di Luca Gritti

Che fine ha fatto il diavolo? Scusate l’inizio enfatico e roboante, perdonate la domanda provocatoria, che evoca suggestioni sinistre e iconografie inquietanti, ma la questione è questa: viviamo in epoca di secolarizzazione, Dio è morto e i santi sono scomparsi dall’orizzonte, perché a questi si addice l’eternità mentre la nostra è un’epoca di fugacità e notorietà a breve termine (come scrisse la geniale penna di Ennio Flaiano, ci toccherà morire in odore di pubblicità), ma in tutto questo che fine ha fatto la faccia scura della luna, il rovescio di Dio, la zona oscura e scabrosa di ogni religiosità, ovvero il diavolo? L’incredulità dilagante l’ha inghiottito, lasciandoci soli con noi stessi, perché se non si crede in Dio, come si può credere al diavolo; oppure al disconoscimento di Dio è seguita un’epoca in cui il diavolo si è affermato, sia pure in modo sottaciuto e sotto mentite spoglie, senza destare scalpore od indignazione, come si addice al personaggio? Oppure anche il diavolo è scomparso, ed è sopravvissuto solo in qualche setta grottesca o stragista oppure nella provocazione stantia di qualche icona del rock?

Alcuni autori tradizionalisti sarebbero pronti a dire che la nostra è un’epoca di decadenza, un periodo di oscurità e di perdizione, ‘la notte del mondo’, che dobbiamo attraversare adeguandoci o attendendo una rinascita in disparte. Ma anche ultimamente sono stati in molti ad evocare sinistre presenze e profezie millenaristiche in varie vicende di cronaca, a partire dalla compresenza singolare di due Papi viventi finendo con l’ascesa dell’Isis, e passando per le catastrofi ambientali…Ma queste sembrano ancora allusioni vaghe o generalizzazioni eccessive: se davvero la nostra è un’epoca diabolica, perché lo è, chi è il diavolo oggi, come fare a riconoscerlo ed a combatterlo; a non lasciare che l’abbia vinta? Dobbiamo sbarazzarci della vecchia iconografia che c’è presentata del diavolo, dei pregiudizi secolari e degli sciocchi dogmi, e chiederci, con serietà e senza eludere la questione: che cos’è il male, quand’è che è più facile finirne preda ed esserne vittime? Oggi viviamo in un’epoca di leggerezza, come capì Calvino, in ogni cosa dobbiamo omettere e censurare il male, in quanto osceno, e dunque presentiamo solo il lato positivo della vita, cassando la tragedia e la morte, le scelte difficili e le decisioni dolorose. In questo contesto, perfino il diavolo viene omesso dall’orizzonte, viene ignorato il male, oppure viene edulcorato e mostrato in una versione felice e gaia, spensierata e giuliva, come certi diavoletti di film d’animazione americani…Questa leggerezza, però, rischia di diventare insostenibile, come denunciò Kundera: il male di cui si finge l’inesistenza e di cui si professa la scomparsa rientra dalla finestra, e non lo fa in modo fragoroso, destando clamore ed apprensione, ma in modo subdolo, strisciante, flemmatico. Non uccide d’un colpo, ma fa morire un po’ ogni giorno. E allora, di nuovo, come parlare oggi del male, in un’epoca in cui questa è dilagante, sia pur in versione soft, ma è nascosto sotto il tappeto ed ignorato dai media e dagli osservatori?

