Quasi alla fine della sua vita, nel ritiro silvestre dell’Orsigna, Tiziano Terzani (1938-2004) confidò al figlio Folco come tra le ragioni più importanti che lo avevano spinto dalla natia Monticelli, tranquillamente adagiata sulle antiche mura fiorentine, a esplorare le lontane terre dell’Asia, c’era stata la ricerca di alternative sociali ed economiche alla via intrapresa dall’occidente. La Cina di Mao Tse-tung e il Vietnam di Ho Chi Minh parevano davvero indicare una strada differente a un libero, giovane giornalista, avverso alle tessere di partito ma certo con il cuore a sinistra, che si sarebbe trovato in lacrime a salutare l’ingresso dei carri armati con la stella rossa nella Saigon liberata (1975) e a stabilirsi, primo corrispondente occidentale, per Der Spiegel (1979), nella misteriosa Pechino, appena la città proibita, sepolto Mao, era tornata ritrosa ad aprirsi al mondo.

La rivoluzione di Pechino, se mai davvero aveva indicato una direzione diversa rispetto a quella della modernità occidentale, si rivelò tuttavia, al grande professionista internazionale del giornalismo che era diventato Terzani, un errore di prospettiva, con quell’assassino di Mao e il suo tentativo sacrilego di allevare l’uomo nuovo. Il cinese vecchio era molto più interessante. Tanta pena e milioni di morti per correre comunque tra le braccia dell’occidente: il mercato nel futuro del Vietnam, la gloria dell’arricchirsi quale meta per i cinesi. Nel frattempo i bulldozer distruggevano quel che dell’antica Cina era scampato alla rivoluzione, abbattevano le belle case giapponesi di legno e carta di riso, interravano i canali di Bangkok, per lasciare spazio ad asfalto, grattacieli, cemento.

La strada asfaltata ed elettrificata del comunismo era finita, Buona notte, signor Lenin. Il destino unico aveva vinto, Terzani lo osservò già compiuto in Giappone, dove trascorse cinque difficili anni a seguito della soffertissima espulsione dalla Cina (1984); i suoi articoli erano piaciuti ai lettori tedeschi ma non al regime cinese. L’alternativa tanto cercata risaltò allora di contrasto alla modernità del Sol Levante, quando Terzani riconobbe le tracce di una strada diversa per essenza, non più percorribile a ritroso ma dalla quale certo, l’Asia era giunta.

L’antica via affiorava soprattutto in paesi come la Birmania. A Rangoon l’allegro suicidio dell’Asia non era ancora completamente celebrato, la vita era sempre lenta, asiatica. Cacciata la Marlboro oltre frontiera, i birmani fumavano i loro cheroot, portavano il tradizionale longyi anziché i jeans, le donne sapevano riservarsi il tempo per bagnare la polvere di sandalo e trasformarla in una buona crema, per proteggere dolcemente i bimbi dalle zanzare. Purtroppo però, a differenza che nel Vietnam, dove la parte dei torturatori corrotti era stata quella sostenuta dagli Stati Uniti, la Birmania era rimasta birmana perché una spaventosa dittatura militare, fortemente denunciata da Terzani, aveva sorvegliato le frontiere del paese, contro le pressioni americane ed europee.

Barack Obama, Aung San Suu Kyi e Hillary Clinton nel 2012

Aung San Suu Kyi, guida dell’opposizione democratica al regime, era davvero una donna straordinaria e coraggiosa. Eppure l’eroina aveva ricevuto il Nobel per la Pace grazie a manovre politico-opportuniste, mentre si nascondevano dietro di lei le compagnie petrolifere e i capitalisti giapponesi, desiderosi di costruire alberghi, investire nello sviluppo. La Birmania metteva Terzani innanzi a un dramma apparentemente insolubile:

