di Federico Franzin

Non c’è mai vita facile distributivamente parlando per i documentari. Specialmente per documentari che non incontrano l’interesse immediato della grande massa.  Gira in questo periodo, non senza difficoltà , un documentario dallo strano titolo Nessuno siamo perfetti.  Bisogna ringraziare il registra Giancarlo Soldi per la volontà e l’impegno nel volerci raccontare un po’ di Tiziano Sclavi. Una occasione per sbirciare attraverso il velo di mistero che da sempre avvolge lo scrittore pavese, ma anche una occasione di affetto per chi negli anni ha amato il suo lavoro.

Sclavi è una sorta di Salinger oscuro nel suo atteggiamento verso la vita pubblica. L’approccio eremitico e il grande pudore anche per delle semplici foto hanno avvolto di mistero l’autore passato alla storia per essere il creatore di Dylan Dog, il vero fumetto d’autore italiano per antonomasia.
Il documentario è un mosaico di piccoli interventi dello stesso Sclavi ripresi nell’arco di dieci anni, di frammenti di interviste a collaboratori, amici, ammiratori  importanti. Una struttura narrativa non lineare per dipingere un ritratto di un soggetto non lineare attraverso la figura oppressiva della madre, l’alcolismo , la depressione il terrore verso gli altri e il successo sempre vissuto di nascosto.
Sclavi inizia la sua carriera come sceneggiatore per il corriere dei ragazzi, settimanale del Corriere della sera. E’ li che si fa notare dagli addetti ai lavori fino ad arrivare nel tempo alla corte di Sergio Bonelli, casa editrice di figure come Tex e Zagor. È qui che Scalvi ha l’occasione di dare vita ad un alter ego che porterà il fumetto italiano ad un altro livello. Ad una dignità letteraria capace di coinvolgere una generazione in storie surreali, dove spesso non ci sono né vincitori né vinti e dove l’orrore è l’unico dominatore.

Si parla di Dylan Dog , testata di matrice horror (dove l’horror tradizionalmente è un genere-allegoria per antonomasia) presente nelle edicole da quasi trent’anni attraverso enormi successi di vendita e feroci polemiche. Il fenomeno Dylan Dog è sicuramente il più grande successo commerciale e creativo di Scalvi che attraverso il personaggio porta in scena ansie e paranoie ma anche la sua disincantata e drammatica visione della vita che nel pieno degli anni ’80 fatti di yuppismo e culto del successo è una meteora nera ma che riscontrandosi in tirature mai viste per il fumetto italiano rappresenta qualcosa di condiviso. Parallelamente Sclavi produce una serie di romanzi unici nel panorama fantastico. Uno su tutti Dellamorte Dellamore. Un romanzo gotico dove amore e morte si mescolano all’orrore e dove il filo narrativo si perde nella follia del becchino Francesco Dellamorte.
Parzialmente ricomposto nel film omonimo che seguirà, è un romanzo nero come pochi se ne sono visti in Italia. Dove omicidi gratuiti, necrofilia e cannibalismo nello sfondo di una provincia sempre uguale a se stessa sono vissuti indifferentemente in un filo narrativo scomposto dove non c’è mai una base solida di razionalità . Nella produzione letteraria si devono citare anche Tre e La circolazione del sangue quali romanzi di totale surrealismo quasi totalmente privi di asse narrativo e Mostri, breve e drammatico quadro ospedaliero fatto di freak chiusi in un ospedale dal quale pare impossibile uscire sani. Nel tempo la produzione letteraria di Sclavi si fa sempre più rarefatta. Anche il suo Dylan Dog viene lasciato in mano ad altri curatori diventando di fatto un comune fumetto politicamente corretto dove sono lontani i tempi delle interrogazioni parlamentari.

Calano nel tempo le vendite e cala anche la qualità, anche se recentemente viene rilanciato con profondi cambiamenti dal professionista del settore Roberto Recchioni, il tutto con la benedizione di Sclavi stesso. Di certo non si ricomporrà più la magia di un fumetto di massa che fa incontrare lo spessore letterario al grande pubblico e con un incredibile riscontro. Sclavi rimane oggi ai margini del fotogramma  proprio come nel documentario di Soldi.
Per chi è cresciuto con le opere di Scalvi forse avrebbe voluto sentirlo parlare di più nel film. Avere più possibilità di incontrare le sue parole e la sua storia, ma in fondo questo è Sclavi, una sorta di mistero invalicabile. Una figura malinconica che non si da al pubblico. Malinconica come l’assenza delle sue profonde storie.