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Mani come rami, ai piedi radici. Dovrebbe essere lo stile di vita dell’omologato uomo d’oggi, un simbolo d’istruzione per la salvezza dei popoli. Mani curiose, che abbracciano come rami i riflessi vitali di nuove culture. Piedi come radici, issate nella propria tradizione di una cultura che oltre a dare i natali offre la direzione, l’originalità, il costante punto di riferimento. I Modena City Ramblers da più di ventisette anni – inaugurati nel febbraio del 1991 al Wienna di Modena – al sangue folklorico delle materne sponde mischiano fiamme strumentali irlandesi, celtiche, scozzesi, con brulicanti contaminazioni klezmer.

Combat folk, a tratti rock folk, graffiato da colori punk London calling e da echi d’Oriente che profumano delle notti insonni di Tirana. Filologicamente ospitano differenti volgari italiani con filastrocche e narrazioni che riflettono le lune degli ultimi nel fiume. Trovano spazio altresì etimi stranieri, come quelli inglesi e balcanici, che fendono boschi e metropoli con l’eleganza del cantastorie medievali. Franchino D’Aniello ai mirabolanti fiati, Fry Monetti al luminescente violino, Roby Zeno a dettare il cammino alla batteria, Leo Sgavetti per gli effetti reboanti alle tastiere, Luca Spirito alle penetranti chitarre, Ice Ghiacci a dettare la linea filosofica col basso e Dudu Morandi a diffondere il canto che fonde in un bacio Gran Bretagna e Mediterraneo dionisiaco.

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Il loro ultimo album, Mani come rami, ai piedi radici, è una lode a Madre Natura, un incontro danzante di linguaggi e territori accomunati da eufonica arte di strada, uniti da incontenibile voglia d’istinto e conoscenza. La copertina è un omaggio a The Joshua Tree, pietra miliare del rock d’impegno civile di una delle band più epiche d’oltremanica: gli U2. L’Albero venuto in sogno a The Edge nel 1987, unisce in un file rouge quello immaginato da Davide Morandi nella fatica metaforica datata 2017, fino ad arrivare a stringere idealmente il dissanguato Ulivo Pugliese nel 2018, ammirato dai Modena in occasione della data di Muro Leccese, adagiata su pietra barocca in data 8 agosto.

Max Ghiacci, o per meglio dire Ice, spiega la ricchezza di valori di un Albero che sfugge alle dinamiche aberranti del potere, divenendo un’ideale senza tempo:

La metafora riassume il nostro percorso musicale, la nostra storia, le radici della nostra crescita, con una forte tensione ad andare oltre i confini prestabiliti. Nella metafora dell’Albero i rami vanno a catturare vibrazioni, raggi e originalità, tratte da nuove conoscenze, che ci permettono nuove sperimentazioni. Le canzoni si sono dispiegate in maniera anarchica con riferimenti sonori che vanno aldilà dell’Irlanda, abbracciando il Mediterraneo. Vi è una collaborazione stimolante con la Fanfara Tirana, il brano Welcome To Tirana non è casuale. Vi è anche un duetto con un gruppo di jazzisti dell’Arizona, i Calexico, con i quali abbiamo eseguito My Ghost Town. Posso dire che il viaggio è la fonte d’ispirazione primaria del lavoro, abbinato all’innamoramento verso nuove terre, verso nuove culture, che abbiamo vissuto o vorremmo vivere.

Mani in tasca, rami nel bosco – Modena City Ramblers

Sotto il velo di Maya del grigiore del Duemila, sorvegliato costantemente dal tam-tam del consumismo conformista, si innalza piano l’urlo di Dudu Morandi in Sogneremo Pecore Elettriche: «Resteremo umani o sogneremo pecore elettriche anche noi?». Il brano è ispirato a una pellicola realmente fantascientifica di Ridley Scott, Blade Runner, figlia di un romanzo distopico di Philip K. Dick: Il cacciatore di androidi. Ci rassegneremo a contemplare un mondo robotico, un uomo-macchina privo di sensibilità e che avrà come estensione del proprio corpo i sistemi di finta partecipazione che lo imprigionano da ormai un decennio?

