La plumbea cupezza di un decennio di insanabili contraddizioni, lacerato da contrapposti sogni di palingenesi socioculturale e artistica cullati all’ombra di una bieca violenza, non poteva non concludersi nel dolore e nella polvere di speranze infrante, disilluse dalla reazione fattiva e trionfante del Potere. E il 1979 italiano è forse l’anno dove meglio si estrinsecano le dinamiche folli e decadenti di una generazione indottrinata e sconfitta. Gli italiani assistono attoniti e quasi rassegnati alla ormai quotidiana danza della morte celebrata all’ora di pranzo dal Telegiornale. Nuove mattanze rosse e nere, omicidi “eccellenti” come quelli del Commissario Boris Giuliano e del giudice Cesare Terranova ad opera della rampante e spietata Cosa Nostra di Riina e soci, l’assassinio, celato dall’ormai usuale coltre di nebbia “statale”, dello scomodo direttore di OP Mino Pecorelli compongono la sciarada crudele e orrida che scoraggia e inquieta l’Italia che resiste cantata proprio in quell’anno fatale da Francesco De Gregori.

Al contempo però gli abitanti del Bel Paese possono assistere seduti sulle poltroncine dei cinematografi all’esordio di Carlo Verdone col delizioso Un Sacco Bello e alle cupe e disturbanti atmosfere del kolossal di F.F. Coppola Apocalypse Now, ridere con l’arguzia di Woody Allen e la genuina ruspanteria di Terrence Hill e Bud Spencer, ballare trascinati dal ritmo made USA dei Bee Gees, dei Sister Sledge e degli Earth Wind & Fire, andare un concerto dei Pooh, di Antonello Venditti o di Umberto Tozzi o anche attendere smaniosi l’imminente uscita sul finire dell’anno del masterpiece floydiano The Wall, meraviglioso e destabilizzante suggello d’un decennio complicato, cupo e potente. È all’interno di periodi di così stridente contraddittorietà che emerge il vero talento, la vera capacità di estrarre l’universale da piccole storie, piccoli squarci di vita.Chi mostra in questo 1979 di essere in possesso, senza ombra di dubbio, di queste qualità è il Comm. Domenico Sputo alias Avv. Alvaro Tritone alias il Ragno o più semplicemente Lucio Dalla. Con l’omonimo album e con Banana Republic (album live in collaborazione con Francesco de Gregori e frutto della fortunatissima tournée estiva dei due) per Dalla si aprono le porte dell’empireo musicale italiano dimostrando che no, Com’è profondo il mare (1977) – album che per la prima volta oltre la musica presentava anche i testi ad opera dell’artista felsineo – non era stato un successo frutto del caso o di favorevoli congiunzioni astrali.

Lucio Dalla è un album che trova il suo filo conduttore principale nella musica, composta senza eccessivi virtuosismi ma irrobustita da arrangiamenti funzionali e azzeccati riesce, tramite assoli essenziali ma incisivi (specialmente quelli di Portera), groove di basso travolgenti (Stella di Mare su tutti), pianoforte e batteria che dettano ora ritmi incalzanti ora delicati, a ergersi sempre qual perfetto contraltare e mai come semplice riempitivo agli evocativi testi del cantautore bolognese. Sicuramente il merito di questo connubio riuscito va, oltre che al suo principale artefice, anche ai suoi collaboratori particolarmente ispirati. In primo luogo brilla il sempre presente Ron che si destreggia tra chitarre, cori e piano – e firma anche le musiche di Cosa Sarà, unico pezzo non musicato da Dalla – e il nucleo storico degli Stadio – Ricky Portera (chitarra elettrica) Marco Nanni (basso) e Giovanni Pezzoli (batteria) – senza dimenticare l’orchestra d’archi del maestro Reverberi e l’incursione nella sopracitata Cosa sarà di Francesco de Gregori. Se la musica è quindi l’asse portante, il muro maestro della struttura del disco, i testi ne rappresentano certamente gli affreschi e le rifiniture di pregio; Dalla riesce infatti a tratteggiare con una grande sensibilità poetica immagini della vita reale, ansie e malinconie profonde che emergono al calar del giorno e al sorger della luna, città cupe, persone di piombo e visioni oniriche.

Anna e Marco è un piccolo gioiello, una fiaba dei nostri giorni che racconta di due giovani di periferia , dei loro sogni infranti, delle malinconie, del loro incontrarsi e dell’amore che forse potrà colmare i vuoti e le angosce che li accompagnano; testimone silenziosa ma concreta di tutto ciò è la Luna, simbolo sempre presente nell’universo poetico di Dalla. Milano è una lucida istantanea al ritmo di bossa nova della città meneghina e delle sue contraddizioni sempre in bilico tra Europa e Italia, capace di suscitare emozioni viscerali ma contrastanti  (“Milano sguardo maligno di Dio /zucchero e catrame/ Milano ogni volta che mi tocca di venire/ mi prendi allo stomaco/ mi fai morire”) ma in che fin dei conti rimane misteriosa. Tango è un invito alla semplicità, alla lentezza, alla capacità di godere i piccoli aspetti del quotidiano per riuscire forse tramite quelli a ottenere una chiave interpretativa più genuina del reale. Stella di Mare e Notte sono due struggenti elegie notturne. La prima con un crescendo rockeggiante mozzafiato trasmette le ansie di un innamorato che non si sente all’altezza dell’amata, la seconda è una ballata malinconica ma criptica e ricca forti immagini simboliche che lasciano il segno nel profondo. L’anno che verrà è il manifesto dalliano per eccellenza, arrangiamento e tessitura musicale ai limiti della perfezione, testo che racchiude tutte le ansie del presente (“Si esce poco la sera compreso quando è festa/ e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra”) e preconizza il decennio successivo dominato dal disimpegno e dalla propaganda mediatica ma riesce nel finale a regalare uno sprazzo di speranza. L’ultima Luna è, infine, forse il testo più enigmatico di tutto l’album con un’atmosfera tra il farsesco e l’apocalittico in cui la Luna, ormai immancabile presenza, assiste a tutte le nostre miserie; i richiami che fornisce la canzone sono innumerevoli da immagini grottesche a scenari onirici, da un’idea di ciclicità all’insegna del numero sette, chissà forse ispirata dalla cosmogonia indù coi sette Manvantara o dalla ritualità del 7 nella dottrina teosofica (di cui Dalla sembra fosse un curioso lettore), a infine la chiusura che ricorda l’archetipo junghiano del Puer Aeternus o forse il surreale e immaginifico finale del kubrickiano 2001: Odissea nello Spazio.

In definitiva Lucio Dalla, insieme al precedente Com’è profondo il mare e al successivo Dalla rappresenta non solo l’apice compositivo della produzione musicale del bolognese ma anche una delle vette più alte del cantautorato italiano; uno di quegli album che -se dovessi ritirarmi su un’isola deserta – sicuramente porterei con me.