Secondo una linea di pensiero che va da Aristotele e Ippocrate fino a Montesquieu e Ratzel, l’uomo sarebbe condizionato in modo determinante dalla geografia. Nel trattato su Arie, acque, luoghi, il medico di Kos sostiene la necessità di conoscere le regioni per condurre in modo adeguato le indagini sulle malattie, da cui l’importanza dello studio del corpo in relazione alla zona di provenienza, una sorta di geoantropologia medica affatto concreta, in grado di raccogliere informazioni sui venti, sulla qualità delle acque, l’orientamento delle città nello spazio. La conformazione del territorio e le condizioni metereologiche cui è sottoposto costruiscono per Ippocrate il comportamento dei vari popoli. Così gli abitanti dell’Asia, caratterizzata dalla contemperanza delle stagioni, sono tanto miti e gentili quanto poco propensi al coraggio e alle fatiche. Ciò ha un riflesso politico, infatti “laddove gli uomini non son signori di se stessi e delle proprie leggi”, scrive Ippocrate, “non pensano già a come addestrarsi alla guerra, bensì a come sembrare inetti a combattere”, perfetti sudditi di monarchie anziché liberi cittadini di democrazie o di ordinamenti misti, come nel caso dei greci. Esiste un legame tra un territorio e gli uomini lì insediati, sicché “troverai che per lo più alla natura dei luoghi si improntano sia l’aspetto sia le caratteristiche degli uomini”, così come “ogni altra cosa che cresce sulla terra alla terra stessa s’impronta”. Di tale rapporto uomo-spazio fu pregno il pensiero greco, per quanto l’opera dei primi importanti filosofi possedesse gli strumenti adeguati a contrastarlo. Viaggiare e conoscere i luoghi significa soprattutto comprendere i caratteri, il temperamento, i modi di vivere e le idee di coloro che vi abitano. Le Storie di Erodoto, in cui sono narrati gli usi di numerosi popoli, e che gli valgono il titolo di fondatore della riflessione antropologica, ne sono esempio.

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Per Montesquieu, le leggi devono ritagliarsi sulle passioni degli uomini, le quali differiscono da luogo a luogo a causa delle diverse disposizioni climatiche. Secondo un’idea che persiste nel senso comune, i popoli esposti a climi più rigidi spiccherebbero in virtù e laboriosità, mentre quelli meridionali, soggetti alla calura, si riconoscerebbero per l’inclinazione alla fiacchezza che, come si legge nelle pagine De l’esprit de lois, “si comunicherà allo spirito stesso; non si avrà più alcuna curiosità, alcun desiderio di nobili imprese, alcun sentimento generoso; le inclinazioni saranno tutte passive; la felicità sarà identificata con la pigrizia”. Sarebbe piacevole rileggere con un redivivo Montesquieu il grande viaggio dell’antichità, ricco di avventure e fatiche, dell’omerico Odisseo, tanto curioso quanto mediterraneo, finanche bruno di peluria.

Letteratura, si dirà, dunque finzione. Vero, ma basterebbe elencare per gioco le grandezze delle civiltà fondate intorno al perno mediterraneo per apparecchiare un tavolo con un menù di riferimenti concreti, che coprirebbe buona parte dei nostri libri di storia. Insomma, con buona pace del determinismo, scartiamo l’assunto che vuole la geografia e il clima come fattori totalizzanti dei caratteri indigeni, ma accettiamo l’idea erodotea che muoversi permetta di conoscere altro da sé, laddove altro significa abitudini, convenzioni e disposizioni metafisiche che quasi certamente non sono assimilabili alle nostre, né possono convivervi senza creare disagi. A quale ‘muoversi’ facciamo riferimento? Non starà per partire la tiritera retorica dell’Erasmus e del turismo che ci apre la mente? Dio non voglia. Una rapida occhiata alle principali direttrici del turismo può far brillare di malevolenza l’occhio del più santo dei santi.

