Di fronte al calderone bollente del “secolo breve” i pochi decenni che costituiscono la Belle Epoque paiono rimpicciolirsi fin quasi a scomparire. All’immane esplosione di conflitti, rivoluzioni, genocidi, boom e depressioni del XX secolo il periodo che va dal 1871 al 1914 contrappone un ben diverso scenario fatto di rispettabilità, decoro, sicurezza, progresso: per gli amanti delle date v’è ben poco da segnare in rosso.

Eppure quel mondo luccicante, pieno di ottimismo e voglia di vivere, si autodistrusse in quell’enorme tragedia che fu la Grande Guerra: poche volte, nella Storia delle civiltà,  apogeo splendido e declino rovinoso si sono celebrati in un lasso di tempo così ristretto.
Per assaporare al meglio quegli ultimi magnifici anni di vera Europa occorre rileggere Stefan Zweig e la sua autobiografia, Il Mondo di Ieri, velato testamento di quella generazione di intellettuali cui l’autore, oggi quasi sconosciuto, fu un grande esponente. Viennese, ebreo, benestante borghese nato e cresciuto nella felix Austria  dell’eterno Kaiser Francesco Giuseppe, Zweig descrive meravigliosamente l’atmosfera d’anteguerra, con le sue illusioni e le sue granitiche convinzioni.

La sua giovinezza è accompagnata dalle più grandi scoperte tecnologiche, dall’aereo al cinema, dall’automobile al telefono; la libertà di movimento e di circolazione (cento anni prima di Schenghen) gli permettono di raggiungere la Francia, l’Italia, il Belgio, e di stringere duraturi rapporti d’amicizia con i migliori elementi della cultura fin de siecle. Egli si muove in un mondo solido, rispettabile, sicuro, rafforzato dalla continua crescita economica e dalle sorti magnifiche e progressive della scienza e della tecnica. Il domani non spaventa l’umanità fin de siecle: “Non si temevano ricadute barbariche come le guerre tra popoli europei, così come non si credeva più alle streghe e ai fantasmi; i nostri padri erano tenacemente compenetrati dalla fede della irresistibile forza conciliatrice della tolleranza. Lealmente credevano che i confini e le divergenze esistenti fra le nazioni o le confessioni religiose avrebbero finito per sciogliersi in un comune senso di umanità, concedendo così a tutti la pace e la sicurezza, i beni supremi”.

Il candore e la fiducia ingenua di quell’epoca, dove “Il senso di massa e di gregge non aveva raggiunto nella vita pubblica la ripugnante potenza che ha oggi; la libertà dell’agire privato era considerata – cosa oggi appena concepibile – legittima e sottintesa; la tolleranza non veniva come oggi disprezzata e ritenuta debolezza, ma esaltata quale energia morale”risultano oggi quantomeno sorprendenti, abituati come siamo al grigiore e alla sfiducia nel futuro. E risulta profetico, tra i rottami di un presente impoverito dalla globalizzazione e dalla distruzione delle nazioni, quanto Zweig, cosmopolita per spirito intellettuale e sincero amore del Mondo, affermava riguardo ai profughi in fuga da Hitler: “I più commoventi fra questi individui erano per me gli uomini senza patria, o ancor peggio, quelli che in luogo di una patria ne avevano due o tre e non sapevano interiormente a quale appartenessero”.