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Che poi, cosa può significare mai inventare un genere musicale? Bach è il padre della musica occidentale, ma Beethoven è il più grande… I Beatles e Elvis hanno inventato il rock, ma i Pink Floyd li superano. Ricordiamo una scena dell’adattamento di Tornatore di Novecento di Baricco, il famoso duello pianistico tra Novecento e Jelly Roll Morton in cui il nostro si avvicina, timido e pronto a scommettere sulla sua stessa perdita, alla leggenda vivente e gli chiede, quasi balbettando: “Lei è quello che ha inventato il jazz, vero?”. “Già, così dicono. E tu sei quello che sa suonare solo se ha l’oceano sotto il culo, vero?” risponde l’altro. D’altra parte la risposta vale in qualsiasi occasione. Così dicono… C’è chi dice – l’aneddoto è fenomenale – che Wagner abbia inventato la musica metal e c’è chi dice che senza Stockhausen non ci sarebbe stata musica elettronica. È tutto vero ed è tutto falso. La verità è che è la stessa possibilità di categorizzare a vacillare dal momento in cui il margine di errore per definirla non è mai basso. Convenzioni, signore e signori, e d’altra parte si parla di musica, non di botanica. A mio parere Benny Goodman ha inventato lo swing, il Parmigianino ha inventato il fish eye e Lucrezio la televisione.

Per la musica che diciamo elettronica la cosa è complicata quanto mai. Siamo nei labirinti della pop music, dove le divisioni farebbero girare la testa anche al Conseil di Ventimila leghe sotto i mari. Sapete cos’è l’illbient? È un misto di funky, jazz, dub, jungle e trip hob, nato in mezzo agli anni Novanta, di popolarità bassissima… Ebbene sì, esiste. Ora, se le cose stanno così, chi diavolo ha inventato il jazz o il rock alternativo o la disco? È l’autodefinizione degli artisti che conta? È il pubblico che lo decide? È una manica di critici assetati che si riunisce una volta l’anno in una sede segreta nell’Ohio? Naturalmente facciamo ironia non per deridere un gesto ed un argomento di certo seri, ma per ridicolizzare certe convinzioni popolari, laddove le categorie che usiamo per dare nomenclature ai suoni che ascoltiamo spesso non sono nient’altro che l’esito della mescolanza di tendenze e gusti del tutto privati.

Kraftwerk – Trans Europe Express

Il fatto è questo: la musica elettronica è musica fatta con strumenti elettronici. Il theremin che tutti conosciamo viene fuori dagli anni Dieci, il dinamofono dalla fine dell’Ottocento, il fonografo ancora prima. Le famose onde martenot, tanto amate dal Johnny Greenwood dei Radiohead, escono fuori alla fine degli anni Venti, i primissimi sintetizzatori negli anni Quaranta, e così via. In questo senso, se la musica elettronica è quella che utilizza suoni prodotti da strumenti elettrici (gli oscillatori) che producono normalmente rumori bianchi, allora sì, la musica elettronica è uscita da teste simili a quella che aveva Stockhausen. Eppure John Cage è per certi versi molto più interessante: ebbe l’idea di comporre tramite il montaggio sonoro su nastro di brani già registrati. Suona più moderno, no?

D’altro canto Robert Moog, che ha regalato all’umanità quello che probabilmente è il sintetizzatore più storico, inventa per l’appunto il suo moog nel 1963. Su un moog si poteva suonare Bach come nessuno aveva mai fatto. Il famosissimo brano Popcorn di Kingsley è del 1969 e già allora una bella sonagliera di compositori già lavorava attivamente con il sintetizzatore. Chi di loro è stato il primo? E il più bravo? In ogni caso ogni volta che interroghiamo qualcuno sull’origine popolare della musica elettronica, questi molte volte risponde o i Kraftwerk o Brian Eno o Giorgio Moroder. Io scoprii i Kraftwerk in autostrada, da ragazzino. Passò in radio Trans Europe Express mentre mi scorrevano accanto – era notte – grosse industrie di borotalco. Lì dissi a me stesso: ecco dove è iniziato tutto. D’altra parte se ascoltiamo tra i brani più famosi dei Kraftwerk ci accorgiamo che lì le cose cominciano a suonare (letteralmente) come le intendiamo noi. E il nostro glorioso Giorgo Moroder è davvero il Dio marionettista di ogni Daft Punk e Justice che contino nella storia. Chi ha ragione? Nessuno di noi e tutti quanti.

