All’interno del pubblico dei non addetti ai lavori – ma purtroppo anche tra molti dei cosiddetti esperti – è in auge la fallace convinzione che la poesia sia e debba essere un genere di componimento opaco e fumoso. Insomma, più risulta indecifrabile e astrusa, più si tende ad avere nei suoi confronti un approccio reverenziale e sacrale. Nella maggior parte dei lettori, ciò si accompagna a un sostanziale rigetto fondato sulla sensazione di essere inadatti a tanta insondabilità oracolare. In verità, ogni qualvolta la poesia abbia raggiunto un qualche ragguardevole vertice,  i versi del poeta di volta in volta in questione sono pervenuti a un livello di tersa semplicità. Si potrebbe forse dire che qualunque grande lirica – pochissime di solito nella produzione di un autore – si contraddistingue per due elementi: semplicità d’espressione ed estremo rigore stilistico. Basti pensare ad Alla deriva di Vincenzo Cardarelli, poeta oramai antologizzato e dunque riposto nel cassetto.

La vita io l’ho castigata vivendola./Fin dove il cuore mi resse/arditamente mi spinsi./

 

Ora la mia giornata non è più/ che uno sterile avvicendarsi/ di rovinose abitudini/ e vorrei evadere dal nero cerchio./ Quando all’alba mi riduco,/ un estro mi piglia, una smania/ di non dormire./ E sogno partenze assurde,/ liberazioni impossibili./ Oimè. Tutto il mio chiuso/ e cocente rimorso/ altro sfogo non ha/ fuor che il sonno, se viene./ Invano, invano lotto/ per possedere i giorni/ che mi travolgono rumorosi./ Io annego nel tempo.

Vincenzo Cardarelli

Vincenzo Cardarelli

Risulterà evidente anche alla persona con minor consuetudine poetica che il dispiegamento del contenuto in questi versi è di una cristallinità unica e rara. Per dirla in modo più diretto, è tutto chiaro, palese, impossibile da fraintendere. Eppure, è poetico e non solo: è poesia. Ogni rigo scorre melodioso. Non vi è una sola parola che sia superflua. L’armonia regna sovrana. Il tutto senza alcuna necessità di passaggi didascalici, o cadute nel prosastico. Le immagini sono evocative, ma traslucide (si pensi a “il nero cerchio”). Quando si arriva a tali livelli – stati di grazia e soprattutto d’eccezione, purtroppo – si potrebbe dire che la vita di un artista trova giustificazione in poco più di dieci righe. Sfortunatamente, la lezione non è stata assimilata dal grosso dell’orda poetante in circolazione. Sembra anzi che il gusto per un verseggiare improbabile e pseudo all’avanguardia – ma di cosa poi? – sia un vizio assurdo duro a morire. Il risultato sono liriche di una pesantezza esasperante, dal ritmo zoppicante, colme di immagini discutibili e pateticamente artificiose, dall’impatto emotivo di una formula matematica.

In questo infelice panorama, una breccia di speranza si apre con l’opera prima della poetessa Alessandra Fanti. Il lavoro vede la luce grazie all’interessamento della casa editrice La Vita Felice che, da venticinque anni a questa parte, si distingue per essere una delle più raffinate dispensatrici di poesia a livello nazionale. Emersioni, questo il titolo della silloge, esce nella collana dedicata agli esordienti, Agape, diretta dalla famosa e appassionata poetessa Rita Pacilio.

Al pianoforte Rita Pacilio - a destra Diana Battagia direttrice editoriale di La Vita Felice

Al pianoforte Rita Pacilio – a destra Diana Battagia direttrice editoriale di La Vita Felice

C’è da dire che, pur essendo una debuttante sul piano editoriale, la Fanti ha una lunga familiarità con l’attività lirica. Un lavoro, il suo, protrattosi in silenzio, per decenni, senza l’ossessiva smania di dare alle stampe le proprie carte. Una vocazione, insomma, coltivata con assiduità quotidiana, con l’attenzione che solo una donna sa avere per il suo giardino privato dell’anima. In mezzo a una produzione torrenziale, si è proceduto a una cernita che – si può essere certi – darà  presto adito a nuove e  pregevoli pubblicazioni. Come giustamente sostiene la Pacilio, nella prefazione al breve canzoniere, il lavoro di Alessandra “si incanala nella corrente esistenziale, intimista della poesia contemporanea”. Ma è la poetessa stessa, fin da subito, a fornire “senza difese retoriche” la chiave interpretativa della sua poetica:

Sono cose semplici quelle di cui ti parlo
sono quelle che so, pochissime in realtà.
Bisogno e gratitudine
stupore e lontananza
amore e ogni suo contrario.

Si possono quindi agevolmente cogliere i motivi dominanti in Emersioni. Un posto di spicco trova la dimensione della gratitudine che corrisponde a un’apertura senza riserve al mistero del creato inteso come dono metafisico.

Intemperanza dello sguardo
fermarsi sul più piccolo dettaglio
natura fece tutto con rigore
ci deve quindi essere uno sbaglio
se nella quercia altissima e nel cardo
io non so vedere che l’abbaglio
di un calcolo perfetto di stupore.

