di Gennaro Scala

Questo romanzo è il capolavoro di Michel Houellebecq. Ne ha scritti altri importanti, soprattutto Estensione del dominio della lotta e Le particelle elementari, che lo avevano già collocato tra gli scrittori viventi che vale la pena di seguire, ma questo romanzo appartiene ad un livello superiore. I romanzi di fantascienza sono un genere ben noto, ci sono i romanzi distopici che proiettano nel futuro le preoccupazioni sul presente, ma il romanzo ambientato nel futuro prossimo non è un genere affermato, eppure avrebbe delle grandi potenzialità artistiche, perché immaginare i possibili esiti nel futuro immediato consente di capire meglio le dinamiche del presente.

L’idea dell’arte quale specchio del proprio tempo è antiquata e demodè? Do you remember Shakespeare? Arte sempre è stata e sempre sarà specchio tenuto di fronte alla natura, quando è arte. Compito dell’artista è quello di rappresentare i problemi fondamentali di un’epoca, incarnandoli in personaggi veri (in senso artistico).

In questo romanzo viene efficacemente data forma a problemi che angustiano non solo i francesi, ma buona parte gli abitanti dell’Europa (dire cittadini sembra eccessivo). Chissà perché la prospettiva dell’islamizzazione dell’Europa generalmente induce al sorriso, nonostante non si possa negare che la presenza di una crescente popolazione musulmana che non si riconosce nei paesi di immigrazione, neanche negli immigrati di cosiddetta «seconda generazione» , è un problema serio, molto serio che potrebbe avere esiti molto gravi i nei prossimi decenni. È inutile negare il problema. Certo, paesi quali Arabia Saudita e Qatar non hanno la forza politica per «islamizzare» l’Europa, e senza delle vere potenze alle spalle nessun movimento politico è in grado di andare molto lontano, ma sicuramente tale presenza potrebbe gettare l’Europa nel caos. Il problema principale è che i movimenti islamisti finanziati dall’Arabia Saudita, e dal Qatar e dallo stesso «Occidente», contro Siria e Iran possono entrare nelle strategie statunitensi tese a destabilizzare i paesi europei che volessero deviare dalla «retta via» di una completa subordinazione agli Usa (magari avvicinandosi alla Russia), sottomissione che sarebbe il suicidio dell’Europa.

La notizia che il romanzo parlasse del «pericolo islamico» aveva fatto pensare che rientrasse nel genere dell’«anti-islamismo» e dello «scontro di civiltà». Rientra il romanzo in questo genere? Sì e no. Immaginare che l’Islam conquisti l’Europa non è realistico, e, soprattutto, dimenticare che un certo tipo di Islam è alleato dell’Occidente costituisce la grande menzogna dei cantori dello «scontro di civiltà». Ma nel romanzo sono le principali forze politiche francesi ad allearsi con i Fratelli Musulmani, per cui la verità viene ristabilita.

Come scrive giustamente Andrea Bulgarelli alcuni politici italiani come Salvini che già pregustavano la lettura, pensando di trovarsi di fronte ad una novella Oriana Fallaci, saranno rimasti delusi. La finzione serve ad Houellebecq per mettere in scena non tanto l’islamizzazione, ma il suicidio dell’Europa. La vita nella società occidentale in disfacimento, come rappresentata nei romanzi di Houellebecq, è un suicidio quotidiano, è una vita insensata, immersa in una orrida solitudine senza speranza che i personaggi (maschi e femmine) cercano di dimenticare dedicandosi intensamente alle offerte del mercato sessuale (sono i personaggi che hanno reso famoso Houellebecq). Particolarmente felice si rivela ora la scelta di ambientare il romanzo nell’ambito del «clero universitario» (definizione previana), nel vuoto della cultura autoreferenziale universitaria, priva di interesse reale, senza scopo. Il protagonista è una specialista di Huysman, uno scrittore francese di fine Ottocento, sul quale ha accumulato conoscenze che non interessano a nessuno. ‘’I miei articoli erano chiari, incisivi, brillanti; ottenevano un certo apprezzamento, anche perché non ritardavo mai sulle date di consegna. Ma questo bastava a giustificare una vita?’’

 Il personaggio principale è come i precedenti, un solitario e un erotomane (però più moderato), ma la sua collocazione in ambito universitario permette di affrontare in modo diretto la questione della cultura. C’è un’incongruità: non si capisce come François, il protagonista, così disinteressato della politica, del mondo e degli altri esseri umani, che si ritiene egli stesso in fondo insignificante, finisca per poi intessere un dialogo con uno dei capi del servizio di sicurezza francese, marito di una sua collega, che gli fa una dettagliata analisi del contesto politico. Nonché entrare in contatto con un personaggio di spicco legato al «blocco identitario» di opposizione che gli spiega all’inizio quanto sta accadendo. E poi essere l’oggetto delle mire del rettore della Sorbona islamizzata, e probabile futuro ministro, che vuole la sua conversione. Questa incongruità ci dice che questo romanzo segna un passaggio nella produzione dello scrittore. Comunque, nel complesso la trama funziona e i personaggi sono credibili. E François/Houellebecq è meno disinteressato del mondo di quello che vuol far credere, la sua analisi del contesto politico anche se ha dei limiti è precisa.