Se domani, sotto pressioni occidentali, questo regime, come avverrà, cadrà, e la signora Aung San Suu Kyi prenderà il potere, la Birmania diventerà la Thailandia: le troie, i bordelli, il profitto -tum-tum-tum! Marlboro, Coca-Cola, blue jeans. Allora la domanda di uno che non è ideologico, che raggiunge la mia età e che si guarda intorno è: dov’è la soluzione? Cosa ti auspichi, che vincano i militari? No, come puoi? Ti auspichi che vinca lei? Vince lei e la Birmania è finita in pochi mesi. Arrivano i grattaceli di cemento… è possibile salvare capra e cavoli e mantenere la bellezza del mondo che sta nella sua diversità? (da “La fine è il mio inizio”)

Quella della diversità culturale come bellezza del mondo è una delle linee fondamentali che attraversano tutta l’opera di Terzani che, quanto meno dal periodo cinese, ha denunciato profeticamente l’imposizione del modello unico occidentale quale minaccia per ogni popolo. Un’idea di bellezza e uno sconcerto per la sua distruzione, oggi tragicamente attuali e comuni a molti degli studiosi più profondi, come esemplifica significativamente la convergenza tra la visione di Terzani e il differenzialismo culturale, elaborato da Alain de Benoist. Ad ogni evidenza, il mercato e la globalizzazione si sono dimostrati assai più efficaci della spada e della croce vetero-coloniali e perfino del comunismo, nell’impegno a sradicare gli uomini e distruggere le culture.

Allora, da quando la differenza si è manifestata sempre meno, ancor meno la bellezza è riuscita ad incarnarsi, sostituita da un conformismo finto marmo al neon. E proprio il conformismo luccicante ha vanificato l’esperienza preziosissima del viaggio, dispiacendo molto a un vero viaggiatore, tra i più grandi scrittori di viaggio della letteratura mondiale. Terzani, alla partenza, sconsigliava le guide turistiche, le vacanze organizzate, le prenotazioni, la fretta e tutto l’apparato del turismo di massa. Meglio incamminarsi con i giusti tempi, verso l’inconsueto, lontano dai non-luoghi della globalizzazione, aeroporti tutti uguali, a Kuala Lumpur come a Berlino.

Abbandonate sugli scaffali le ristampe delle solite guide, meglio i libri dei grandi viaggiatori del passato, con i quali confrontarsi. Compagni di viaggio furono, Eliza Ruhamah Scidmore (1856–1928) un’americana nella Cina Qing, Edgar Snow (1905-1972) che raccontò l’ascesa della Stella rossa sulla Cina e il Mao Tse-tung degli anni Trenta, ma anche figure meno raccomandabili per un giovane con il cuore a sinistra, Heinreich Harrer (1912-2006) dei Sette anni nel Tibet, Sven Hedin (1865-1952) che pur di partire, accettò i marchi di Hitler, o Ferdinand Ossendowski (1876-1945), sodale del sanguinario barone Ungern von Sternberg (1886-1921), folle generale dello zar, che contro il materialismo dei bolscevichi aveva sognato un immenso paese buddhista, dal Volga al Pacifico, da edificare uccidendo ogni comunista senza risparmiarne neppure la famiglia, in attesa che il Re del Mondo riemergesse dalla sua mitica terra sotterranea di Agharti. O addirittura Mario Appelius (1892-1946), giornalista, scrittore e viaggiatore ingiustamente dimenticato, in questi tempi di tanta pretesa libertà, perché oltre a raccontare l’incoronazione in Vietnam dell’imperatore bambino, addolorarsi per la scomparsa di antichi popoli come i selvaggi Kas nel Laos, minacciati dal colonialismo, era stato orgogliosamente fascista:

A leggerlo mi pareva di fargli giustizia (da “Un indovino mi disse”)

Heinrich Harrer e il Dalai Lama

Ma Terzani viaggiava lontano dai pregiudizi. Il viaggio più bello fu così quello del 1993: l’anno senza aerei. Intrapreso per poesia e grazie alla profezia di un indovino cinese di Hong Kong che, nel 1976, con oltre quindici anni di anticipo, aveva messo in guardia Terzani da un terribile incidente aereo, poi occorso al suo sostituto per Der Spiegel. Le pagine di “Un indovino mi disse”, si incamminano allora a piedi e su rotaia, per l’Asia autentica, da Bangkok a Firenze, navigano tre settimane da La Spezia a Singapore, interrogando sul futuro un veggente per ogni luogo visitato. Il voto di autenticità donò tuttavia molto più che le risposte sibilline degli indovini:

