Emil Cioran ha scritto che “la stupidità vede dovunque obiettivi, l’intelligenza dovunque pretesti”  prefabbricando con largo anticipo la giusta cornice per questa storia. Una vita, l’ultimo libro di Massimo Fini, è un delizioso testamento a se stesso, aperto in presenza di tutti e dedicato a nessuno come è nelle corde di chi sa che nell’arte gli eredi sono solo epigoni. Castigata l’aspettativa di chi avrebbe accettato il Fini-testamento con il beneficio d’inventario, si può procedere divertiti a una lettura entusiasmante di un giornalista, raro nella categoria, che si sporca le mani non solo con la penna. In poco più di duecento pagine c’è un Fini umano, troppo umano, con la sua storia di  poveraccio, come dice lui, alla ricerca di un senso che possa calmare l’inquieta “botola esistenziale”.  Anche lui è uno dei tanti che aspetta Godot, ma con la differenza che nel frattempo non fa cazzate noiose come Estragon o Vladimir di Becket: in questo scollamento con l’assurdo, Fini si ritaglia un coriandolo di realismo e lo chiama vita in cui si diverte anche. Consumatosi con il suo male di vivere, al posto  della pelle assottigliata, l’autore riscopre quei calli duri del suo vissuto e li rilegge insieme al lettore con rara profondità. Si parte dalla famiglia, come nelle migliori tragedie e si finisce a parlare di un intellettuale solitario e amicale che si avvicina ai più grandi epicentri culturali e politici del secondo Novecento senza esserne inghiottito dalla gravità. Da come Fini descrive gli altri si capiscono gli occhi di chi parla, ad ogni parola spesa per un figurante del libro, un tassello dell’autore si incasella nella mente di chi legge. La vita di cui si narra è un mosaico fatto di piccole scene colme di significato (all’interno di un generale deserto di senso) come quella del figlio, Matteo, che in dodici anni di carriera calcistica ha avuto una sola ammonizione per colpevole mancanza di cattiveria e che a tredici anni si rifiutò di andare ad un provino offerto dall’Inter, “perché il calcio deve rimanere un gioco”, come sosterrà davanti al padre colpevole di tanta saggezza. Altra costante della narrazione è un sottile antimodernismo che ha presupposti più poetici che politici come d’altronde ogni scelta di fondo.

Nel ’68, con un certo anticipo su quelli della sua generazione, Fini capisce che l’antifascismo proclamato rischia di diventare un fascismo di segno opposto e non l’opposto del fascismo;  per questo se ne tira fuori fin da subito. Per la sua determinazione e per la voglia che ha di diventare se stesso, Fini non trova stabile cittadinanza presso nessuna testata, è inviso ad ogni potere, non chiede asilo politico a nessuno, accetta di essere un apolide senza farne un vanto ma piuttosto edificando un credo con annesse rinunce. In questo gioco costante di essere se stesso Fini entra in rotta di collisione con personalità come Santo Pertini,  con l’effetto di essere scomunicato dalla Domenica del Corriere. La lucida razionalità non si arresterà neanche difronte al coro permanente allestito per Aldo Morto, del quale contesta il titolo di statista, evincendosi chiaramente dalle lettere, a suo dire, su cosa ricadesse la priorità del democristiano, tra lo Stato e se stesso. Suggestivi sono anche i riferimenti, appositamente ampliati nei rispettivi saggi, alle figure di Catilina e Nerone. Il primo, massacrato dalla storiografia ufficiale perché “morto contro la patria” , è un uomo coraggioso, che combatte fianco a fianco con i suoi e che verrà trovato in fin di vita ben dentro le linee nemiche  con “sul volto la stessa espressione di indomita fierezza che aveva da vivo” come ci racconta lo storico latino. Niente a che vedere, dice Fini, con i nuovi comandanti di droni che si cagherebbero addosso difronte ad un solo Talebano. Altro profilo venerando è quello di Nerone, su cui ricadono ben duemila anni di calunnie a sotterrarne l’intelligenza, lo spirito, l’animo da vero statista. Ritratti questi che fanno capire i valori che contano per l’autore: lo spirito, il coraggio la lealtà, la bellezza prima di ogni vessillo. Altro incontro di cui si parla è quello con Pasolini che Fini descrive come improvvisamente cangiante, infantile davanti alla madre e convinto martire alla sera. Grazioso per capacità di sintesi è anche lo scorcio dedicato a Vittorio Sgarbi che parla il miglior italiano disponibile in Italia (e ne scrive  uno modesto) e che sarebbe stato un grande professore di Arte ma purtroppo (per colpa dei professori che lo hanno bocciato) è un critico mediocre, a causa di una curiosità orizzontale per il nuovo, che non gli consente di soffermarsi tanto su un opera e gli fa perdere la necessaria profondità. Carino anche il quadro sul compagno di banco Claudio Martelli di cui qui basti sapere, perché è abbastanza, che è uno che  “quando tutti lo hanno sfanculato, ti dice: li ho mandati tutti a fare in culo”. Poi ancora il rapporto con Giorgio Bocca che subisce sotto il peso della penna di Fini lo smacco di una misera fascinazione per i ricchi e che dirà con tono da venerato maestro mentre i nipotini scorrazzano per il suo studio e lo salutano “questi hanno già capito da chi viene il denaro”. C’è una miniatura anche per Biagi, una per Scalfari e infine si delineano le coordinate della relazione con Montanelli di cui, nell’autore, si intuisce una pudica continuità di spirito.

Da ogni ritratto si arguisce che Fini va oltre le ideologie, trascura gli sfondi e si limita ai primi piani, all’essenza, ai caratteri antropologici. Gli incontri eccellenti sono una parte interessante del libro ma non sono tutto. A questi si uniscono racconti di relazioni normali e profonde, come quelli con le donne, sguardi su se stesso, tacite confessioni sui propri indelebili dolori, depressioni e alcolismo a parte, che fanno dell’autobiografia un prezioso volumetto per chi voglia apprendere i rudimenti del mestiere di scrivere vivendo. A vestire i vari tessuti del racconto si presta una scrittura piena di talento, che sa trasportare ironia e commozione con la stesso splendido ritmo di marcia; si alternano all’orchestra la coscienza dell’io e “un terzo occhio” sempre presente con cui Fini riesce a guardarsi anche la nuca. Giunto alla fine del suo viaggio  -si respira un clima di commiato-  nell’ultimo capitolo Fini si domanda il senso della sua esistenza e risgorga dal di dentro una vena carsica di nichilismo che inonda con soffocante poesia questa piccola Atlantide del giornalismo nazionale.