Di grande efficacia è la descrizione delle modalità secondo cui la precaria stabilità psichica di una vita solitaria e priva di senso, resa sopportabile da relazioni a scadenza con le sue studentesse universitarie viene a crollare, facendolo precipitare nella disperazione più nera, con il crollo del mondo esteriore, con l’improvviso e subitaneo crollo del sistema politico francese che priva il protagonista dell’accesso alle studentesse, dopo il suo licenziamento dall’università islamizzata, oltre alla partenza di una studentessa con cui aveva stabilito una soddisfacente intesa sessuale che fugge con la famiglia in Israele. Questa figura femminile ha una certa importanza perché sembra incarnare un’alternativa all’assenza di patria di François. Prima di salutarsi definitivamente, in occasione della sua partenza, dice alla ragazza: “Per me non c’è Israele.” Ma alla fine questa ragazza si rivelerà come le altre, François escluderà che possa essere felice. É dubbio se Israele, con la sua capitale Tel Aviv nota come fra le città più gay-friendly del mondo, può essere un’alternativa alla solitudine, disperazione e mancanza di senso del mondo occidentale. Questa fallace illusione, negata poi dal protagonista stesso, deriva dal fatto che la visione politica che esprime nel romanzo, esatta, anzi esattissima in molti punti, non è portata fino in fondo. Il pericolo dell’Europa non consiste tanto nell’Islam quanto nella sua cieca subordinazione agli Usa.

La decadenza dell’Europa non è una novità, da tempo non è più al centro del mondo. Tuttavia essa potrebbe, dovrebbe, ritrovare un proprio ruolo nel contesto dei rapporti globali che sono entrati in una fase di mutamento che vede il profilarsi di un mondo multipolare. Forse un’analisi politica più conseguente avrebbe permesso di esplorare la presenza di alternative. Nel romanzo all’inizio viene indicata la presenza di forze che si oppongono al suicidio della Francia, ma dopo l’iniziale lotta, l’opposizione scompare nel nulla, non se ne sa più niente. È troppo abbozzata tutta la fase che va da quello che nei fatti è un colpo di stato (attraverso l’annullamento con la violenza di elezioni che probabilmente avrebbero visto come vincitore il Fronte Nazionale), alla fuga del protagonista da Parigi, durante la quale si imbatte nei corpi delle vittime di uno scontro a fuoco. C’è un improbabile incontro casuale (sul tipo degli incontri «casuali» dei film holliwoodiani o delle telenovelas che permettono di risolvere in modo facile una trama che non regge) con il suddetto funzionario dei servizi segreti che gli espone in anticipo quella che sarà la «soluzione» della crisi: l’accordo del centro-destra(UMP) e della sinistra (partito socialista) nell’appoggio al candidato della Fratellanza Musulmana, il partito salafita, da pochi anni (siamo nel futuro) affermatosi nel contesto politico francese con oltre il 20% dei voti, palesando così la loro natura di traditori della patria, che dovrebbe essere già nota visto che hanno consentito un’immigrazione di cui la Francia non aveva bisogno.

In merito alla sconfitta del blocco identitario, nel romanzo viene fornita un’analisi che ha un interesse non meramente letterario: “Vede…” riprese lui, “in realtà il Blocco identitario era tutto fuorché un blocco, era diviso in varie fazioni che si capivano male e s’intendevano peggio: cattolici, solidaristi collegati con ‘Terza via’, realisti, neopagani, laici duri e puri venuti dall’estrema sinistra…”

 È un’osservazione sostanzialmente giusta, anche se va detto che vi è qualcuno che sta cercando di superare, almeno sul piano teorico, queste identità ormai vuote, penso non solo all’opera benemerita di Alain de Benoist per quanto riguarda coloro che vengono dal nazionalismo, e anche i «cugini» italiani hanno dato il loro contributo con Costanzo Preve e Gianfranco La Grassa (studiosi troppo conosciuti in Francia, e, a dire il vero, anche in Italia), per quanto riguarda coloro che vengono dal comunismo. E ancora sul patriottismo delle osservazioni che fanno pensare: ”Già ai suoi tempi il patriottismo francese era un concetto un po’ screditato – si può dire che sia nato a Valmy nel 1792 e abbia cominciato a morire nelle trincee di Verdun nel 1917. Un po’ più di un secolo, in fondo, è poco. Oggi chi ci crede più? Il Fronte nazionale finge di crederci, è vero, ma c’è qualcosa di spaventosamente incerto, di spaventosamente disperato nel loro crederci; gli altri partiti, invece, hanno nettamente optato per la dissoluzione della Francia nell’Europa.”