Viaggiare in treno o in nave, su grandi distanze m’ha ridato il senso della vastità del mondo e soprattutto m’ha fatto riscoprire un’umanità quella dei più, quella di cui uno a forza di volare, dimentica quasi l’esistenza: l’umanità che si sposta carica di pacchi e di bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa (…) le frontiere, in realtà segnate dalla natura e dalla storia e radicate nella coscienza dei popoli che ci vivono dentro, perdono valore, diventano inesistenti per chi arriva e parte dalle bolle ad aria condizionata degli aeroporti

Attraverso la Mongolia, fedele compagno di viaggio fu naturalmente Ossendowski, con tutto il suo seguito di Bestie uomini e dei. Grazie allo scrittore polacco, pur la stessa città, Ulan Bator si palesò assai diversa dalla vecchia Urga: poche statue del Buddha erano sopravvissute alla rivoluzione; dei leggendari cento monasteri soltanto tre si ergevano ancora, sterilizzati a musei. Riscoprire i luoghi del barone von Sternberg e del suo alleato Bodgo Khan Hutuktu (1869-1924), il Buddha Vivente (terza autorità del buddismo tibetano), per rileggere Ossendowski, proprio dove la morte del barone era stata divinata, fu difficoltoso. I mongoli avevano dimenticato. Dopo settant’anni di materialismo sovietico, tra piccole predizioni su amore, figli, soldi e malattie, anche le streghe e i lama di Ulan Bator avevano perso gran parte del loro fascino. “Sempre più gli uomini dimenticheranno le loro anime e si cureranno solo dei corpi”, aveva annunciato il Re del Mondo ai lama mongoli, circa trent’anni prima che il barone von Sternberg marciasse, un’ultima volta, fuori da Urga, incontro alla profezia dei suoi ultimi 130 giorni.

Ungern Sternberg

Nell’esclusiva cura dei corpi Terzani aveva intuito il primato dell’economia, caro al Capitale di Marx quanto ai capitalisti? Non lo sappiamo. Certo, il rifiuto dell’homo oeconomicus corre parallelo all’estetica della diversità che esso annienta, quale linea di pensiero fondamentale. Nondimeno proprio l’economia, dopo la delusione cinese, assieme al desiderio di visitare l’Asia che ce l’aveva fatta, condusse Terzani nella distopia reale del Giappone.

Più di ogni altro paese il Giappone aveva abbandonato l’Asia e si era lanciato con successo all’inseguimento dell’occidente. Nel 1985, Terzani non poté stabilirsi a Tokyo in una casa di legno e carta di riso: tutte distrutte. Riuscì ad affittare l’abitazione moderna di un anziano botanico, quantomeno avrebbe potuto ammirare un verde giardino. Quando l’uomo morì, la moglie scelse di monetizzare l’orto botanico: gli alberi caddero, sorse un parcheggio.

Pareva allora che il Giappone, con le sue macchine utensili, walkman, televisori, radioline, si avviasse a conquistare il primato economico mondiale, imponendo a tutti uno stile di vita alla giapponese. Lavoro straordinario per decine di ore ogni settimana, segreto industriale tra una scrivania e l’altra, supermercati al posto di negozi e artigiani, distributori automatici, treni velocissimi per i pendolari, tutti dovevano riversarsi nelle megalopoli, appartamenti piccolissimi in palazzoni formicaio, colmi di inutilità tecnologiche a distrarre dalla pochezza dei rapporti umani, solitudine, depressione, pornografia, prostituzione; una vita da schifo per mantenere gli indicatori economici dello sviluppo e del benessere nazionale ai massimi livelli. L’Asia che ce l’aveva fatta, era riuscita soltanto a suicidarsi per prima.

