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Provate a immaginare un piccolo fiume carsico che scorre placidamente nelle viscere della terra e che nel giro di breve tempo, ingrossandosi e giungendo in superficie, si trasforma in impetuoso torrente pronto a travolgere ogni cosa per poi infine placarsi tornando alla mitezza originaria insinuandosi nei meandri del terreno, sin quasi a scomparire. Una sofisticata similitudine idrografica appariva necessaria per provare a capire plasticamente cosa sia stato il fenomeno del Progressive Rock all’interno del panorama musicale rock europeo: ma cos’era il Prog?

In linea di massima i tratti maggiormente peculiari di questa nuova corrente o meglio questo nuovo modo di guardare al rock n’ roll sono: il rigetto della classica forma canzone per lunghi brani (“suite”) spesso modulati in più parti; i frequenti cambi di tempo associati a arrangiamenti complessi e a volte magniloquenti;  l’accentuata sperimentazione e commistione a livello strumentistico; le tematiche il più delle volte svincolate dal contesto socio-politico corrente e più orientate a scenari fantastico-favolistici, onirici o psicologici; la creazione di album coerenti a livello tematico (“concept album”) e, in definitiva, il tentativo di fornire una dignità artistica ed estetica ad un genere che fino ad allora era stato cassa di risonanza per le istanze dissacranti e provocatorie di mondo giovanile in fermento.

È difficile dire quando ciò sia veramente venuto alla luce. Per qualcuno la genesi è da far risalire al 1967 coi primi album dei Nice, dei Moody Blues o dei Procol Harum ma per altri l’anno cardine è il 1969, in cui appare In the Court of The Crimson King dei King Crimson, che può a buon diritto essere definitivo il manifesto programmatico dell’intero genere. Quel che è certo è che nel contesto italico, ancora attraversato dall’onda lunga della Beat-mania, il seme “progressive” germoglierà tra il 1971 e il 1972 con la formazione e la pubblicazione dei primi album dei complessi più significativi come la PFM, le Orme e il Banco del Mutuo Soccorso. Sono proprio quest’ultimi e il loro secondo album, il concept “Darwin!” ad essere oggi il tema delle nostre armonie dissidenti.Alla luce dell’odierno scenario musicale mainstream così minuziosamente programmato e stereotipato, è francamente difficile pensare che un gruppo formatosi pochi mesi prima sia stato capace di sfornare due tra le più fulgide stelle del progressive tricolore  (l’omonimo Banco del Mutuo Soccorso , meglio conosciuto come “Salvadanaio” e il sopracitato Darwin!) nello stesso anno, il 1972.

Darwin!, entrando nello specifico, è il primo concept album del prog italiano e come si evince dal titolo la teoria evoluzionistica darwiniana ne è il tema focale. In una continua oscillazione tra la classicità del clavicembalo, la solennità dell’organo Hammond e il caleidoscopio di suoni dipinto dal synth moog emergono i fratelli Nocenzi, Gianni e soprattutto Vittorio – vero deus ex machina del gruppo- i quali insieme a Marcello Todaro alle chitarre, Pierluigi Calderoni alla batteria, Luigi D’Angelo al basso, alla potente e sfavillante voce di Francesco di Giacomo, creatore inoltre delle preziose gemme incastonate dei testi,  riescono a imbastire una superba tessitura musicale a un racconto che, scevro da intellettualismi e scientismi, parte da una visuale cosmogonica per poi stringere il proprio obiettivo sull’evoluzione della scimmia in uomo da un punto di vista metafisico, sottolineandone gli aspetti psicologici e mentali.

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Francesco Di Giacomo, voce e firma dei testi nell’album

Il Lato A presenta due sole tracce: L’evoluzione e La Conquista della posizione eretta. L’Evoluzione è il brano più lungo dell’intero album in cui Di Giacomo con i suoi versi che raggiungono picchi di lirismo non indifferente (“Un sole misero il verde stempera/ tra felci giovani di spore cariche/ e suoni liberi in cerchio muovono/ spirali acustiche nell’aria vergine”) racconta delle fasi formative del nostro pianeta fino a giungere alla consapevolezza che il genere umano è discendente di quegli strani esseri pelosi e quadrumani, a noi così uguali e così diversi, e non figlio di una divinità che dal firmamento tutto osserva e controlla (“E se nel fossile di un cranio atavico/ riscopro forme che a me somigliano/ allora Adamo no non può più esistere/ e sette giorni soli son pochi per creare”) il tutto tra variazioni repentine di ritmi e virtuosismi funzionali a creare un’atmosfera sempre pregna di nuovi spunti a ogni riascolto. La Conquista della posizione eretta è il brano che meglio incarna i tratti caratteristici del prog del Banco: a farla da padrone sono i duetti tra la tastiera e il synth dei due fratelli Nocenzi, su cui si inserisce la voce di Di Giacomo a descrivere in poche ma pregne strofe come la scimmia inizia a trasformarsi in uomo potendo finalmente osservare l’orizzonte “E dove l’aria in fondo tocca il mare/ lo sguardo dritto può guardare”.

Ad aprire il lato B il pezzo strumentale dalle chiare impalcature jazz Danza dei grandi rettili a cui seguono i due brani più “esistenzialistici”: Cento mani e cento occhi , ripropone l’irrisolvibile conflitto tra ragione individuale e ragion sociale, tra l’impulso libertario e il sottostare a regole e riti comunitari il tutto a un ritmo in crescendo e sempre incalzante che ben rispecchia l’atmosfera di un rito tribale; e 750.000 anni fa… l’Amore?, struggente poesia in cui Di Giacomo accompagnato solo dal delicato piano di Vittorio Nocenzi racconta della nascita sentimento amoroso che svincola l’uomo primigenio dal solo bestiale soddisfacimento ormonale ma allo stesso tempo lo riempie di nuovi dubbi “estetici” e di scrupoli coscienziali. A chiudere l’album Miserere alla storia che sottolinea musicalmente un’atmosfera dai toni plumbei e foschi, ben in contrasto con i dubbi filosofici sul futuro dell’agire umano e Ed Ora Io Domando Tempo Al Tempo Ed Egli Mi Risponde… Non Ne Ho!, che a metà tra danza macabra e un valzer popolare mette in luce la nullità dell’uomo, delle sue congetture e delle sue astrazioni davanti all’inesorabile cigolio della ruota del tempo che tutto distrugge e tutto rinnova.