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Oggi vogliamo parlarvi di un musicista ingiustamente relegato nello “stanzino” buio degli artisti minori, quasi totalmente dimenticato dalla confusa opinione pubblica contemporanea: difficilmente, infatti, vi riuscirà di sentirne le canzoni sulle stazioni radio o di vederne – se non nella programmazione notturna di qualche canale tematico – un concerto in tv: il desaparecido in oggetto risponde al nome di Ivan Graziani. Eppure Ivan è stato un creatore proteiforme, capace di muoversi con disinvoltura tra diverse forme artistiche: non solo eccelso chitarrista ed eclettico autore, ma anche pittore, scultore e addirittura fumettista, disegnatore di strisce che spaziano tra il comico e il grottesco per arrivare finanche all’erotico. E proprio questa sua poliedricità, abbinata a uno spiccato istinto anticonformista e – nondimeno – a un retroterra geografico e culturale di provenienza distante dalle luci della ribalta cittadine, ha fatto sì che l’opera di Graziani percorresse negli anni Settanta un sentiero ancora inesplorato all’interno del bosco cantautoriale italiano.

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Ivan Graziani 1979 – Archivio Rcs

 Fondamentale per questo approccio così dissonante e singolare alla canzone d’autore è probabilmente il terreno di coltura in cui Ivan cresce. La sua giovinezza, nei primi anni ’60, infatti si dipana dapprima a Teramo, in un Abruzzo ancora diviso tra tratturi e trabucchi in cui l’eco delle novità metropolitane arriva distante, per poi spostarsi nelle Marche per studiare ad Ascoli e successivamente nel Montefeltro (dove poi si sarebbe in seguito stabilito in pianta stabile) all’Università di Urbino, ove frequenta l’Accademia delle Belle Arti. È proprio tra Teramo e Urbino che un Graziani adolescente muove i suoi primi passi nel mondo della musica. Nella sua città natale, infatti, Nino Dale, conosciuto sassofonista teramano, lo inviterà, avendone intravisto le grandi qualità, ad unirsi al suo complesso, i “Nino Dale and his Modernists” e con lui Ivan si farà le ossa, girando la regione in lungo e in largo, imbracciando la sua fedele chitarra. Ad Urbino, all’epoca degli studi universitari, darà invece vita a un proprio complesso gli “Anonima Sound”, che risente molto – come tanti altri gruppi del periodo – degli influssi della rivoluzione beatlesiana e con cui otterrà il primo timido successo grazie al 45 giri Fuori Piove”Forte di questo background così diverso e distante dal mondo cantautoriale nazionale di quegli anni che rielaborava gli influssi culturali e le istanze sociali delle città a cui era intrinsecamente legato nelle proprie opere “impegnate”, Graziani riesce dunque a svincolarsi dalla spesso forzata velleità di usare musica come strumento di lotta politica o di denuncia sociale offrendo piuttosto il suo personale punto di vista, ora ironico e graffiante, ora malinconico e nostalgico, sulla vita quotidiana ma soprattutto proponendo un approccio musicale radicalmente diverso da ciò che, fino ad allora, l’Italia musicale aveva da offrire.

La chitarra va amata come forme, se non ami questo lascia perdere. È come una donna, già il nome è al femminile. La chitarra non è il mandolino, il basso, il clavicembalo, il pianoforte, il trombone: è la chitarra. E poi, guarda caso, ha un buco in mezzo. La chitarra ti prende perché è avvolgente, è calda e poi è comoda. Te la porti al mare, in montagna, in macchina: prova a rimorchiare al mare con un pianoforte, portatelo sulla spiaggia. Voglio vedere come cazzo fai.

