“Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
Perché dalle loro parole non diramarono fulmini
Non se ne vanno docili in quella buona notte”
D. Thomas

Se per Francis Scott Fitzgerald la notte è tenera, tenebra è la notte per Louis-Ferdinand Céline. È il 1932 quando, un libro, pubblicato in Francia, scuote gli animi dei più in tutta Europa e oltre. Si tratta del Viaggio al termine della notte, scritto sotto lo pseudonimo di Louis-Ferdinand Céline, nato Louis Ferdinand Auguste Destouches, decorato di guerra e medico dei poveri. Nel frattempo, dall’altra parte del globo, un altro autore si è ormai affermato in America. Il suo nome è Francis Scott Fitzgerald e, in quello stesso periodo, lo troviamo da solo con il figlio, a riprendere in mano un lavoro cominciato da tempo. Si tratta del romanzo Tenera è la notte che uscirà due anni dopo, nel 1934. Sarà l’opera che più fatica richiederà al grande scrittore dei racconti dell’Età del Jazz.

Ma per quale motivo si è voluta proporre la strana accoppiata Fitzgerald-Céline? A un primo sguardo potrebbe sembrare una forzatura. Si è voluta compiere questa operazione perché vi sono una serie di analogie, oltre alle differenze, che corrono tra i due. Diversissimi l’uno dall’altro: Fitzgerald è americano, mentre Céline europeo. Il primo scrive un’opera (Came Back) per comprarsi un orologio di platino e diamanti da 600 dollari, il secondo per pagarsi l’affitto. Uno ricco e pieno di debiti, l’altro povero, ma anche lui con qualche debito da saldare. Entrambi hanno conosciuto le cliniche da vicino. Il primo a causa della schizofrenia di cui soffriva la moglie Zelda, il secondo per ragioni professionali.  Ecco la prima vicinanza tra i due. I loro due lavori sono stati pubblicati a distanza di soli due anni l’uno dall’altro. Certo, c’è la notte ad accomunare le due opere, ma non solo. Sono infatti entrambi romanzi autobiografici, e i rispettivi autori si nascondono dietro un alter ego: Bardamu per Céline e Dick Diver per Fitzgerald. Tutti e due hanno vissuto l’esperienza della Grande guerra. Il primo l’ha combattuta dal vivo, come volontario, rimanendo ferito in battaglia. Il secondo no. Rimasto sulle coste americane, non ha mai visto gli orrori della guerra con i propri occhi. La differenza è tutta qui. La differenza tra chi combatte e si sporca le mani, e chi invece resta solo a guardare. È la differenza che corre tra un povero medico francese e un ricco scrittore statunitense.

Céline andò in America, patria di Fitzgerald. Mentre quest’ultimo si recò in Francia, patria di Céline. Luogo in cui ambientò buona parte del romanzo Tender is the night e dove cominciò a scrivere la sua opera più famosa, e forse la più riuscita: Il Grande Gatsby. Se per lo scrittore francese il denaro è una mera necessità di sopravvivenza, per il secondo è una vera e propria ossessione. E questo è ciò che fondamentalmente differenzia un europeo da un americano. Il binomio morale-denaro è un tema ricorrente nelle opere di Fitzgerald, una sorta di retorica puritana, humus dell’intera cultura americana, che non colpisce certo Céline. Fitzgerald è l’uomo delle feste borghesi, Céline quello delle fughe proletarie. Se infatti da un lato vediamo come Dick Diver si innamora della diciottenne Rosemary, ricca e famosa attrice di film muti conosciuta in Francia, dall’altro Ferdinand-Bardamu, si innamora di una vera e propria puttana. Molly, una donna bella e fatta, cresciuta sui marciapiedi. Una puttana, ma dal cuore d’oro, conosciuta in America.