Forse a venirci in aiuto c’è un autore straordinario, molto citato ma molto poco capito, forse il più grande romanziere di sempre e in assoluto l’autore più decisivo per influenza sulla letteratura successiva: Fëdor Dostoevskij. L’autore russo ha sempre trattato, in modo diretto e senza temere mediazioni, il confronto con il male, con la cultura nichilista, che all’epoca dilagava in Russia ma che aveva la sua matrice ideologica e culturale in Europa. Avevamo già scritto in un articolo passato di Delitto e Castigo, la vicenda del giovane studente universitario Raskolnikov che, rinchiuso in una sorta di sinistra alienazione, subisce la fascinazione di suggestioni oscure, che covano dentro di lui, che lo spingono a compiere un assassinio ma poi lo lasciano solo, con la sua inadeguatezza, prima che un’altra figura, stavolta angelica, ovvero la giovane Sonja, lo conduca al rinsavimento ed alla redenzione. Ma un riferimento ancora più esplicito al diavolo c’è in un altro, straordinario, testo di Dostoevskij, il suo ultimo libro, che ultimò qualche tempo prima di morire, la sua ultima testimonianza di speranza e di verità ad un mondo che, con apprensione, l’autore russo vedeva sempre più aggredito dalla menzogna: ovvero I Fratelli Karamazov. Il romanzo racconta dell’odio di quattro fratelli, tre riconosciuti ed uno illegittimo, verso il padre, personaggio dissoluto e scialacquatore. Uno dei fratelli Karamazov, Ivan, ricorda molto Raskolnikov. Ragazzo colto, studente brillante e disilluso, conosce le letture del suo tempo ed il pensiero nichilista e, come Raskolnikov, ne trae le uniche conclusioni possibili, a suo giudizio. Se non esiste nulla fuorché l’uomo nell’universo, egli può disporre come crede del mondo e del prossimo, ogni forma di umana solidarietà è un retaggio passatista e da cui occorre emanciparsi, un sentimentalismo per attardati; la vita è una competizione contro il prossimo per sopravvivere, godere ed arricchirsi, il resto sono solo vacue chiacchiere, da benpensanti o da preti. Le due frasi più ricorrenti di Ivan Karamazov sono “l’uomo è un rettile per l’uomo” e “se Dio è morto, tutto è permesso”. Anche qui la negazione di Dio, come in Delitto e Castigo, coincide con la liberazione dell’arbitrio, la fine di ogni umano limite, la proclamazione della liceità dell’omicidio, insomma la fine di ogni umanità. Se però la presenza del diavolo, in Delitto e Castigo, era stata solo vagheggiata e adombrata, quando si alludeva ai fantasmi di Raskolnikov ed alle sue paranoie, qui Ivan ha un vero e proprio incontro con il diavolo, al diavolo parla e con il diavolo si batte, in un dialogo mozzafiato, teatrale, in pieno stile dostoevskiano. È in questo dialogo che capiamo davvero chi è il diavolo oggi, in che senso se ne può parlare senza risultare anacronistici o superstiziosi, cosa significhi combatterlo, come poterlo vincere. Qual è, infatti, la caratteristica di Raskolnikov e Ivan Karamazov, i due personaggi avvinti dalla morsa del serpente? Il fatto di rimanere soli. Questo è il messaggio dirompente dell’autore russo: quando ci immergiamo nella realtà e nella vita, quando ci confrontiamo col prossimo e con gli altri, allora abbiamo coscienza di non essere soli, di essere parte di qualcosa di più grande, che ci precede e ci trascende tutti; quando invece ci rinchiudiamo nella clausura della nostra stanza, perdiamo il contatto con il prossimo e la realtà, finiamo per finire prigionieri del nostro pensiero, le nostre astrazioni inghiottono la vita reale, le nostre elucubrazioni si ingigantiscono e ci sovrastano, le fantasie più assurde guadagnano credibilità, i fantasmi da evanescenti che erano acquistano spessore e consistenza, ci parlano, ci incalzano, ci terrorizzano.