Odysseus und Kalypso - Arnold Böcklin (1883)

Odysseus und Kalypso – Arnold Böcklin (1883)

La caratteristica centrale del turismo di massa è la prevedibilità. Esso è modellato a livello industriale, serializzato, infinitamente riproducibile per nuovi turisti-consumatori. Si orienta in coordinate precise, costituendo geometrie degli spostamenti da un luogo di consumo all’altro. I pacchetti turistici ne sono esplicito manifesto, e basta esercitarsi nella lettura di resoconti sui siti di recensioni o nella visione dei videoblog di viaggio per notare l’uniformità di tali peripezie estranianti. Qualcuno l’ha definita «la globalizzazione del nulla». Barcellona, Parigi, Londra, le grandi mete del turismo propongono nel migliore dei casi un pallido surrogato di esperienze culinarie, artistiche, ludiche locali, e nel peggiore dei casi un pellegrinaggio in modernissimi luoghi di culto, vadano essi sotto il nome di Zara, H&M, Foot Locker, McDonald’s e altri colossi dell’abbigliamento come della ristorazione – cui siamo a tal punto assuefatti da ripeterne i nomi con inquieta familiarità.

Erodoto, che molto viaggiò e scrisse, sarebbe imbarazzato nel vedere metropoli così distanti ridotte dalla pratica turistica a un volto sempre uguale. È un fatto curioso che nelle capitali del turismo ciò che ha un portato identitario più forte non venga dagli autoctoni, ma dalle comunità di immigrati ivi stanziatesi; un’ora nelle periferie popolate di stranieri è più istruttiva di una settimana di shopping nei poligoni del turismo di massa. In una circostanza avremmo a che fare con un singolare e talvolta velenoso caso di ibridazione di identità, quindi in qualche modo incontreremmo “l’altro”, nel secondo caso incontreremmo sempre e soltanto le nostre vanità. Questo è punto fondamentale: il turista massificato crede di incontrare l’altro laddove non incontra che se stesso, rimbalzando tra mille città in cui frequenta i medesimi luoghi e fa esattamente le stesse cose (vedere i travel blogger per credere). Masse di indifferenti che gravitano sulla superficie del globo.

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In uno scenario del genere, non si può voler essere turisti. Desideriamo invece che qualcuno ci indichi come colui che viene da fuori e fuori ritorna, vogliamo sentirci “forestieri”, perché l’identità che tanto cerchiamo è innanzitutto un gioco di negazioni. I gruppi alieni per eccellenza, i nomadi comunemente noti come zingari, guadagnano la propria statuaria uniformità ex negativo, nel totale rifiuto di venire assimilati ai paesi ospitanti. Ciò che a noi appare la colpa più grande, quella di volersi diversi da noi, è la loro risorsa identitaria migliore. Emil Cioran, che degli zingari era ammiratore a tal punto che ebbe a definirli “popolo autenticamente eletto”, riconosceva con acutezza che “non portano la responsabilità di alcun evento e di alcuna istituzione”, anzi “hanno trionfato sulla terra per la loro attenzione a non fondarvi niente” (Sillogismi dell’amarezza). I viaggiatori per eccellenza, ricchi di secoli di vagabondaggio negli angoli dell’Europa, spiccano per il niente che portano con sé.

Perché viaggiare, se il nostro destino da turisti è la globalizzazione del nulla? Se l’exodus che ci viene proposto è una discesa nell’inferno dei centri uniformi da beota vacanziero, ci soccorre tuttavia un viaggio ben più profondo: il viaggio da fermi, che non richiede spese né imbarazzanti scelte di pacchetti turistici. È un viaggio che si può effettuare attraverso l’arte, come dimostra la disparità di temi pittorici nelle varie zone – i nobili veneziani che vivevano la propria mondanità tra i canali preferivano avere in salotto verdi rappresentazioni della campagna veneta, così come è frequente trovare dipinti costieri nelle case dell’entroterra.

Una grande città, centro di uno Stato, dove si trovano i consigli locali di governo, che possiede un’università (per la cultura scientifica) ed è anche sede di commercio marittimo, che per mezzo di fiumi favorisce il traffico dall’interno e coi paesi finitimi e lontani di diverse lingue e costumi, una tal città, come è per esempio Konigsberg sul Pregel, può essere presa come sede adatta per l’ampliamento della conoscenza dell’uomo e per la conoscenza del mondo, la quale vi può essere acquistata anche senza viaggiare.