Dudu, detto Folkey Monkey, chiarisce le intenzioni dell’invettiva folk:

Abbiamo voluto gridare questa domanda, che resta senza risposta. È difficile capire dove stiamo andando. Il confine tra restare umani e fare il passo più lungo della gamba è davvero sottile. Oggi rischiamo di estraniarci e lo vediamo nel modo di fare comunicazione, di fare politica. Il web, cinque-sei righe per dire qualcosa, quando ieri per comunicare c’era dietro un lavoro, una ricerca, finalizzata a esprimere la propria operazione. Non ci si prende più la briga di spiegare quello che si sta facendo, si buttano lì due slogan e alla gente va bene. Stiamo snaturando quello che siamo, non viviamo più a contatto con la “vera” realtà che ci circonda. Non si vede più con gli occhi, non si tocca più con mano. Ci viene tutto riportato e la massa accetta in maniera compiaciuta, sul costante limite tra il vero e il falso. Come sarà per i nostri figli? Andremo a finire in una società robotica e priva di sentimenti come in Blade Runner? Una volta esistevano solo i videogiochi, la virtualità era ghettizzata nella sfera ludica, oggi è la vita a essere un videogioco.

Sogneremo pecore elettriche? – Modena City Ramblers

Finta democrazia su una popolazione superficiale, dalla memoria cortissima, che si accontenta di una pseudo-partecipazione, senza fatica, propinata da una classe dirigente commerciale. E-feelings controllate dalla commercial policy. Il populismo esegue la sua marcia trionfale, la sinistra non esiste più. E la società, nel suo complesso, come risponde? Max Ghiacci espone la sua opinione con ottimista amarezza:

Come funziona oggi la democrazia? Quanto è letale questa espressione di potere odierna? I totalitarismi degli anni Venti sono andati al comando non attraverso una rivoluzione armata, ma con una legittimazione democratica, colpendo al basso ventre una società che diveniva sempre più psicopatica. Questo deve farci riflettere. L’italiano medio è abituato a vivere tutto in superficie, ed è imbarazzante se pensiamo alle donne e agli uomini partigiani che hanno lottato fortemente per donarci la libertà e la possibilità di votare. Dobbiamo riappropriarci di un modo di vivere che ci renda più sereni, più obbiettivi e meno psicopatici. Perché una signora che annuncia su un treno che “a bordo ci sono degli zingari del cazzo e sono pregati di scendere”, è una persona che non sta bene con se stessa, non è felice. Oggi, questa persona, che ha sempre avuto queste idee, grazie alla classe dirigente al vertice si sente legittimata a dire una cosa del genere in pubblico.

Un Paese che resta in silenzio dinanzi alla morte per caporalato di undici persone africane, non essendo nemmeno a conoscenza della morte di oltre cento immigrati italiani in una miniera belga circa sessant’anni fa, un Paese che parla di pacchia del prossimo africano, che non sa riconoscere la criminalità nemmeno a un palmo dal naso, e che non riesce a comprendere come la classe dirigente non difenda il lavoro italiano, promettendo il reintegro dell’articolo 18 in campagna elettorale e votando contro in Parlamento una volta al trono, come può salvare la propria esistenza? Dudu Morandi traccia il viatico inequivocabile da imboccare quanto prima per evitare il diffondersi di una devastante “peste culturale”:

La nuova rivoluzione deve partire dalle scuole. Negli ultimi venti-trent’anni la prima cosa che ci hanno tolto è la cultura, l’hanno azzerata e il risultato è questo. Bisogna ripartire dalla cultura in ogni sua declinazione. Lo dice anche il Ministro degli Interni che bisogna insegnare educazione civica nelle scuole. Lo facessero davvero, probabilmente, non avremmo in futuro un Ministro degli Interni come lui.

I cento passi – Modena City Ramblers

Forse ci vorrebbero Cento Passi, come quelli di Peppino Impastato. Ci vorrebbero Cento Passi con Mani come rami e ai piedi radici. Uno, due, tre, quattro, cinque, dieci, cento passi:

Ma la tua vita adesso puoi cambiare solo se sei disposto a camminare, gridando forte senza aver paura
contando cento passi lungo la tua strada, allora… uno, due, tre, quattro, cinque, dieci, centro passi… noi ci dobbiamo ribellare!