Anche se gli Who cantano “spero di morire prima di diventar vecchio, parlando della mia generazione”, visto che non sono morto entro i 27 anni, mi tocca sedermi qui a fare i conti con ciò che è stato e con quel che è rimasto. Quando i Nirvana uscirono con Nevermind, c’era la Guerra del Golfo in corso. Io ero su per giù nelle ultime classi elementari, o forse all’inizio delle scuole medie. Mi ricordo perfettamente uno di quei giorni di combattimenti. La notte mi sentii male. Avevo la nausea e mi svegliai diverse volte durante la notte, fino a vomitare anche l’anima. Mio padre cercava di aiutarmi come poteva, ovvero più che altro restando sveglio al mio fianco a guardarmi rimettere. La finimmo davanti alla televisione. A quel punto, non avevamo più voglia di dormire. Doveva essere prestissimo. C’erano i bombardamenti, ripresi all’infrarosso, trasmessi da quel vecchio schermo col tubo catodico. Osservavo sagome scure dai contorni tremolanti e strane cose come meteoriti piovere sulla città. Vomitai in un secchio, per l’ennesima volta. Il mondo andava sottosopra e io non capivo un cazzo di quello che stava succedendo. Chiesi a mio padre: “secondo te morirò?”. Lui mi rispose: “non so, ma non credo”. Già che c’ero cacciai un’altra volta, mentre le bombe continuavano a cadere ed io pensavo: “sì, ma tanto è tutto nella televisione. Sta lontano. A me non accadrà niente”. Non so come, ma avevo in sostanza già compreso il concetto di Baudrillard, secondo cui la guerra che abbiamo visto in televisione allora non era realtà, ma un suo simulacro creato ad arte dai media.

In realtà, prima di ascoltare i Nirvana, ci misi qualche anno. Dovetti arrivare alle superiori. Avevo dei soldi che i miei mi avevano dato per comprare qualcosa tipo l’Eneide, o forse era il testo di educazione civica. Ovviamente, quel libro non lo acquistai mai, ma andai al negozio di dischi e tornai a casa con Nevermind. Chissà dove accidenti lessi di quell’album. Allora, c’era tante riviste di musica e io le comperavo. Non potevo mica scaricarle da internet. Mi sembra incredibile pensarci oggi, ma a quel tempo non avevo neanche una email e leggevo solo documenti cartacei. Era un quarto di secolo fa, fanculo! Non stavo bene, ero appena diventato adolescente. La scuola mi faceva schifo, i compagni di classe mi trasmettevano un profondissimo senso di orrore. Delle ragazze  avevo una nozione vaga come delle declinazioni latine. L’autoironia mica l’avevo ancora sviluppata. Ero, insomma, il soggetto ideale per essere affascinato dalla musica dei Nirvana. Comunque, Cobain era già morto e sepolto. Tutto ciò che scoprii e mi appassionò allora, apparteneva al regno dei trapassati. Come mi disse un mio professore relativamente giovane, quando cercai di passargli un disco di Jeff Buckley: “oh, ma questo lo conosco bene! In effetti, ha tutte le doti che servono per piacerti, tipo essere morto”. È su dei morti, di fatto, che ho costruito la mia esistenza. È stato un po’ come venir su in un cimitero. Ma facciamo un bel salto temporale, e veniamo a oggi. Se mi capita di riascoltare Nevermind, debbo dire la verità, lo trovo ancora superlativo. Il malumore unico che ti trasmette quell’album non lo proveresti neanche se tua madre dovesse morire di cancro e tuo padre, disperato per la perdita, si dovesse appendere a una corda. È un senso di depressione cosmica, assoluta, una specie di malattia che una volta che ti ha preso ti accompagnerà fin dentro la tomba. Più o meno, la sensazione che ho cominciato a provare da che ho raggiunto l’età della ragione. Avete presente quello spaventoso e straniante sentimento che vi si è insinuato in testa verso i quattordici anni, quello per cui avete accarezzato con la mente pensieri impronunciabili a voce? Magari rimasticando l’agghiacciante chiosa di La rivoltella di Cesare Pavese: “Quando afferrando quella rivoltella, / nella notte che l’ultima illusione / e i terrori mi avranno abbandonato, / io me l’appoggerò contro una tempia,/ il sussulto tremendo che darà, / spaccandomi il cervello” . A rifletterci, non è mica che Cobain e Pavese ci stiano proprio malissimo messi l’uno affianco all’altro!

Insomma, questi benedetti Nirvana hanno certamente incarnato nel migliore dei modi lo spirito del proprio tempo: depressione, noia, apatia, deathwish, disintegrazione, assenza di valori. Devo dire che non ci trovo niente di strano che quei sentimenti si siano imposti come dominanti nella mia generazione. Il mondo bipolare era finito. Niente più blocco sovietico. Ci siamo ritrovati senza più parametri, l’orizzonte cancellato con un colpo di spugna. Le ideologie erano già morte, o stavano esalando l’ultimo respiro. I terroristi rossi erano andati in vacanza, o avevano cominciato brillanti carriere da docenti universitari, dopo qualche cinguettio di contrizione. Disperarsi era, tutto sommato, il segnale di un minimo briciolo di sanità mentale residuo. Mi consola il pensiero che la generazione dopo la mia sia stata, se possibile, anche peggiore. “Mi consola”, si fa per dire! Loro hanno avuto la crisi del 2008 e nessun album musicale rappresentativo dei loro tempi; noi il crollo dell’universo bipolare e Nevermind. Direi che non è andata bene a nessuno dei due e per la prossima infornata non si preannuncia niente di meglio. Per farla breve, sto già cominciando a fare come i vecchi: maledire il futuro e pensare che il passato non era poi così male. Maledizione, odio le commemorazioni!