La distinzione tra realtà e astrazione, tra vita ed elucubrazione, tra Dio ed il diavolo echeggia, con singolare precisione, la distinzione nicciana de La Nascita della Tragedia: quella tra apollineo e dionisiaco, che per Nietzsche può essere vista anche come la distinzione tra sogno ed ebbrezza. Quando ci rinchiudiamo nel nostro sogno, quando fuggiamo dalla vita, allora finiamo trincerati nella nostra solitudine, perduti nel nostro labirinto, celebrale e cervellotico; quando invece ci immergiamo nella vita, quando smettiamo di pensare ed incominciamo, finalmente, a poter ‘solo sentire’ (come Raskolnikov alla fine di Delitto e Castigo), allora siamo nell’ebbrezza, ovvero avvertiamo un senso di comunione empatica con gli altri, sentiamo la loro presenza, la loro vicinanza, ed il fatto di sentire come loro ce li fa sentire come fratelli. Dunque il diavolo non è un mistero spiritico, una presenza che può essere a piacimento evocata, ma è il fantasma che rischia d’apparirci credibile quando abbiamo la presunzione di poter vivere senza gli altri, quando preferiamo il nostro sogno, la nostra proiezione onirica e virtuale, alla vita vera, al mondo reale. A margine di questa riflessione ci viene in mente un altro autore, Fernando Pessoa, con il suo Libro dell’Inquietudine. Il poeta portoghese è l’esempio più vistoso di chi ha voluto abdicare alla vita per la fantasia, alla realtà per il sogno. Non è casuale che al suo messaggio, disilluso ed impotente, disperato e disperante, si contrapponga con grandiosa decisione il messaggio di Dostoevskij. Se infatti Pessoa, nel suo libro, scrive di essere affetto dal tedio, che per lui è, secondo una geniale definizione, “non il fatto di non avere nulla da fare, ma la percezione che non valga la pena di fare alcunché”,  Dostoevskij nella lettera al fratello dopo aver scampato la pena capitale scrive che “la vita è dovunque la vita, ed ogni istante può essere un secolo di felicità”. Quando ci si immerge nella vita, confrontandosi con il prossimo e con la realtà, ogni cosa appare nella sua lampante legittimità, ogni cosa vale la pena, perché ogni cosa è vita, e dunque ci si getta nei progetti e nei tentativi con rinnovata convinzione, con inedita generosità. Ed infatti, quali sono i due argomenti con cui il diavolo vuole ammattire Ivan, quelli che gli fanno scoppiare la testa e lo conducono fin quasi alla pazzia?

Quando Ivan urla al diavolo che lui non esiste, il diavolo ribatte che lui medesimo dubita di se stesso, che a volte ha la sensazione che la sua coscienza sia l’unica, che tutti quanti siano solo proiezioni di se stesso, prolungamenti del proprio sogno: la stessa cosa che scrive Pessoa! E, subito dopo (leggere per credere) il diavolo sussurra ad Ivan una sinistra ipotesi, un pensiero lacerante: e se tutto il mondo non fosse destinato a decomporsi e a riaggregarsi eternamente, se ogni azione fosse destinata ad eternamente ripetersi, se dunque non esistesse alcun fine, se tutto fosse vano? Questa è, esattamente, la dottrina nicciana dell’eterno ritorno! Comunque sia, resta incredibile che Dostoevskij abbia anticipato, senza conoscerli, i pensieri di due geni che scontarono con la loro vita il nichilismo contemporaneo, attribuendoli al diavolo, indicando anche una via d’uscita a questi pensieri sconfortanti nell’esortazione alla vita. Non si tratta di una denuncia irresponsabile od ingenua, non si tratta di affermare che bisogna vivere la vita per non pensare, per eludere le questioni annose e gli atavici dubbi: si tenta di sostenere che la risposta a queste domande stia nella vita, non nel pensiero astratto, nel contatto con l’altro, non nella siderale solitudine. Quando si vive, si sente, si sceglie l’ebbrezza al posto del sogno, allora si capisce che gli altri esistono, che non sono mie illusioni; e che non è vero che tutto è vano, perché mentre si vive si avverte la legittimità misteriosa delle proprie azioni, si avverte segretamente ed intimamente che ogni azione, ogni rischio, ogni progetto val la pena di essere tentato, di essere messo in pratica. Oggi il diavolo è più che mai in agguato, perché si sono moltiplicate le fonti di alienazione, di perdita della realtà, che fanno preferire il sogno alla vita, la stanza all’incontro con l’altro. Ma la via d’uscita sta sempre nel prossimo, nel trovare qualcuno che ci restituisca alla vita, alla realtà, perché la saggezza greca lo insegna: dal labirinto non si esce da soli. E se il diavolo ci colpisce quando siamo soli, Dio sta nel prossimo, ed ogni passante può essere un aiuto divino destinato a destarci dall’incubo.