Tuttavia l’analogia più forte tra le due opere è forse di tipo musicale. Céline prende ispirazione per il titolo del suo romanzo da una canzone scritta dall’ufficiale a capo delle guardie svizzere, Thomas Legler: «La nostra vita è come il viaggio / di un viandante nella notte; / ognuno ha sul suo cammino / qualcosa che gli dà pena». Mentre Fitzgerald si ispira dalla poesia Ode a un usignolo di John Keats: « … Io volerò a te… sulle ali invisibili della Poesia… Tenera è la notte/ e felicemente la Luna Regina è sul trono…ma qui non c’è luce… ». La loro interpretazione è diametralmente opposta. Perché nel romanzo del grande scrittore americano, la notte non è altro che il vero volto dietro il quale si nascondono gli insulsi personaggi che popolano il racconto. Scrive infatti D. Raimondi su Critica Letteraria: “Molti dei personaggi di Tenera è la notte sono la metafora del volto oscuro di quella società: dietro un’apparenza integerrima si nascondono esistenze marce e corrotte”. Stessa cosa vale  per l’opera del grande autore francese. Come in un’altra occasione, abbiamo avuto modo di sottolineare: “nella sua opera, Louis-Ferdinand Céline riesce solamente nell’oscurità delle tenebre a far emergere la vera miserabilità dell’uomo, la realtà della natura umana che diviene chiara solo ai raggi della Luna che, come un Sole opposto, illumina il mondo di (amara) verità”. Ma per Céline, a differenza di Fitzgerald, talvolta è vero anche il contrario. Ed è proprio dietro un’apparenza sgradevole che si nascondono le anime più delicate. Come Molly, la “Buona, ammirevole Molly…” o come Alcide, conosciuto in Africa, che “aveva l’aria di niente”, un uomo che Bardamu disprezzava per il fatto che facesse la cresta sui prezzi e avesse il suo mercato nero per chissà quali scopi. Poi, una volta scoperto che quei soldi indegnamente guadagnati servivano per pagare le cure e l’istruzione a una bimba africana che Alcide aveva adottato di lontano, tutto cambia. Bardamu constata con stupore: “Mi superava talmente in fatto di cuore che diventai rosso… In confronto all’Alcide, non ero che un cafone impotente io, grossolano e fatuo ero […] Evidentemente Alcide faceva evoluzioni nel sublime […] dava del tu agli angeli, ‘sto ragazzo, e aveva l’aria di niente”. Sono alcune delle pagine migliori del Viaggio al termine della notte. Pagine e vette a cui non si avvicina nemmeno da lontano un grande scrittore come Fitzgerald con la sua notte “tenera”.

Però sì, in questo vien da dar ragione a Fitzgerlad. Perché tenera, tenera è la notte, quando meno te lo aspetti. È al calare delle tenebre, è nell’ora più buia, che arrivano gli angeli. Ma tutto questo Céline, vero Principe della notte, lo sapeva bene. Per chi come lui ha vissuto la fame, la povertà, la malattia, la guerra e la miseria della vita, le tenebre sono familiari. Fanno parte del paesaggio naturale. Della vita di tutti i giorni. Perché sì, tenebra, tenebra è la notte. Ma questo Fitzgerald non può saperlo. Lui, ricco americano, “aspirante arrivista”, è un imbucato della Notte. Lui è un principe nella notte. Un principe che vaga, a spasso nella notte, a cavallo del suo bianco destriero. E se il romanzo di Céline è un romanzo riuscito – un romanzo nichilista, un romanzo sul Nulla – quello di Fitzgerald è un romanzo del nulla. Nel senso che non dice niente e parla di niente. La “allusività magica” dello scrittore dell’età del jazz viene a mancare. Quasi 400 pagine di noia e vuoto totale. Un vuoto in cui i protagonisti del romanzo, borghesucci arrivati, non fanno altro che annoiare il lettore. Perché sì, in questo ha ragione Céline. Perché tenebra, tenebra è la notte. E non vi è il diritto a sconfinare per chi vive nelle corti dei re d’America e non conosce il volto delle tenebre.

È la differenza che passa tra un americano e un europeo. Tra chi se ne va docile in quella buona notte e chi si infuria al morire della luce.