Ed oggi, se con una globalizzazione velocissima i timori di Terzani si sono realizzati – quando “tu cominci ad avere un mercato comune, un mercato libero, devi metterti in concorrenza con quelli che producono a meno costi e in tempi più brevi di te” – il Giappone non è più minaccioso. Spaventa invece che la vita moderna si sia imposta pienamente anche in Europa e che l’ombra del sarari man (uomo salario), per di più precarizzato e privato dei diritti sociali, continui ad incupirsi. Pechino la proietta sulla materia, Washington sullo spirito. Ovunque

L’uomo è ormai succube dell’economia. Tutta la sua vita è determinata dall’economia. Questa, secondo me sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite… Occorrono nuovi modelli di sviluppo. Non solo crescita, ma parsimonia (da “La fine è il mio inizio”)

Terzani è del resto tra gli autori che meglio sono giunti a prefigurare la corrente filosofica della decrescita, poi espressa da Serge Latouche e significativamente apprezzata da Alain de Benoist.

La cura dei corpi, biologici o inerti, è anche quella che si prendono, freddamente, la scienza e la tecnica, scatenate a trascinare la corsa dell’economia verso la distruzione dell’ambiente naturale e delle civiltà. La scienza ha sostituito la religione quale fede cieca, dispensa beni materiali ma nega ogni conoscenza diversa dalla propria, pretende di essere tutto, così ha chiuso ai sentimenti, ha sprangato il cielo. Terzani si dichiarava lontano da posizioni antiscientifiche: ex dirigente Olivetti, alla scienza e alla tecnica riconosceva il merito di facilitare la vita umana, assurdo farne a meno.

A Lo Mantang, capitale del Mustang, si poteva giungere soltanto affidando la propria vita a un cavallo che sapesse camminare sul bordo di uno strapiombo spaventoso, dopo aver superato un deserto irreale, nel quale perfino le pietre avevano un’anima. Il Mustang era l’ultimo angolo di Tibet rimasto autentico perché protetto contro la Cina dai confini nepalesi. Re Jigme Palbar Bista (1930-2016), discendente da una delle più antiche dinastie al mondo, vestito di quanto cuciva sua moglie, viveva in un “palazzo” di legno con un gabinetto a caduta sopra il porcile sottostante e un il tetto coperto da corna, teschi animali, figure del Buddha, formule magiche. Ogni giorno, prima dell’aurora, meditava e si recava ad aprire la porta della città, quindi pregava, camminando attorno alle mura. Se il re avesse lasciato la capitale, per lungo tempo nessuno avrebbe potuto spazzare onde evitare che, malauguratamente, venisse sollevato con la scopa qualche spirito malefico, intenzionato a inseguire il sovrano.

Nel ruscello di Lo Matnang scorreva acqua pura da bere, ma non il tempo. Tuttavia, nonostante le preghiere circolari, tra le antiche mura molti bambini soffrivano il tracoma, un’infezione che può causare la cecità. La tecnica non è neutra, i suoi risultati non dipendono soltanto dall’uso che si crede di farne

Allora ti poni questo problema: bisogna lasciarli con il tracoma perché rimangano nella Valle di tutte le Aspirazioni? Oppure ci si mette a a curare il tracoma, con tutte le conseguenze che ne derivano? (da “La Fine è il mio inizio”)

I tibetani del Mustang erano già felici, almeno quanto gli occidentali. Curare il tracoma avrebbe significato di fatto anche impedire alle donne di seguire il re la mattina, soffermandosi a girare la ruota di preghiera, incatenarle per ore alla macchina da cucire, spegnere sorrisi, inquinare la valle. Terzani, con l’Età Moderna, una risposta per curare il tracoma e salvare insieme la valle incantata non ha potuto trovarla. Se già soltanto pochi saggi hanno saputo rinunciare a convertire gli altri al cristianesimo, al mercato, alla democrazia e ai diritti dell’uomo, è molto più difficile fare lo stesso con la medicina occidentale, il cui effetto collaterale è quello di schiudere il primo spiraglio per l’assalto del neocolonialismo e della modernità.

