lo vedo come una sorta di elogio all’amore puro e non carnale. La salvia in questione era cresciuta in un terreno avvelenato, per questo entrambi i personaggi muoiono così velocemente. Sono rimasta incuriosita da questa novella, principalmente per l’omonimia con la protagonista, per questo decisi di trasporla musicalmente.

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Parliamo di “Era ‘na sira” la tua canzone in dialetto calabrese: raccontacene brevemente la storia.

Una storia vera, accaduta nel paese di mia cugina vicino al mio, giusto qualche anno fa. Parla di una donna di quarant’anni, ancora a casa con i genitori, innamoratasi di un uomo, noi abbiamo aggiunto che l’uomo era sposato quando in realtà non è vero. La donna, per incontrarsi con quest’uomo, usciva dal balcone di casa di nascosto tramite una scala, senza che il padre sapesse nulla, però in molti la vedevano, divenendo una sorta di attrazione per i compaesani. Noi aggiungemmo dopo l’ipotetico scenario della scoperta da parte del padre, delle sue preghiere alla madonna per non indurre più la figlia a rivedersi con l’uomo in questione, nella speranza che potesse per sempre rimanere vergine fino alla morte. (Leggiamo assieme il testo della canzone in calabrese). Essendo una storia in gran parte vera, si presta benissimo all’ambito folkloristico e dialettale.

Sei giovane ma pur sempre una donna. Quali sono le tue aspirazioni per il futuro, hai voglia di portare le canzoni della tua terra magari all’estero? Se sì dove?

Spero di sì! Sarebbe un sogno andare a suonare in giro, che sia il resto dell’Europa, il Nord o il Sud America, vedremo!

Quanto il corredo sentimentale, gli affetti e le storie amorose hanno influito sulla tua produzione?

Zero, anche perché nel mio repertorio di inediti e cover non ce ne sono! Sembrerò un’eccezione. Molto spesso mi chiedono di fare canzoni d’amore, in caso ne faccio, ma sull’amore triste (Ridacchiano le due, quando Anna prende la parola esclamando: “Cuore di pietra!” e giù a ridere) Le canzoni che canto devono piacermi a livello di testo e di musicalità. Se fossi stata influenzata dai punti da te proposti oggi avrei cantato e scritto solo di canzoni d’amore mielose. L’amore universale verso il mondo, verso la natura, verso la famiglia e il genere umano, quello sì che mi ispira, ma non solo l’amore inteso come relazione sentimentale…Cuore di pietra! (Giù a ridere).

Hai sia una voce limpida e forte che un’ottima abilità a suonare la chitarra, due qualità affinate con tempo e dedizione. Saresti interessata a suonare nuovi strumenti e a testare nuovi tipi di canto?

Sì! Tre anni fa quando feci un trio musicale mi ero creata una percussione con uno shaker, un tamburello e un piccolo bongo. Mi piacerebbe molto suonare meglio il pianoforte, oggi lo “strimpello” e basta. Anche per il canto vale la stessa cosa: studio ma non canto il jazz, mi piacerebbe magari cantare della bossanova, chissà.

Chi in questo tuo percorso artistico vorresti maggiormente ringraziare?

Tutte le persone che mi hanno spronato a non mollare, anche coloro che mi hanno consigliato di lasciar perdere e di trovarmi un lavoro serio. Ma, avendo questo talento, posso unire le due cose, che sia lo studio o un lavoretto, viviamo in Italia d’altro canto. Quindi sento di dovere molti ringraziamenti agli amici e ai miei genitori, i quali volevano un’altra carriera per me, senza considerare che da parte di mia madre c’erano tantissimi musicisti e cantanti. Senza i miei amici non avrei mai trovato bellissimi posti in cui poi mi sono esibita ad esempio.

Tu canti principalmente solista, ma ti piacerebbe avere un tuo gruppo?

Suono sia sola sia insieme al mio fedele amico chitarrista Fabrizio Del Marchesato, con il quale c’è una grandissima intesa. Quest’estate ho suonato con un quartetto, ma nel momento in cui avrò altri pezzi su cui sarà possibile lavorare insieme, allora potrò avere un gruppo.

 Lascio a te le considerazioni finali, parole in libertà!

Grazie mille a te e ad Anna per la meravigliosa opportunità (Interviene Anna con un: “I calabresi so’ piezz ‘e core”) sempre e comunque Calabria Caput Mundi!

 

Diventate anche voi sostenitori e seguaci della solare ed abilissima cantautrice calabrese. Simona riesce ad unire perfettamente i ritmi pop italiani più noti alle più gradevoli e conturbanti atmosfere strapaesane e difficilmente reperibili nelle realtà urbane. Già affermatasi su numerosi palchi, non ha ancora abbandonato le pedane più piccole, dandoci l’opportunità di poterla ascoltare ancora in numerose realtà di Roma, dai locali più di nicchia come il Baol Pirates Social Club al Mangiarte, fino alle competizioni più fruibili dal vasto pubblico della musica indipendente.