di Federico Franzin

È sempre un errore porsi con sufficienza verso la cosiddetta letteratura popolare. Cosa si intenda poi per letteratura popolare è tutto da verificare. Ai minimi termini la si può intendere come quella letteratura dallo stile funzionale e agile che si ben predispone allo strumento del romanzo di consumo. Una letteratura dal potenziale cinematografico, facilmente spendibile come immagine visiva che va a colpire un immaginario più vasto possibile. È una letteratura che si è abituati a considerare di secondo ordine per un atteggiamento spesso borioso. La verità però è che dietro tutto questo si nasconde innanzi tutto un mestiere. Il mestiere di scrivere.

Non è cosa semplice usare le parole come uno strumento evocativo capace di catturare migliaia se non milioni di persone. In un mare magnum di polpettoni polizieschi, di spy story e facili storie d’amore c’è uno scrittore che ha dedicato le proprie capacità innegabili al servizio di uno degli aspetti fondamentali della natura umana trasformandolo in un trademark: la paura.
Si tratta di Stephen King , artigiano dell’orrore e abilissimo scrittore pop. Pochissimo di ciò che è uscito dalla sua penna non si è trasformato in prodotto cinematografico e grazie a lui si sono condensati alcuni archetipi dell’orrore contemporaneo. Uno su tutti il prodotto della coulrofobia per eccellenza, il clown di It.

Indubbiamente King è uno degli scrittori più venduti al mondo. Un vero imprenditore della scrittura capace di far scorrere migliaia di pagine anche sotto gli occhi di chi non ha particolare interesse verso la letteratura.
Scrivere per mestiere non è semplicemente scrivere secondo vocazione  o quando si ha qualcosa da dire. Significa saper indirizzare la propria esperienza interiore in un artefatto letterario di livello comunicativo trasversale. Significa saper utilizzare i meccanismi della propria mente ed accordarli ai meccanismi collettivi  sapendolo fare a piacimento. Comunicare utilizzando lo strumento impalpabile della paura significa anche saper produrre letteratura vera.
L’orrore ancestrale che si abbatte in tranquilli villaggi della provincia americana non può non ricordare gli stessi scenari di Lovecraft, segno che la capacità di creare storie di alto consumo non costringe alla retorica pulp nel momento in cui si sceglie il linguaggio del terrore, e non contraddice la possibilità di approdare alla qualità letteraria.  In fondo si tratta di tecnica. E a proposito di tecnica e di mestiere è disponibile da pochi mesi la ristampa di On Writing con la nuova traduzione di Giovanni Arduino e l’introduzione di Loredana Lipperini, mancante dagli scaffali ormai da tanto tempo. Una sorta di prontuario di scrittura sotto forma di autobiografia di Stephen King stesso.

C’è la vita di King uomo dentro la sua scrittura e la storia della sua tecnica va a pari passo con la storia della sua vita. Una vita fatta di vero lavoro, di flash e idee che si ricollegano tra loro creando mostri dell’immaginario collettivo. C’è il King bambino che vende decine di copie stampate in proprio dei primi raccontini (ecco lo spirito imprenditoriale) e il King adulto che impara ad associare i propri incubi alle idee che si raccolgono addosso allo scorrere della vita quotidiana, costruendo un linguaggio asciutto e diretto che nello stesso tempo suggerisce oscurità non descrivibili.
Un’autobiografia che muta la sua forma in una sorta di cassetta degli attrezzi dello scrittore. Consigli amichevoli mescolati ad aneddoti preziosi per un’inedita creatura letteraria unica nel suo genere che non è un saggio né un manuale di scrittura creativa, ma che allo stesso tempo racchiude entrambi i generi. Essenziale per andare a fondo nell’opera di King ma essenziale anche per chiunque affronti definitivamente il mestiere di scrivere.