«Con usura nessuno ha una solida casa
di pietra squadrata e liscia
per istoriarne la facciata,
con usura
non v’è chiesa con affreschi di paradiso
harpes et luz
e l’Annunciazione dell’Angelo
con le aureole sbalzate».

Così inizia il quarantacinquesimo dei Cantos di Ezra Pound. Composto all’inizio degli anni Trenta, diverrà presto un manifesto politico incarnato dall’autore nella propria vita. Pound, infatti, non esiterà a schierarsi a favore di quei paesi che si erano ribellati all’usura durante la Seconda Guerra Mondiale, condannando i suoi Stati Uniti di fare il giogo della finanza internazionale. Come è noto, sarà ricambiato prima con la prigionia per alcune settimane nel campo di Coltano (nella, da lui stesso definita, «gabbia del gorilla») e poi con tredici anni di reclusione all’interno dell’ospedale  criminale federale St. Elizabeths di Washington, a seguito di una discussa diagnosi di schizofrenia. Di Pound, si è detto e scritto tanto, troppo, dimenticandosi il più delle volte la grandezza di questo personaggio, sia come poeta (uno dei più rappresentativi di tutto il Novecento) sia come uomo, così tanto umano da perseguire i propri ideali ad ogni costo. Con semplici etichette, quali «fascista» e «antisemita», si crede di poter bollare questa grande personalità, scomoda al potere, tanto dell’epoca, quanto odierno. Una cosa, comunque, la si può certamente affermare in proposito. Se è indubbio che Pound fosse fascista, per tutto quello che il fascismo rappresentava in opposizione al modello angloamericano, di certo non possiamo dire lo stesso riguardo le accuse di antisemitismo e di razzismo. Lo stesso poeta rispondeva così: «Non sono un antisemita. Non confondo l’usuraio ebreo e l’ebreo che si guadagna onestamente da vivere di giorno in giorno».

A proposito dell’usura, è importante sottolineare, visto che raramente viene fatto, come Pound fosse profondamente cattolico e come la sua fede abbia contribuito alla realizzazione dei suoi Cantos. Ammiratore dei francescani e dei gesuiti, promotore di una relazione interdipendente tra cristianesimo e confucianesimo, è indubbio che il poeta americano abbia attinto alla tradizione biblica, e non solo, nella sua lotta contro l’usura. Il ripudio di questa pratica, infatti, è esplicito fin dall’Antico Testamento. Nel Levitico (25, 35-37) è scritto: «Quando un tuo fratello si fosse indebitato con te e non avesse mezzi da pagarti, cerca di aiutarlo, ospite o inquilino che sia, in modo che possa vivere presso di te. Non esigere da lui interessi in denaro o in lavoro ma temi il tuo Dio, e lascia vivere il tuo fratello presso di te. Non gli presterai il tuo denaro a interesse e non gli darai il vitto con usura». Passi simili, si possono trovare nel Deuteronomio (23, 20-21) e nell’Esodo (22, 24). La scolastica medievale concepiva solamente il prestito come mutuo rischio e non come contratto con rimborso obbligatorio. Di fatto, si investiva in due (creditore e debitore), in modo da dividere equamente (secondo la norma evangelica) il rischio della perdita. Successivamente, anche la Riforma protestante si scagliò contro la pratica usuraia, in un tempo in cui la Chiesa sembrava avere perso la retta via, a seguito dell’abrogazione, con Leone X, del divieto di usura. Scrive in proposito Roland Bainton: «Lutero descriveva l’usura come la pretesa che il contadino rendesse, insieme con l’oca presa a prestito, anche le uova che questa gli avesse prodotto. La sua convinzione era che si dovesse vivere lavorando anziché prestando». Il riformatore tedesco così si collocava in diretta discendenza con le Sacre Scritture e la concezione di San Tommaso. Attualmente, la condanna dell’usura è condivisa da tutta la cristianità. Papa Francesco si è recentemente espresso in proposito: «Quando una famiglia non ha da mangiare perché deve pagare il mutuo agli usurai, no, quello non è cristiano, non è umano. L’usura è una piaga sociale che ferisce la dignità della persona umana».

Insomma, all’interno di una società cristiana, in linea di principio, non ci sarebbe posto per alcun Shylock. Questo lo sapeva bene Pound quando, proseguendo nel suo poema, definiva l’usura un “peccato contro natura”, perché con essa: «nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine / non si dipinge per tenersi arte / in casa ma per vendere e vendere/ presto e con profitto».