Accade alle volte di pescare, più per fortuna o sorte che per reale intenzione, in qualche polveroso scantinato o su ancor più polverose bancarelle di rigatteria, vecchi e dimenticati cimeli che conservano un’aura di prezioso fascino perduto. È la sensazione che si prova nello scoprire, tra gli averi di famiglia, oggetti dimenticati e sepolti nell’andirivieni quotidiano ma che improvvisamente gettano un cono di luce contemporaneamente sul passato di cui serbano memoria e sul presente su cui la sanno lunga, da sagge riesumazioni del passato quali sono. È la medesima sensazione che si prova leggendo le Strane storie di un grande autore italiano, un po’ dimenticato anch’egli, qual è Giovanni Papini.

Nato nel 1881 a Firenze, Papini fu, se si può dire, tutto e il contrario di tutto. Giovane intellettuale inquieto e agitato, fonda le celebri riviste La voce con Prezzolini e Lacerba con Soffici, sostiene il futurismo che per lui “è guerra contro l’accademia, contro l’università, contro lo scolarismo, contro la cultura ufficiale, è liberazione dello spirito dai vecchi legami, dalle forme troppo usate”, caldeggia l’intervento nella prima guerra mondiale, pubblica perfino Il crepuscolo dei filosofi, saggio in cui demolisce le maggiori teorie filosofiche e decreta infine la morte della filosofia stessa. Dopo la guerra Papini, che pure era molto vicino al pragmatismo filosofico, vivrà un periodo di sofferto travaglio spirituale che culminerà nella conversione al cattolicesimo, nel rinnegamento di molti dei suoi scritti e nel pentimento per l’interventismo. Prima che tutto ciò accada, precisamente tra il 1906 e il 1914, pubblica quattro raccolte di racconti, di cui farà poi una cernita, scegliendone ventidue per una ripubblicazione nel 1954 col titolo di Strane storie. L’ultima edizione è la Sellerio del 1992, di cui non sono state realizzate ristampe, dunque è ancora prezzata in lire e di non facile reperimento. I pochi audaci lettori che avranno voglia di fare una breve ricerca per scovare il prezioso manufatto godranno sicuramente di piacevoli soddisfazioni.

Fiorentino doc, il giovane Papini si distingue subito per la propria verve: stronca celeberrimi scrittori, sbertuccia complesse teorie filosofiche, proclama guerra alla cultura ufficiale, alle università, ai modi di fare e di dire cultura convenzionali. In breve diventa un famoso e scapigliato autore, la cui buona considerazione valica i confini italiani.

Fiorentino doc, il giovane Papini si distingue subito per la propria verve: stronca celeberrimi scrittori, sbertuccia complesse teorie filosofiche, proclama guerra alla cultura ufficiale, alle università, ai modi di fare e di dire cultura convenzionali. In breve diventa un famoso e scapigliato autore, la cui buona considerazione valica i confini italiani

Come la gioventù di Papini passò inquieta e dolorosa, così i suoi racconti riflettono questo stato d’animo di disagio evidente verso l’esistente e soprattutto verso le convenzioni di vita sociale diffuse all’epoca e non dissimili nella nostra contemporaneità. Come Papini stesso annuncia nella nota introduttiva, v’è nei racconti

[…]la mania della novità fino alla stravaganza, del paradosso fino all’assurdo, del rovesciamento fino al delirio. V’è anche molta candidezza accanto alla frenesia cerebralista; v’è pure, qua e là una spregiudicatezza d’ingenuo moralista che si libera talvolta nel comico e nella satira.

Dopo tali parole il lavoro del povero recensore sarebbe solamente inutile e superfluo, eppure val la pena spendere qualche parola a complemento di quelle già definitive vergate da Papini stesso. Leggere questi racconti è fare una passeggiata sconvolgente ma divertente nell’assurdità della vita. Le novelle, tutte di facile fruizione, sono scritte in quella prosa limpida e asciutta condivisa da molti scrittori d’inizio secolo, in contrasto evidente e voluto rispetto alla prosa classica e orpellata del gigante d’Annunzio, con la quale tutti dovevano inevitabilmente fare i conti. I lettori più attenti coglieranno senza molta difficoltà un curioso parallelismo tra il giovane Papini e da un lato Luigi Pirandello, dall’altro Franz Kafka. Nonostante fare paragoni tra scrittori risulti spesso un esercizio d’erudizione alquanto sterile, è pur vero che i testi dialogano tra loro; al lettore dunque è accordato il permesso di trovare quel fil rouge che inevitabilmente lo zeitgeist dell’Europa industriale prebellica aveva inoculato nell’ispirazione di taluni scrittori.