Il Mustang si era aperto a un turismo molto limitato nel 1992 e Terzani vi era giunto nel 1995, quando il re già gli confidava,

Nel Mustang sono cambiate più cose negli ultimi tre anni che negli ultimi tre secoli. A volte la notte non riesco a dormire al pensiero di quel che ancora ci aspetta… io non sono contrario allo sviluppo, se migliora la nostra vita. Ma se la distrugge? Certo che voglio l’elettricità, però non per avere il televisore. A quello sono contrario con tutto il cuore… Ho chiesto a tutte le Gompa del Mustang di recitare delle preghiere, ma mi chiedo se questo basterà (da “Mustang: un paradiso perduto”, riedito nella raccolta di articoli “In Asia”)

Oggi il Mustang si confonde meno con l’occulta Shambala, non è più un regno ma un ordinario distretto del Nepal.

Se è più saggio guardare le società “dal tipo di uomo che producono e dal tipo di vita che gli fanno fare” che dal punto di vista del Pil e dei brevetti, allora le considerazioni di Terzani sulla famiglia, e in particolare sulla figura della donna, stonano con l’abituale narrazione progressista. Immaginando il futuro dei figli con una formula un po’ grulla e un po’ maschilista, Terzani immaginò Folco libero ma non felice, e Saskia felice ma non libera, in ragione della peculiare maniera femminile di vivere nel matrimonio e assieme ai propri bambini. Libertà e felicità non si corrispondono perfettamente. Quanto all’idea di famiglia, Terzani ha raccontato la propria: “un evento naturale. Si è uomini, si è sulla terra, si fa una famiglia, ci si riproduce perché la razza vada avanti. Senza drammi” (da “La fine è il mio inizio”). Ed evidentemente, senza traballanti architetture contemporanee, giovanissimo si era legato con filo di seta ad Angela Staude, sposata nel 1962 e amata per tutta la vita.

Terzani giunse inoltre a non considerare il matrimonio quale relazione destinata a finire con l’esaurirsi di una comodità economica, di piacere, sentimentale, bensì come il superamento della dualità nell’unità divina: l’unità degli opposti maschile e femminile che diviene impegno, priorità per tutta la vita e oltre. Se nella vita degli sposi permangono interessi più rilevanti dell’uno, allora non si è celebrato un matrimonio ma un contratto tra mercanti.

Troppo lontano dalla natura, strappata la serica trama, secondo Terzani la libertà dell’occidente non ha condotto alla felicità ma alla guerra delle donne contro gli uomini, descritta sul diario, nel 1997 a New York.

Mi colpiscono molto le giovani che corrono: forti, sicure, fisicamente arroganti e sprezzanti. Corrono, si allenano, si preparano alla loro battaglia di una notte, di un week-end e lì bruciano tutto. Invece di usare della gioventù per investire, la sprecano in un preteso sogno di libertà guerriera. E basta poco per vedere i risultati: le donne con i cani, quelle che non corrono più, coi loro tic, le loro rughe, le loro insostenibili e volgari tristezze. New York è umanamente un campo di sterminio (da “Un’idea di destino”)

Ci figuriamo a Central Park i cani accaldati, ansimanti e di piccola taglia, comuni oggi anche nelle città italiane. In India, Terzani aveva scoperto un’umanità più serena. Le indiane erano femminili oltre la giovinezza; felici, in modo diverso, ma sicure di sé. Belle, come le europee delle foto in bianco e nero, armoniose nella taglia, libere dalla solitudine, dall’abbandono a se stesse. L’ultima fase del femminismo non aveva affermato il femminile ma lo aveva distrutto, “scomparso, volutamente cancellato da questa nuova idea di eliminare le differenze, di rendere tutti uguali e fare delle donne delle brutte copie degli uomini”, o piuttosto di modelli maschili già degenerati.