Quello che scrive non è uno sciocco odiatore dei viaggi, né un ottuso amante di muri e confini, bensì – come avrà riconosciuto il lettore più sveglio – il Kant dell’Antropologia pragmatica. Dall’alto del suo illuminismo, il filosofo prussiano ritiene che si possa acquisire sapere sulle cose del mondo abitando stabilmente in una città che sia tappa del viaggio delle conoscenze. Dopotutto, senza spostarsi da Konigsberg, egli potè tenere lezioni di geografia all’università.

Qui incontriamo un altro metodo del viaggio da fermi, il libro. Come segnala Sergio Givone, che ha affidato al suo Trattato teologico-poetico splendide pagine sulla letteratura, “non c’è romanzo che non sia racconto d’un viaggio”, sia che si prenda il largo verso mete esotiche e lontane, sia che si vagabondi nella propria testa. Proprio in quanto peripezia, il romanzo sa che lo smarrimento e l’erranza sono parte di sé, un periplo in immaginarie foreste di pietre e in allucinazioni desertiche. Il racconto e più in generale la letteratura sono sempre una peripezia verso l’esterno, exodus, o un ritorno in noi stessi, nostos. Ciò vale anche per i due grandi sistemi di conoscenza sulle cose umane, la filosofia e l’antropologia, che rispecchiano tale divisione: la prima si configura come un viaggio nella soggettività umana,  un “giro breve”, contrapposto al “giro lungo” della seconda, che procede allo studio dell’uomo vagando per il mondo alla ricerca delle diversità. Ma sempre di giro si tratta, viaggio interno o esterno, nostos filosofico o exodus antropologico.

Compartment C Car - Edward Hopper (1938)

Compartment C Car – Edward Hopper (1938)

La letteratura è dunque un’arte naturaliter viaggiatrice. Il poema fondante della civiltà greca, l’Odissea, è il resoconto del ritorno a una patria da riconquistare. Un caso esemplare è Emilio Salgari, il quale ha portato per il mondo generazioni di lettori con Sandokan, personaggio che vaga in luoghi esotici, dove l’elemento primitivo si risveglia, da un’avventura all’altra. Eppure Salgari non è quasi mai uscito dalla sua provincia. L’eroe salgariano è l’alter ego dell’autore al contrario, il pretesto per evadere dalla realtà provinciale. Senza navi, senza fatiche, fermo sulla scrivania. Sminuito e sottostimato, il viaggio da fermi ha trovato il suo Ulisse in uno scrittore savoiardo, Xavier De Maistre, fratello minore del pensatore reazionario Joseph (più noto per il celebre elogio del boia ne Le serate di San Pietroburgo che per le idee di quella monumentale e noiosissima opera). A Xavier un viaggio letterario e immaginifico nel sud-est asiatico sarebbe sembrato fin troppo. Perciò, un secolo prima di Salgari, il savoiardo intraprese un viaggio di quarantadue giorni nel più intimo e paradossalmente sconosciuto luogo che un uomo possa frequentare.

No, più non debbo tenere il mio libro in petto: eccolo, o signori, leggetelo,

così De Maistre presenta il suo Viaggio intorno alla mia camera.

È una “nuova maniera di viaggiare, ch’io introduco nel mondo”. Una peripezia, scrive, adatta a chi ha poca o nessuna risorsa economica, adeguata agli ammalati che non possono abbandonare il giaciglio, perfetta per tutti coloro “che una mortificazione dell’amore, una negligenza dell’amicizia tien chiusi” nella propria alcova. L’autore consegna a ogni capitolo un giorno di riflessioni nella camera. Attraversa la stanza in diagonale, annotando osservazioni sugli oggetti più insignificanti che gli si parano di fronte, come chi afferra il ciuffo del dio Kairos nelle occasioni che la vita presenta. “Oh che mobile prezioso una seggiola a bracciuoli!”, che meraviglia stendervisi con dolcezza, e al diavolo i rumori delle chiacchere e delle assemblee! Il paradiso esiste, è il fuoco nel camino, è fogli sparsi sulla scrivania, è una penna per scrivere. I raggi che penetrano la stanza, le rondinelle che giocano sugli olmi del giardino, il calamajo che staziona sul tavolo, le penne temperate, la ceralacca, le lettere sparse sul banco come i loro mittenti sul globo. Il viaggio nella camera è un vortice di sentimenti in cui cado attenzionato ora a tale oggetto, ora a talaltro, una “folla di pensieri aggradevoli e tristi”. Vedo il letto illuminato dal sole, ed ecco! mi sovviene che lì tutto comincia e tutto finisce, “teatro variabile” del parto e della morte, talamo d’amore e sepolcro. La vita non è che uno strato di pelle tra un lenzuolo e una coperta.