Già infatti fin dai suoi primissimi lavori da solista – composti tra il ‘73 e il ‘74 – come “Desperation” (con testi in inglese), “Tato Tomaso’s Guitars” (strumentale) e “La città che vorrei” viene alla luce un sound dichiaratemene rock che trae linfa dagli ascolti di Ivan dei mostri sacri del blues-rock made in USA come Muddy Waters, B.B.King e Chuck Berry, ma anche di gruppi british come gli Shadows, gli Yarbirds o i Rolling Stones senza dimenticare i Beatles e i dischi di Jimi Hendrix. Un sound quindi molto distante dalle atmosfere degli chansonniers francesi come Brel o Brassens o da quelle dei folkrockers statunitensi come Dylan, Cohen o James Taylor che monopolizzavano l’estetica  delle varie “scuole” del nostro paese. Questi primi anni e album non garantiranno alcun successo o fama a Graziani, ma metteranno in luce le sue indiscusse qualità artistiche e la sua grande padronanza della sei corde, facendo sì che tantissimi suoi colleghi lo cerchino per collaborazioni e come turnista nei loro album. E proprio un’apprezzata collaborazione con un altro “non allineato” come Lucio Battisti segnerà la svolta decisiva nel percorso artistico di Graziani.

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Ivan con Lucio Battisti, in una splendida foto dello storico fotografo Cesare Monti

La Numero Uno (etichetta di Mogol e Battisti) si offrirà infatti di produrre i lavori successivi dell’artista abruzzese, che in un quinquennio raggiungerà l’apice della sua carriera sfornando degli album (“Ballata per quattro stagioni”, “I Lupi”, “Pigro”, “Agnese dolce Agnese” e “Viaggi e intemperie”) capaci di portare la sua canzone rock in salsa italica al grande pubblico. La verve che raggiunge Graziani in questo lustro gli permette infatti di sfornare hits che scalano rapidamente le classifiche come “Agnese”, “Lugano Addio” o “Firenze (canzone triste)”, tutte dolci ballate che rievocano ritratti di donne amate e atmosfere nostalgiche e malinconiche. Canzoni di grande pregio, sia chiaro, però personalmente il Graziani che troviamo più convincente e innovativo riteniamo sia quello di “Pigro”, “Taglia la testa al gallo”, “Dada”, “Motocross”, “Monna Lisa”, “Fuoco sulla collina” e tanti altri pezzi spesso meno conosciuti. In questi, infatti, Ivan riesce pienamente a dare sfogo a tutto il suo estro dando vita a riff energici e arrangiamenti convincenti nella loro basicità e tratteggiando con il suo inconfondibile timbro vocale piccoli ritagli di vita di provincia, dileggiamenti caustici ma ironici del conformismo e del “ben pensare”, ma anche ritratti caricaturali quasi fumettistici messi in musica e riferimenti mai banali al folklore e alla tradizione popolare coi suoi riti sempre a cavallo tra il sacro e il profano.

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Ivan Graziani con Francesco De Gregori e Antonello Venditti nella seconda metà degli anni Settanta

Dopo questi sforzi creativi, gli anni 80 di Graziani saranno delle montagne russe, dipanatisi tra alti e bassi: a volte infatti sgorgheranno dalla sua penna e dalla sua chitarra lavori convincenti e non troppo distanti dal periodo aureo come “Ivan Graziani”e “Nove”, altre volte invece verranno fuori lavori decisamente meno interessanti ma sempre fruibili. Nonostante questo periodo in chiaroscuro è indubbio però che il lavoro di Ivan, proprio per questa sua abilità nel coniugare canzone d’autore e musica rock, sia stato fondamentale soprattutto musicalmente per molti protagonisti della scena cantautoriale italiana del decennio successivo. Dispiace, ahinoi, che troppo spesso questa sua influenza venga dimenticata o messa senza un valido motivo in secondo piano.

Live in Roma, 1979

Purtroppo di lì a poco, sul nascere del 1997 – l’1 gennaio – nella sua Novafeltria, sarà un tumore al colon con cui lottava da oltre due anni a porre fine al viaggio terreno del poliedrico chitarrista, ma è bello vedere come anche il suo commiato non sia stato privo di quell’ironia e di quella genuina poeticità che aveva pervaso il suo vissuto. Infatti così come un eroe o un condottiero dei tempi andati riceveva solenne sepoltura insieme alle sue armi e alla propria corazza, simboli del suo valore terreno, Ivan volle farsi accompagnare nel suo ultimo viaggio dal suo inseparabile e auto progettato gilet in pelle dotato di un gancio per sostenere la chitarra e dalla sua chitarra prediletta, una Gibson che aveva ironicamente chiamato “Mamma Chitarra”, sperando magari – ci piace pensarla così – che:

“Dio avesse avuto un occhio di riguardo per un suo chitarrista”.