“An indian lady” (1787) Thomas Hickey

Lo stesso malessere conduceva forse altri giovani occidentali a Dharamsala. Nel rifugio indiano, oltre agli esuli tibetani, Terzani incontrò

l’italiano che pretende di studiare astrologia, la brutta norvegese che riceve istruzioni di tantrismo da un bellissimo giovane tibetano, la ragazza inglese pallida che legge l’autobiografia del Dalai Lama. “Perché sei qui?” le chiedo. “Perché, come tanti altri, sono infelice” (da “Un’idea di destino”)

Dopo una vita passata a circondarsi di oggetti devozionali, piccoli Buddha in una posizione del loto che per decenni non lo avevano incuriosito, l’anno senza aerei di Tiziano Terzani finì a meditare nel nord della Thailandia. Lasciarsi istruire nella meditazione da John Coleman (1930-2012), consigliato dall’amico Leopold ma occidentale, nonché ex agente della Cia operativo a Roma e Trieste – specializzato nell’aprire qualunque serratura per fotocopiare documenti e rimetterli a posto esattamente com’erano – dovette apparirgli bizzarro, ma non più che vivere decenni in Asia senza domandarsi che cosa facesse il Buddha, seduto in quella posizione scomoda. Per un viaggiatore sempre irrequieto, iniziare a dominare la mente fu faticosissimo.

Fu poco dopo la fine del corso di Coleman che Der Spiegel propose a Terzani di trasferirsi in India. Contrariamente alle attese, non giunsero ad Amburgo articoli sull’espansione economica del subcontinente. Maiali: i dirigenti della Coca-Cola tornati a Nuova Delhi dopo l’espulsione della loro bevanda; terroristi: i capitalisti occidentali con i piani di sviluppo da vendere agli indiani;  sono loro che avvelenano il mondo di desideri e che lo appestano con il criterio di sviluppo. Meglio il culto dei ratti, i sadhu mezzi nudi e mezzi folli, il sorriso dell’uomo che se ne andava dal tempio mormorando un mantra, “un sorriso così sereno, così beato che la Mamma disse «Quello sa qualcosa che noi non sappiamo»”. Un sorriso che fu il senso dello stare in India.

La domanda sul sorriso lo condusse in montagna. Di fronte all’Himalaya, a Binsar (2300 metri slm), Terzani conobbe e fu ospitato dal Vecchio, Vivek Datta, e della moglie di lui, Marie-Thérèse, ex collaboratrice del grande orientalista francese Alain Daniélou (1907-1994). Decenni, di viaggi, interviste, personaggi potenti, Asia, e il Vecchio sarebbe stato definito da Terzani come l’unico incontro impressionante. In montagna il viaggiatore si inflisse dubbioso lunghi periodi di sofferto isolamento: preziosi i fiammiferi, scarso il combustibile per la lampada, le botte per sistemare il pannello solare, freddo, nessun telefono. Dalle difficoltà emersero però una natura splendida e immensa, il dialogo profondo o lo scontro, a volte furioso, con il Vecchio e la sua philosophia perennis; la meditazione, fissando la fiamma di una candela, alla ricerca di qualcosa che per un fiorentino scettico poteva anche non esserci. Poi,

Una mattina, su quel crinale mi ha colpito un maggiolino. L’ho seguito, camminava avanti e indietro e poi è arrivato in cima al filo d’erba e ha aperto le sue piccole ali vellutate, trasparenti, ed è schizzato via. Ma non su un altro filo d’erba vicino, verso l’infinito! Sotto c’era un precipizio di centinaia di metri e quel bischerello, stupendo, lucido, con quei puntino, è partito verso le montagne. Ed ecco, lì davvero, Folco, credimi, ho sentito che la mia vita era parte di questo. E poi fai un piccolo salto e senti che tu sei il vento, che tu sei il maggiolino… Ho potuto sentire un senso più grande, che era legato al tutto e che è la mia grande consolazione di ora. Perché non mi si toglie. Non mi si toglie […] Ed ebbi anch’io, te lo debbo confessare – ah, mi mordo la lingua – quella folgorazione.. Un attimo, sai, nella notte, durante una meditazione. Qualcosa che… Andavi al di là. E dinanzi a questo… (da “La fine è il mio inizio”)

Dinanzi a questo, silenzio.