Del primo, Papini condivide il vezzo umoristico nell’adoperare il punto di vista di uomini qualunque immersi nella vita quotidiana; molti personaggi che popolano i racconti richiamano infatti Mattia Pascal e Vitangelo Moscarda, nella loro incapacità di adattarsi agli usi e costumi socialmente condivisi e nel conflitto perenne tra l’identità individuale che ritengono propria e quella che viene loro affibbiata dagli altri. Al secondo lo accomuna invece la visione pessimistica senza appello né speranze, in una specie di labirinto degli specchi in cui l’uomo non riesce mai a trovare sé stesso, vede la propria immagine fugacemente riflessa nelle cose del mondo e angosciato cerca di darsi un posto, di catturare il proprio riflesso, mentre i rintocchi inarrestabili del tempo scandiscono la vita nell’attesa del fatale momento del rintocco definitivo. La maggiore differenza rispetto allo scrittore boemo risiede nell’impatto alla lettura: Kafka risulta angosciante e introspettivo, lugubre, dalla prima all’ultima pagina, mentre Papini è leggero e umoristico, si termina col sorriso sulle labbra, salvo poi piombare in un’inquietudine profonda quando ci si ferma a riflettere su quanto si è appena letto.

Luigi Pirandello: scrittore, drammaturgo e poeta (1867-1936)

Luigi Pirandello: scrittore, drammaturgo e poeta (1867-1936)

Come ciò sia possibile è presto detto. Anzi, è lo stesso Papini a dirlo, sancendo la differenza tra la sua opera e quella degli scrittori fantastici, nei cui racconti:

[…]Il meraviglioso e il terribile sono il risultato di qualcosa di straordinario ma esteriore, quasi sempre, alle anime dei personaggi. Il terribile consiste nella stranezza delle situazioni anormali in cui si trovano uomini normali. […] Io [invece] ho voluto far scaturire il fantastico dall’anima stessa degli uomini, ho immaginato di farli pensare e sentire in modo eccezionale dinanzi a fatti ordinari. […] Li ho posti davanti ai fatti della loro vita ordinaria, quotidiana, comune, ed ho fatto scoprire a loro stessi, tutto quello che c’è in essa di misterioso, di grottesco, di terribile.

Questa è la forza che prorompe dai brevi racconti di Papini, inscenare momenti di vita quotidiana condotti da persone comuni ma particolarmente sensibili, che rovesciano in grottesco e in terribile, in straordinario e angosciante, ciò che tutti gli uomini vivono senza neppure farci caso. Come quel tale che rimane affascinato da una dolce ragazza e le regala la parvenza di un amore focoso al quale non potrà sottrarsi, e di fronte alla decisione calorosa di lei di rafforzare la relazione fino al matrimonio, lui non si sente di bloccarla per non recarle dispiacere, per non causarle una grave delusione amorosa. Senonché l’uomo è già sposato e sa che prima o poi tutto l’incanto si scioglierà, combattuto com’è tra l’altruismo verso la ragazza innamorata e la devozione verso la moglie. Oppure quell’altro tizio che acconsente per buona educazione ad essere invitato in casa di un nuovo amico, che pure non lo entusiasma, e sempre per buona educazione lo asseconda, ormai mal sopportandolo, in tutti i propositi fino ad alcuni tiri di scherma. A questo punto però nasce un diverbio che finirà con la dichiarazione di duello, che il nostro non potrà negare; il duello termina con la morte del già ex amico e per questo il sopravvissuto viene portato a processo, gabbato com’è stato dalla sua buona educazione.

La prima edizione di Strane storie, pubblicata a Firenze da Vallecchi nel 1954

La prima edizione di Strane storie, pubblicata a Firenze da Vallecchi nel 1954

Queste e tante altre storie, alcune dalla trama banale altre più raffinate, compongono questo piccolo gioiello narrativo, la cui straordinaria ed immensa capacità è quella di lasciare atterrito e sgomento il lettore di fronte all’inusuale ed estraniante visione della semplice quotidianità. Ovviamente non è la trama quel che conta, in questo Papini non si discosta dalla narrativa d’introspezione, bensì il modo in cui i personaggi percepiscono ed elaborano ciò che vivono, fino a rendere ciascuna storia un’iperbole di tanto in tanto grottesca della vita. Tante cose ci accadono giorno per giorno, cose spaventose che non reputiamo tali solamente perché vi siamo fin troppo abituati, e cose miracolose, ma neppure di queste gioiamo perché anche per loro l’abitudine sopraffà la meraviglia. “La nostra meraviglia e la nostra paura derivano dalla rarità delle cose che le producono” e la bravura di Papini risiede proprio nel renderci raro il semplice e nell’infondere paura e meraviglia per l’ordinario. Purtroppo, come già scritto, il libro è difficile da trovare ma riposa in qualche scaffale, nella penombra, attendendo che dei lettori impavidi – tanto meglio se giovani – si prendano la briga di avventurarsi nei bugigattoli della quotidianità. Alla fatica letteraria di Papini non è stata resa giustizia, perfino Jorge Luis Borges lo definì un autore immeritatamente dimenticato; lo scrittore è oggi ignoto ai più e diversi suoi scritti sono quasi del tutto irrecuperabili, nonostante ciò non si può fare a meno di apprezzare la splendida opera di colui che Eugenio Montale considerò:

“Una figura unica, insostituibile, a cui tutti dobbiamo qualcosa di noi stessi”.