Nessuna volontà di sviscerare e razionalizzare, che svilirebbe inevitabilmente la potenza soverchiante e allo stesso tempo placida di una tale pienezza vitale. Piuttosto un atteggiamento contemplativo ed estatico che echeggia il Montale di I limoni: “Vedi, in questi silenzi in cui le cose/ s’abbandonano e sembrano vicine/ a tradire il loro ultimo segreto,/ talora ci si aspetta/ di scoprire uno sbaglio di Natura,/ il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,/ il filo da disbrogliare che finalmente ci metta/ nel mezzo di una verità”. Nelle parole della Fanti:

Nessun fiore sa quanto durano/ brina e calore/ e quando l’ape verrà./ Noi ci fermiamo allo splendore

Si è indicato il poeta genovese, ma sono diversi gli influssi che la poetessa dimostra di aver ben assimilato in un umile e paziente ascolto a cuore aperto della migliore tradizione poetica italiana e non solo. Si evincerà per esempio, per quel che riguarda l’attenzione verso la natura metafisicamente intesa e il ripiegamento intimistico, la profonda influenza dickinsoniana che certo costituisce per la Fanti un paradigma sentimentalmente affine e imprescindibile. È poi volgendo a quello che appare essere l’altro grande tema diffuso del testo, “l’amore e ogni suo contrario”, che l’autrice manifesta tutto il suo legame con una storia nella quale andrebbero annoverate molte sue insigni colleghe della lirica nostrana, Alda Merini su tutte. Si ascoltino per esempio questi versi:

Sono grande.
Ho già tutti i permessi
anche quello per farmi male
di troppo o sbagliato amore.
Berrai le mie risate liquide,
le acque del mio desiderio,
le lacrime dell’emozione di prenderti
nella trappola del mio cuore
prigioniero e felice.
Sarà ubriachezza e sogno.
Non piangerò, vedrai.

Ma ce ne sarebbero tanti altri: “ […] Tu siccità delle mie spighe/ riposo delle mie stanchezze”. Si presti attenzione in questo caso al rovesciamento del noto verso della poetessa milanese: “Io ti debbo i raccolti più fruttuosi/ della mia terra che non dà mai spiga”.

Eugenio Montale - Emily Dickinson - Alda Merini

Eugenio Montale – Emily Dickinson – Alda Merini

Non si tratta di trovare una giustificazione della poesia di Alessandra Fanti tirando dalla sua parte il maggior numero possibile di nomi altisonanti. Come scrive Gavino Angius nella postfazione, dimostrando notevole equilibrio critico, “categorizzare, iscrivere un autore o un’opera a un’appartenenza di scuola, è gesto pigro e ingeneroso, ma anche gridare al miracolo dell’unicum, oggi, quando tutti i giudizi sono stati emessi e tutti i calici assaporati, può destare sospetti”. La lirica della Fanti sta in piedi senza l’aiuto di alcun puntello esterno, sulla base di una ricerca umana che niente ostenta di volgarmente ombelicale e autoreferenziale, che mai si adagia nel compiacimento querulo della lamentazione. Perfino quando dell’amore viene descritto il suo contraltare, il disamore e la lontananza, non vi è rancore, casomai ironia sopraffina tra i miasmi dell’amarezza:

Condannata da sempre
all’intelligenza e ai compiti ben fatti
rido, godendo libertà, della tua voglia di toccarmi
che ho costruito in poche ore
senza l’arma della giovinezza.
Ho una bellissima cicatrice da regalarti.
Saprai leggerne la poesia?

Un libro che si potrebbe leggere in una sola seduta, avendo giusto il coraggio di immergervisi senza riserve, come in un diario smarrito, imparando a conoscere la sua autrice, cogliendo quella tragica e sincera volontà di vicinanza e dialogo che si respira tra le pagine. È in fondo palpabile che la Fanti non si avvale della poesia in ragione di una mera passione per l’esercizio stilistico fine a se stesso, o per una posa intellettuale, ma perché in essa trova uno dei canali più efficaci per estrinsecare la propria insopprimibile umanità.

Copertina libro Alessandra Fanti

Copertina libro Alessandra Fanti

Piccola assaggio di testi tratti dalla raccolta Emersioni

Avessi potuto diventare matta
in quel complicato frangente
della malattia del nostro amore
avessi potuto fare la matta
mentre moriva ma non del tutto!
Avevo una bambina dentro
che mi credeva saggia
avevo per mano una bambina
che mi voleva saggia
che già la vita aveva giocato con lei.
Mi è toccato d’essere normale – quasi –
di fare come se quello strazio
non fosse la madre dei passi.
Ho accumulato errori
perché avesse una ragione
esserci perduti malamente.
Ho chiesto in giro:
«Si può amarmi? È possibile?»
Moriva l’amore ma non del tutto.
Se vado piano, se sono stanca
è per via della bara
che trascino vuota.

 

Così imparai a scrivere
Andando con quel passo precario
Due piedi sul cavo sospeso
E la testa a respirare nuvole.
Ricordo tutto l’essenziale della prima volta:
Era la certezza di non voler cadere
A darmi finalmente un peso
Non l’energia degli anni.
Camminare non fa differenze
Ogni passo è la stessa fatica
Ruvido sulla terra
Annaspante in bilico sull’aria.
Volare non è cosa per uomini
Insegna questo il cavo
Vivere cercando un equilibrio che non sia
Immobile, è il lavoro di una vita.