 Nel romanzo vengono indicati gli elementi per progettare una risposta al colpo di stato. Almeno un paio di volte viene sottolineato che durante gli scontri il quartiere più sicuro è il quartiere cinese, dove vive François. Se un giorno si dovessero verificare realmente dei disordini, per affrontarli bisognerebbe guardare al contesto internazionale, e bisognerebbe allearsi con alcuni gruppi di immigrati contro altri gruppi di immigrati che possono diventare strumento delle mire di determinate potenze. Innanzitutto non tutto l’Islam è nemico, ma l’islamismo salafita/wahabita, come d’altronde viene indicato nel romanzo (sono i Fratelli Musulmani ad andare al potere). Un principio va tenuto soprattutto in mente, la soluzione dei problemi interni dipende dal contesto internazionale. Bisogna guardare avanti al mondo multipolare, abbandonare la barca dell’Occidente che affonda. Ma è questo che Houellebecq non è disposto a fare, come dimostra la sua simpatia verso Israele. Era legittima un’analisi delle posizioni politiche di Houellebecq, si tratta pur sempre di un romanzo politico, tuttavia esse non sono certo decisive per stabilire il valore del romanzo, quanto la capacità di creare storie e figure significative e rappresentative.

E in questo caso, la figura di Rediger è una grande creazione, è un epigono dell’inquisitore dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij sorto nell’ambito universitario (e qui la definizione previana di «clero universitario» ci sta a pennello). Egli, da tempo convertito all’Islam, è l’alfiere in ambito culturale della «svolta» della Francia, viene nominato, appena insediato il nuovo regime, rettore della Sorbona, entrata economicamente nelle mani dell’Arabia Saudita. Sostituisce il precedente rettore lesbica e odiatrice dei maschi, a giudizio di François. Pensato volutamente come epigono, senza il pathos e gli slanci del grande inquisitore, che non si addicono alla nostra epoca, è un grande inquisitore che vuole essere pragmatico e rassicurante, così come rassicurante vuole essere il suo modello politico, verso cui professa una grande ammirazione, il nuovo presidente islamico della Francia. Egli si è convertito all’Islam, ma è soprattutto un nicciano (come il «grande inquisitore» che confessa di essere dalla parte dell’Anticristo). Il suo islamismo è opportunistico, si direbbe che il passaggio al «nuovo regime» sia l’unico modo per continuare una vita basata su apprezzabili privilegi. Quando egli vuole convincere alla conversione François l’argomento che utilizza è la presenza nell’Islam della poligamia. In un certo senso, si tratta di uno sbocco alla destabilizzazione portata dal liberismo in campo sessuale, di cui narra Estensione del dominio della lotta. Il fatto è compiuto, come prima ci sarà chi avrà più donne e chi nessuna, a seconda del suo potere,denaro e prestigio, ma tale diseguaglianza viene sancita dalla Legge, da Dio e dalla Natura… però gli si deve dare una casa e le si deve sposare! mica come prima che ogni anno si cambiava studentessa! Una sorta di rifeudalizzazione che ha il vantaggio di una maggiore stabilità, ma che un po’ annulla i vantaggi della liberalizzazione in campo sessuale di cui già parlava Marlon Brando in Qeimada.

Rediger è un aristocratico che apprezza molto la capacità dell’Islam di far accettare alle masse quella povertà, che consente ad una minoranza di nuotare nella ricchezza e consente quel lusso che favorisce le arti. Nicciano è anche il suo disprezzo verso il cristianesimo come religione femminile, principale responsabile della folle idea dei «diritti dell’uomo». Egli è un ex militante del movimento tradizionalista e identitario che si è convertito all’Islam, molto efficace è il discorso che egli rivolge agli ex-compagni: l’Islam non è in fondo il massimo del tradizionalismo? Ma veniamo alla «sottomissione» (Islam vuol dire sottomissione a Dio) di cui narra il romanzo:

 “È la sottomissione,” disse piano Rediger. “L’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta. È un concetto che esiterei a esporre davanti ai miei correligionari, potrebbero giudicarlo blasfemo, ma per me c’è un rapporto tra la sottomissione della donna all’uomo come la descrive Histoire d’O e la sottomissione dell’uomo a Dio come la contempla l’islam. Vede,” proseguì, “l’islam accetta il mondo, e lo accetta nella sua integrità, accetta il mondo così com’è, per dirla con Nietzsche. Per il buddhismo il mondo è dukkha – inadeguatezza, sofferenza. Il cristianesimo stesso manifesta serie riserve – Satana non viene definito “principe di questo mondo”? Per l’islam, invece, la creazione divina è perfetta, è un capolavoro assoluto. Cos’è in fondo il Corano, se non un immenso poema mistico di lode? Di lode al Creatore e di sottomissione alle sue leggi.