Terzani non divenne però orientale, buddhista, induista, non riscoprì l’ormai svilita religione di casa, non apprezzava la new age, il buddhismo superficiale, bene di consumo turistico per occidentali frastornati; nutriva dubbi nei confronti di europei o americani, spesso ammirevoli ma perduti e a volte prematuramente deceduti in India, con indosso una tonaca il cui colore poco intonava con quello della pelle. Antipatiche le genuflessioni innanzi ai guru, le fantasiose energie di altissimo livello, le pratiche decontestualizzate. E’ un errore pensare “che per sentire tutto questo bisogna andare in India, altrimenti creiamo una banda di fricchettoni che finiscono solo per perdersi con un po’ di droga”. La miseria che sommerge l’oriente, nonostante millenarie ore di meditazione, rimase una realtà scioccante, non giustificabile con il cattivo karma dei poveri.

Per riaffermare la propria fiorentinità, Terzani aveva scelto di volare qualche settimana prima della conclusione dell’anno senza aerei: gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono lo condussero di nuovo a scegliere l’azione, l’impegno civile a favore della pace e contro l’imperialismo statunitense. Il biasimo aspro del Vecchio, la rinuncia al distacco faticosamente raggiunto, per tornare ad agire nel mondo di fuori e rispondere con le Lettere contro la guerra a La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci. Terzani fece quel che si sentiva; poco importava se “l’Europa dei banchieri e dell’Euro è finita” lo stesso, crollata nell’obbligo di affondare le mani nel sangue dell’Afghanistan, agli ordini del padrone americano, immemore della sua civiltà millenaria.

Oriana Fallaci

In occasione di uno dei suoi rientri a Binsar dopo l’undici settembre, Terzani ha annotato sul diario il senso di pace e speranza, restituitogli dalla lettura di una non precisata opera di René Guénon (1886-1951). Tuttavia, è molto probabile che le letture tradizionaliste precedessero da tempo l’attestazione himalayana. A partire dall’anno senza aerei, la crescente affinità tra la riflessione di Terzani e la filosofia tradizionale di autori come Guénon è facile da percepire attraverso il rifiuto del materialismo, dell’idea di progresso, del primato dell’economia, del minestrone new age; ma anche dalle affermazioni sulla differenza, sull’esistenza di un campo conoscitivo diverso da quello tecnico-scientifico, dalla riflessione sul rapporto tra oriente e occidente, dal profondo rispetto per le tradizioni orientali, dall’andare in montagna.

La critica al liberalismo di Terzani è infatti una vera e propria critica alla modernità, ragionata, serena, equilibrata ma insieme radicale, che suggerisce di cercare mediazioni (curare il tracoma e salvare la valle) ma rifiuta di scendere a compromessi. La visione del mondo di Terzani si mostra, quanto meno per certi versi e in altro registro, prossima a quella dei filosofi della tradizione ma anche a quella degli intellettuali passati dalla nouvelle droite alle nuove sintesi, come Alain de Benoist.

Il raggiungimento di una prospettiva ideale radicalmente opposta a quella dell’illuminismo e del liberalismo, che sono alle origini del progetto mondialista in atto, trova conferma nell’analisi di un tema attuale e dirimente, quello dell’immigrazione. Essa, scrive Terzani:

sarà uno dei grandi problemi del futuro per l’occidente, ma l’Europa, con la sua storia e le sue condizioni sociali completamente diverse da quelle degli Stati Uniti, farebbe un grande errore se adottasse soluzioni americane.

Il valore della differenza riguarda anche l’immigrazione: non esistono soluzioni valide ovunque. L’Europa deve evitare un’apertura sconsiderata, anche “il razzismo è soprattutto una questione di numeri”. Il popolamento multietnico dell’America era stato un esito obbligato, una necessità causata dal genocidio dei nativi, tragedia immane che la narrazione liberale aveva ribaltato nel

Mito della società del futuro come una società globalizzata, multirazziale, multiculturale: un pot-pourri mondiale che, rinnovandosi in continuazione garantirebbe vitalità e sviluppo.

