di Marco Ausili

L’utilità dell’inutile è un libretto dalla copertina rossa, edito dalla Bompiani. In libreria si trova facilmente la nuova edizione, uscita da poco. L’autore di questo testo è un professore universitario, con tanto di cravatta, capelli bianchi e portamento sobrio: Nuccio Ordine. Ma c’è ben poco di ordinario in questo libro. E c’è pochissimo di sobrio, di cattedratico, di soporifero. Piuttosto c’è dentro una ventata di serietà e di umanità. Infatti, se il finanzcapitalismo continua a imperversare subordinando a sé politica ed ecosistema, il professor Nuccio Ordine, dal fondo della sua Calabria e dall’alto della sua nota competenza, ci dice che tutto questo è sbagliato e che un mondo diverso è possibile. Le parole di Nuccio Ordine, professore ordinario di Letteratura Italiana nell’Università della Calabria, sono inconsuete, antiadattive, armate di quella ostinazione propria ai martiri, o almeno agli studiosi di lettere classiche. Ed ecco come ci pone la sua domanda fondamentale: perché l’inutile letteratura può essere utile?

Per il professore non c’è alcun dubbio: la letteratura è una “forma di resistenza agli egoismi del presente, antidoto alla barbarie dell’utile che è arrivata perfino a corrompere le nostre relazioni sociali e i nostri affetti più intimi. La sua esistenza stessa, infatti, richiama l’attenzione sulla gratuità e sul disinteresse, valori ormai considerati controcorrente e fuori moda”, (p. 39). Nel libretto di Ordine, l’intero universo umanistico torna a scuotere il proprio antico corpo, quasi come un enorme Veglio di Creta che si risvegli. Infatti viene qui ridata la parola a Ovidio, Dante, Petrarca, Montaigne e Leopardi. Come pure a Ionesco, Cioran, Gramsci e Bataille. Nuccio Ordine mette così in riga la sua illustre squadra, sostenitrice della cultura e dei valori umanistici, e passa all’attacco: «Tra le tante incertezze, tuttavia, una cosa è certa: se lasceremo morire il gratuito, se rinunceremo alla forza generatrice dell’inutile, se ascolteremo unicamente questo mortifero canto delle sirene che ci spinge a rincorrere il guadagno, saremo solo in grado di produrre una collettività malata e smemorata che, smarrita, finirà per perdere il senso di sé stessa e della vita», (p. 31). È insomma attraversando i classici e la cultura da essi veicolata, che possiamo rintracciare “la carica illusoria del possedere e i suoi molteplici effetti distruttivi in ogni dominio del sapere e in ogni tipo di relazione umana”, (p. 165). Ma qual è il luogo in cui si può davvero recuperare il pensiero trasmesso dai classici? Ovviamente la scuola e l’Università, si direbbe. Ma Nuccio Ordine, anche a questo proposito, non fa sconti a nessuno: «istituti secondari e atenei sono stati trasformati in aziende. Niente da eccepire, se la logica aziendalistica si limitasse a eliminare gli sprechi e a mettere sotto accusa le gestioni allegre dei bilanci pubblici. Ma, all’interno di questa nuova visione, il compito ideale di presidi e rettori sembrerebbe essere soprattutto quello di produrre diplomati e laureati da immettere nel mondo del mercato. Spogliati dei loro panni abituali di docenti e forzati a indossare quelli di manager, sono costretti a far quadrare i conti nel tentativo di rendere competitive le imprese che governano», (p. 115).

Queste denunce, tenaci e ostinate, riportano sotto le luci della ribalta questioni tormentate e irrisolte, oggi relegate sotto il manto sempre più spesso del chiacchiericcio ministeriale, quello della “Buona Scuola” per intenderci. E la denuncia è chiara: in quanto a educazione bisogna rivedere tutto, bisogna rimettere a tema il fine ultimo delle realtà educative, specie alla luce dei più recenti disastri che il sistema del capitale ha generato nel tempo delle crisi e delle devastazioni ecologiche. Nel tempo in cui, tra l’altro, “per far laureare gli studenti nei tempi stabiliti dalla legge e per rendere più gradevole l’apprendimento non si chiedono dei sacrifici in più ma, al contrario, si cerca di allettarli con la perversa riduzione progressiva dei programmi e con la trasformazione delle lezioni in un gioco interattivo superficiale, basato anche su proiezioni di slides e somministrazioni di questionari a risposta multipla”, (p. 112).