Uno scrittore, come Ernst Jünger annotò in un diario, non può permettersi di covare il sentimento dell’antipatia. Essa non gli permetterebbe di penetrare nella dimensione autentica dell’uomo, precludendogliene la conoscenza, così come a un medico la capacità di guarire i malati. Tanto più si è affetti dall’odio, tanto meno si è capaci di fare letteratura. È ciò che ci fa scoprire Lettere alle amiche (Adelphi, 2016, pp. 257), raccolta della corrispondenze che Céline, al secolo Louis Destouche, medico e scrittore, intrattenne con alcune amiche negli anni Trenta. Il volumetto copre un periodo fondamentale della vita del letterato francese, ormai esposto come scoglio al mare del successo e delle critiche

Sei sono le donne alle quali egli si rivolge dal civico 98 di Rue Lepic, più numerose le maschere con cui lo fa. Relegati il cinismo e la misantropia a momentanee boutade, Céline si mostra nella sua fragilità. La carne prima di tutto. Molte delle sue corrispondenti sono amanti, ed egli non lesina complimenti e volgari riferimenti alla sfera della sessualità. All’ebrea austriaca N., la quale chiese che il suo nome non fosse reso pubblico nell’edizione Gallimard di Lettres à des amies, Louis Destouche – così si firmava prima della vertigine della notorietà – scrive: «Il ricordo delle sue cosce mi basta ancora. Sono un sentimentale». E al corpo delle sue amiche egli dedica infinite attenzioni, sia di tipo paternalistico, con moniti e indicazioni («Niente amore senza preservativo, ALTRIMENTI DA DIETRO», suggerisce con tanto di maiuscolo a Erika Irrgang), sia di una perversione immaginifica («Bisognerà pure che si vada a letto tutti insieme un giorno o l’altro. Del resto sono andato a letto con quasi tutte le donne attraenti che conosco»), che rivelano le spinte edoniste di un uomo che, nel privato del talamo, appare più modesto che eroico. «Cosce, ancora cosce. È il mio unico piacere. L’Umanità sarà salvata solo dall’amore per le cosce», afferma in un’estasi carnale. La ragione dell’inclinazione consigliera è presto detta: «il mondo è pieno di buoni consigli e spesso quelli cattivi valgono più di quelli buoni», dice a Erika in una delle lettere di apertura. Certo, non risparmia note misogine («mi prende per una donna? con delle opinioni? …Io non ho opinioni»), ma nelle sei corrispondenze l’ammirazione per quelle splendide “macchine da coito” sovrasta il resto. Il piacere e i soldi sono la via tracciata e con difficoltà percorsa dallo scrittore.

Eppure, nonostante sia circondato da amanti concupiscenti, l’infelicità è eletta a vocazione. Essa scivola dall’inchiostro di Céline, si fa letteratura, che «è Morte», e descrive l’autore come «una specie di incubo ambulante che non ci tiene più tanto a continuare a vivere». La delusione per la sconfitta al Premio Goncourt, dovuta secondo Louis all’eccessiva anarchia dell’opera, sommata alle critiche piovute dai giornali, alimenta il suo amorevole disprezzo per la letteratura, tanto da portarlo a scrivere a N.: «[la critica] non ha importanza, sono solo parole. Questi letterati s’eccitano molto con le parole e basta. Sono figli del Vento. Il mio disprezzo della letteratura è grande, N. Per me non è più importante dello yoyo. Perché la vita mi è atroce, perché devo pur passare il tempo e perché con lo yoyo vero non ci so giocare». Lo stesso Céline mostra distacco per il Voyage au bout de la nuit, «noioso e insulso da vomitare», ma dubbio vuole che sia il gioco delle maschere dell’autore, se genio è il matrimonio tra follia e furbizia.

Le epistole con le amiche non si soffermano sulla politica e sull’attualità, argomenti con tutta evidenta antierotici, ma è compito del lettore percepire il crescendo di antisemitismo che investe Céline, fino alla destituzione dagli incarichi professionali. Se nel 1933 è la «follia di Hitler» a preoccuparlo, già nel 1939 sono gli ebrei a occupare le sue paranoie, convinto che saranno loro a far scoppiare la guerra. Ancora più esplicita è l’opinione verso la Russia sovietica, che visita più volte durante questi anni. Niente di quella solare propaganda in cui sono impegnati i comunisti occidentali; la rivoluzione bolscevica è un orrore, una ignobile montatura, una sporca stupida faccenda. Nel 1936, dopo una visita a Leningrado, coglie la realtà di ciò verso cui molti erano ciechi: «Una cosa abietta, tremenda, orripilante in modo inimmaginabile. Bisogna vederla per crederci. Un orrore. Sporca, povera schifosa. Una prigione di larve. Nient’altro che polizia, burocrazia e nauseante confusione. Nient’altro che bluff e tirannia».

Le Lettere alle amiche tracciano un bilancio della vita mediocre di un letterato malgré tout straordinario, vittima del proprio tempo, alla ricerca di una bellezza perenne che non trova nell’uomo, e che gli è motivo di strazio. Il mondo è un teatro di personaggi a capite ad calcem petulanti, sguaiati, sbaciucchioni e perditempo, un minestrone di chiassosa volgarità e rimbecillimento, che va abbandonato solo dopo essersi liberati. In fondo, Céline, non fa che ricordarlo a se stesso, dicendolo a noi. Essere orribili, sputare ogni finzione, cercare la luce nei luoghi proibiti, a costo di contrarre i purulenti esantemi della vita. «Non sono moderno, non sono uomo perso. Ho conservato grazie a Dio il senso dei valori profondi».