Bedroom in Arles - Vincent van Gogh (1888)

Bedroom in Arles – Vincent van Gogh (1888)

C’è tempo, in quarantadue giorni, per viaggiare. Basta appoggiarsi alla sedie e in un baleno abbozziamo una metafisica. Vivadio, quella approntata da Xavier De Maistre è una metafisica dualista, che mette in guardia l’anima, la parte d’elevazione, dalla bestia  che in noi è espressione dell’animalità, delle basse volizioni. Tenete lontana la bestia, disciplinatela, fate sì che essa non sia altro che il potere esecutivo dell’anima legislatrice, suggerisce il savoiardo. “Io do ordinariamente alla mia bestia la cura di apprestarmi la mia colazione”. Non necessitiamo di lontani orizzonti, l’immaginazione si perde fermandosi presso le cose della nostra quotidianità. L’uomo “vuol comandare agli eserciti, presiedere alle accademie, essere adorato dalle belle, ed, ove tutto ciò ottenga, sospira allora i campi e la tranquillità, porta invidia alla capanna de’ pastori”. Tenersi occupati è un modo per perdersi; tenersi occupati nell’alta società è un modo per strangolarsi. Eppure non è dimenticata la lezione aristotelica per cui c’è il tempo delle necessità e quello delle cose belle. “L’ora degli affari e delle noje è ancora nell’oriuolo a polvere, che sta in mano del tempo”.

Xavier, nei quarantadue giorni del viaggio intorno alla stanza, è solo come un cane, anzi solo con un cane, dacché ha come unica compagnia una simpatica bestiola di nome Rosina. E gli amici?

Ho avuto alcuni amici – parecchie amiche – molte relazioni e molte conoscenze; ora io non sono più nulla per tanta gente,

perché nessuno dei conoscenti di De Maistre popola le sue pagine, né diplomatici, né alti militari, né principesse. La solitudine porta con sé l’elogio dell’amicizia:

Felice chi trova un amico, il cui cuore convenga al suo, un amico il quale si unisca a lui per conformità di gusti, di sentimenti, di cognizioni; un amico, il quale non sia tormentato da ambizione o da interesse; che preferisca l’ombra d’un albero alla pompa di una corte. Felice chi possiede un amico!

In lettura sul mare - Vittorio Corcos (1910)

In lettura sul mare – Vittorio Corcos (1910)

C’è tempo, in quarantadue giorni, anche per pensare. Il nostro si muove in paesaggi lontani, saltando da un quadro all’altro, oppure sul cocchio della lettura dei poeti più amati,

che mi trasportano alla più rimota antichità, […] quand’io viaggio presso la mia biblioteca.

Nel nostos interiore Xavier rivaluta le proprie certezze, riflette sui propri atti, si giudica, re-impara a vivere. Conquista il rispetto verso il suo domestico, alimenta il pentimento per i propri gesti scortesi, si libera dai “mille pregiudizi ci assediavano la mente”. Viaggiando s’impara e si sogna – alcune pagine lo vedono impegnato, nella finzione onirica, in una discussione con Platone, Aspasia, Pericle. Quando il viaggio finisce, lascia spazio alla nostalgia, alla riflessione sulla fine di quella prolungata escursione che è la vita. La morte di un uomo e di una farfalla “sono due avvenimenti similissimi nel corso della natura”, giacché “l’uomo non è che un fantasma, un’ombra, un vapore, che s’alza appena, e si dissipa per sempre”. Come uomini viaggiamo, come fantasmi vaghiamo. Anche da fermi.