RAF – Self Control

Quello che forse ignoriamo troppo spesso, al di là delle nozioni da manuale e quelle private, sono certi meriti che l’Italia ha in questo percorso davvero labirintico. Entrando più nel merito, il Giorgio Moroder già citato è nato tra le Dolomiti. Brian Eno lo scovò a Berlino, dove Moroder era già andato alla fine degli anni Sessanta, e ascoltandolo disse: «ecco il suono del futuro». Ai tempi Moroder lavorava a nientedimeno che Heroes di David Bowie. Per Eno c’era in Moroder già tutta la musica elettronica che ancora balliamo e ascoltiamo. Moroder fu anche autore di stupende colonne sonore: sua è la colonna sonora di Flashdance, sua quella di Scarface o di Top Gun. L’arrangiamento di Neverending story di Limahl è suo. I feel love di Donna Summer l’ha scritta lui. Bowie, Blondie, i Japan… e potrei continuare. Ma non è di Moroder che parliamo (e forse già basterebbe). Parliamo della cosiddetta Italo disco. Questo è un nome che spunta alla fine degli anni Settanta, in realtà per riferirsi a certe compilation musicali che apparivano nel mercato tedesco ma che provenivano dall’Italia. Il motivo esatto di questo nome lo ignoriamo, ma osserviamo che il collegamento tra la musica da discoteca e l’Italia è fin troppo evidente.

È un momento di fervore assoluto. I remix escono come funghi in Italia e all’estero. Molti sono autoprodotti, fatti in casa, altri vengono venduti in un mercato ristretto (persino regionale). D’altra parte neri e comunità latine hanno già cominciato da tempo ad adottare forme di divertimento tipiche degli hippies e della psichedelia (il ballo libero, suoni forti e ritmici, le droghe allucinogene…). Saturday night fever esce in questi anni e così la I feel love di Summer/Moroder. Per intenderci, inoltre, i Duran Duran cominciano a riunirsi nel 1978, tutti ascoltavano i Kraftwerk, in America c’erano già Patrick Cowley e Sylvester, e da lì a poco sarebbero esplosi il synth pop e il new wave tipici degli anni ’80 che conosciamo benissimo (i Japan e David Sylvian, Talkin Heads, a-Ha, Ultravox…, e in Italia i nostri Battiato e Matia Bazar). Si va a ballare nelle discoteche, insomma, e quello che è chiaro è che la musica italiana (o di produzione italiana) è in questo protagonista decisiva.

Ryan Paris – Dolce Vita

La musica elettronica su cui saltiamo ha, tra le altre, firma italiana e la firma italiana era, per molti, quella che qualitativamente contava di più. Questo perché? Non solo per una certa creatività che in Italia era vorace, ma probabilmente anche per banali ragioni di mercato: importare dall’estero la musica che i ragazzi avrebbero ballato nelle nostre sale era più costoso che farsela da soli. Per capirci meglio, molti credono che la famosissima Self control sia della cantante americana Laura Braningan. No: l’originale è di Raffaele Riefori, ovvero Raf. E non abbiamo nominato un brano di nicchia, abbiamo nominato una hit totale. In America, brano del 1982 che ha spopolato a livello internazionale, è di Riccardo Cioni, che ogni tanto incontro per strada nella città versiliese dove entrambi viviamo. Altro gruppo italiano sono gli apparentemente inglesi Radiorama, di Aliens e altri pezzi.

Conoscete Gazebo? È quello di I like Chopin, uno dei brani più famosi di tutti gli anni ’80, che nominarlo è quasi banale: italiano, si chiama Paul Mazzolini. Vamos a la playa… Sul serio? Sì, è di un gruppo musicale italiano prodotti dai famosi fratelli La Bionda, altro duo italiano, i quali lavorano con Mia Martini, De André, De Gregori e molti altri. Ve ne dico un altro. Ryan Paris è quello che ha scritto la Dolce vita, altra hit notissima: è italiano, si chiama Fabio Roscioli, e nonostante canti in inglese e il singolo esca negli UK è stato prodotto da un italiano. Ora però vi stupisco davvero. Tra gli italiani non camuffati come Pino D’Angiò uno, Konty, scrive un pezzo terribilmente bello dal titolo Through the night. Chi è? Carlo Conti. Ora sapete anche troppo.

Konty – Through the night

Chi sono costoro? Sono giovanissimi artisti italiani influenzati dalla scena musicale che si era collaudata negli ultimi anni e che hanno portato la musica elettronica (almeno quella da discoteca) ad essere la musica elettronica che oggi conosciamo e balliamo. E senza Moroder, Raf e Gazebo non ci sono l’elettronica e la disco degli anni Ottanta e Novanta e, quindi, neanche ciò che viene dopo, compresi artisti come i Daft Punk, i Chromatics, come Toro Y Moi, come gli Unkle…

Passeggiano tra di noi, cantano in inglese magari, si laccano i capelli come Simon Le Bon, si incipriano come David Sylvian, e si spostano a Berlino, negli USA, in Inghilterra, alcuni conducono l’Eredità, eppure è da loro che davvero inizia certa musica o, almeno, certa musica che ha trovato un suo luogo definitivo, quello del suo successo e della diffusione internazionale nelle teste di tutti noi. La cosa naturalmente non si esaurisce lontanamente così e il teatro elettronico è così grande che maglie del genere non possono in nessun modo stringerlo. Tuttavia non avremo inventato la musica elettronica tout court, ma… quasi: abbiamo portato tra i vertici più popolari quella che balliamo e ascoltiamo. Se poi qualcuno vuole osare dire, utilizzando un’iperbole, che Moroder abbia fondato l’elettronica, taccio sorridendo.

Daft Punk – Giorgio by Moroder, tributo del duo francese al loro maestro, in Random Access Memories