Terzani avvertì che il falso mito sarebbe stato pagato dalle classi popolari. Ai tempi della guerra in Vietnam, negli Stati Uniti la popolazione afroamericana stava riuscendo ad associarsi e a liberarsi. Alla fine però, il movimento di liberazione era stato sconfitto; trent’anni dopo i neri vivevano ancora nei ghetti, ancora più respinti e drogati di prima. Cinesi, indiani, ebrei dell’ex Unione Sovietica, “ogni nuova ondata di immigrazione non fa che ricacciare indietro la popolazione nera”. Addirittura i nuovi immigrati, non ancora atomizzati dall’individualismo americano, si avvantaggiano della loro solida famiglia tradizionale che gli afroamericani hanno già perso, “per loro la famiglia non esiste più: il 75 per cento dei neonati neri sono oggi «illegittimi», nascono cioè fuori dal matrimonio”.

All’inizio del nuovo millennio Terzani non credeva più nella politica quale metodo di cambiamento; nel frattempo l’oriente aveva rivolto la sua attenzione all’interiorità dell’uomo. Gandhi definiva la civiltà quale osservanza dei principi morali, del dovere: se un uomo è provvisto di una morale potrà controllare la propria mente e le proprie passioni, condurrà un’esistenza inconciliabile con l’eterno ritorno di nuovi desideri, promessa di infelicità consumista. Allora, mancata l’occasione di rimettere in discussione il modello occidentale – che si era presentata con l’undici settembre – Terzani non ha nascosto la prospettiva di un futuro da fine ciclo, difficilmente evitabile, ci aspetta: “un grande caos e una grande decivilizzazione dell’umanità”.

A Terzani piaceva “l’Uomo, quello afgano con il suo naso medievale, con i suoi stracci, orgoglioso… [quello] asiatico, duro, resistente”; uomini che il capitalismo e la globalizzazione, con le loro sinistre del costume e destre del denaro, minacciano di distruggere per farne americani progressisti come tutti gli altri. Mentre l’uomo europeo o americano gli piacevano

Sempre di meno. Mi piace la primitività dell’uomo, il suo rapporto con la natura, perché l’uomo che è vicino alla natura è vero uomo. Tu pensa a una civiltà urbana in cui tutti nascono in delle scatole ad aria condizionata, vanno a lavorare nell’aria condizionata, vanno da una scatola all’altra alimentati di veleno televisivo, che cazzo di uomini sono?… Non si chiedono chi sono!

Nel marzo del 2004 Terzani annunciò ai suoi corrispondenti la modifica del proprio indirizzo e-mail, aveva deciso di abbandonare la multinazionale americana delle telecomunicazioni AT&T, come di interrompere i rapporti con qualunque istituzione statunitense, banche, industria alimentare, telecomunicazioni. A due anni dall’undici settembre 2001, il manto di una pretesa guerra contro il terrorismo non poteva più nascondere (e mai aveva potuto) il progetto neoconservatore, coerentemente perseguito dalla presidenza di George W. Bush, per imporre un impero globale, a difesa della ricchezza di pochi e fondato sulla miseria di molti: la più grave minaccia per la civiltà e per la sicurezza del mondo intero. Terzani non voleva averci a che fare.

Franco Cardini, nella sua riuscitissima introduzione all’opera omnia di Tiziano Terzani, ha sottolineato le domande che il giornalista fiorentino si era posto, a differenza di qualunque occidentale ben nato e ben educato. Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Questioni riscoperte, secondo Cardini, in aperta e sconvolgente rivolta contro il mondo moderno; forse le vere, attuali o antiche alternative, sociali ed economiche, alla via intrapresa dall’occidente.

E’ possibile salvare l’umanità in questo modo? Supposto che ne valga la pena, Tiziano Terzani, pare sfidare a cavalcare la tigre, richiamando la Bhagavad-Gita: tu fai quello che devi fare. Poi se il mondo si salva o no non è nelle tue mani.