 L’inizio è una sintesi delle argomentazioni del grande inquisitore (ironicamente in un altra occasione il protagonista osserva che uno dei maggiori pregi intellettuali di Rediger è la sua capacità di sintesi e di semplificazione). Infine, saranno le masse stesse a rinunciare alla libertà e a sottomettersi a chi promette il ritorno all’ordine. Ed è vero. Perché?

Come si concilia l’esigenza dell’«emancipazione dell’uomo», cioè dell’individuo, con l’esigenza inderogabile del funzionamento dell’organizzazione sociale? Non si concilieranno mai probabilmente, ma porre soltanto la prima esigenza senza tenere conto della seconda non può che portare al disastro attuale, foriero di capovolgimenti che possono portare alla vittoria completa del lato opposto quello della completa «sottomissione». E se è vero che l’Islam ha perso la sua battaglia con le altre civiltà per la sua rigidità, è anche vero che in Europa ci troviamo ora nell’eccesso opposto.

Quanto Marx è responsabile dell’attuale mentalità ultra-individualista di quello che abbiamo definito in altre occasioni il «ceto medio semicolto»? La sua enorme cultura, il suo realismo erano a distanza siderale dagli odierni cialtroni, «figli del ’68», tuttavia mai affrontò veramente la questione della sovranità, dell’autorità, del potere, della necessaria subordinazione dell’individuo all’insieme dell’organizzazione sociale (Prometeo fu condannato per la sua hybris). Louis Dumont lo definisce, e a ragione, uno dei massimi esponenti dell’individualismo moderno. Da quelle sue prime formulazioni giovanili in cui fantasticava che ognuno potesse essere oggi cacciatore, domani coltivatore, la sera critico, giunse poi a più realistiche formulazioni ne Il Capitale, in cui la spazio di libertà si ampliava con la restrizione, grazie allo sviluppo della produzione, del «regno della necessità», ma poi non si pose veramente il problema dell’organizzazione sociale, se essa poteva darsi senza autorità, senza potere, senza lo Stato. Per cui porta una sua parte di responsabilità se la «liberazione del lavoro» nei suoi ultimi epigoni europei è diventata «liberazione dal lavoro» di qualunque tipo, sia fisico che intellettuale, cioè l’apologia del parassitismo, della sciatteria, della stupidità del «ceto medio semicolto» che infesta tutti i paesi europei e che ha portato alla squallida decadenza culturale che è sotto gli occhi di tutti. Per quanto riguarda il niccianesimo che è andato negli ultimi decenni per la maggiore nelle università, mentre nel «’68» e giù di lì andava il «marxismo», bisogna dire che dal «marxismo» si passa facilmente al «niccianesimo», dalla lotta contro lo «sfruttamento del lavoro», si passa alla lotta per la «liberazione dal lavoro» e infine si diventa dei parassitari aristocratici «nicciani». Il tutto ha poco a che fare sia con Marx che con Nietzsche.

Non esistono diritti senza doveri. Ognuno deve dare, e deve essere messo in grado di dare il suo contributo alla conservazione della società in cui vive, il che vuol dire, in un mondo ancora, fino a prova contraria, diviso in nazioni, in primo luogo il contributo nella nazione in cui si vive. Una società deve assicurare il suo futuro, il che vuol dire la necessità di crescere i figli, la necessità che le madri facciano le madri e altrettanto i padri. La famiglia deve essere preservata e il «matrimonio omosessuale» rimandato al giorno in cui la natura consentirà a due individui dello stesso sesso di concepire. È pura illusione credere che si possa risolvere semplicemente importando braccia da altri paesi, perché invece di braccia arrivano delle popolazioni con la propria identità e la propria cultura, non è necessariamente compatibili con quella della nazione in cui arrivano. Anche se  la massiccia immigrazione non è dovuta solo al calo demografico europeo.La Francia non ha avuto tale calo (vi si accenna anche nel romanzo).

François non è un semicolto, è uno studioso serio, e forse per questo Rediger ci tiene tanto alla sua conversione, ma la sua illusione di salvarsi dal mondo esterno arroccandosi nel suo mondo letterario, porta infine alla sua capitolazione, alla sua conversione/suicidio. È vero quanto scrive Bulgarelli il romanzo è immerso nel fatalismo. Il suicidio sembra compiersi ineluttabilmente, non ci sono alternative, non ci sono risposte, ma in fondo non è compito dell’artista Houellebecq offrire risposte, che possono venire solo dalla «prassi», l’importante è che faccia pensare, e materia di riflessione ne offre tanta.