di Marco Ausili

Nelle nostre librerie assistiamo alla continua pubblicazione di opere in linea con una tendenza filoamericana, centrata sul realismo scarnificato, sulla quotidianità domestica, sulla narrazione oggettiva di vicende comuni di individui comuni. Tali testi, fatte salve alcune preziose eccezioni, si presentano privi di particolari levigazioni formali, adottano un linguaggio d’uso, vicino alla realtà che si comunica, la quale è sempre realtà depressa, disforica, malata, inquinata, invivibile, con quasi nessuna deviazione positiva, se non quella solita rappresentata dall’amore. La lingua utilizzata è pressoché sempre spolpata, semplificata, alleggerita, ridotta all’essenziale, approssimativa, intarsiata di sottigliezze, battute, elementi osceni e scabrosi. Le vicende narrate sono spesso fini a se stesse, chiuse nei loro intrecci romanzati, senza ambire a una comunicazione più ampia, in quanto tutte ripiegate sulla necessità editoriale di divertire e intrigare il lettore-compratore.
Per un altro verso, nel nostro paese continuano le riedizioni dei classici italiani, sui quali, ancora oggi, si esercita un intenso studio. Ebbene, di seguito si prendono in esame alcuni motivi per i quali pare centrale, per i semplici lettori e tanto più per i lettori che vogliono anche cimentarsi nella scrittura, attraversare questi classici.

In primo luogo ricordiamo che la letteratura italiana è una delle più vaste e antiche: getta le sue radici più indietro del Duecento, nella letteratura europea precedente, fino a quella latina. Dante fa da cerniera tra questi mondi e, poi, il dotto latino Petrarca informerà di sé tutti i secoli successivi. Perciò, data la sua imponenza e la sua compattezza, la letteratura italiana suggerisce infinite modalità espressive al lettore/scrittore contemporaneo. Tale letteratura offre un modello di lingua tra i più sviluppati. Lingua dotata di sfumature molteplici, enorme duttilità, potenzialità amplissime. La letteratura italiana (come pure quella europea e russa) offre inoltre uno sterminato archivio di umanità, di spunti, di tratti comportamentali, ambientazioni, situazioni mentali. Varietà e profondità alle quali non sono certo abituati i lettori che si affidano unicamente ai libri più recenti. Basterà confrontare le prime venti pagine della Senilità di Svevo con le prime venti di qualche romanzetto di oggi per farsi un’idea della differenza.

Ma un altro motivo per guardare ancora oggi ai grandi classici della nostra letteratura (intendo le opere finite nel più o meno condiviso canone attuale, il quale si può anche recuperare, magari accontentandosi un po’, nell’indice di una buona antologia di liceo) è il fatto che, tendenzialmente, essi continuano nei secoli un discorso che, anche adesso, in questo periodo di “fine della storia” e di nichilismo relativistico, si dovrebbe certo portare avanti. Si tratta della comunicazione dell’uomo all’uomo. Fatta nella maniera più persuasiva, nella maniera più elaborata e stringente.
I grandi classici, dunque, presentano tipi umani entro i quali, pur racchiudendosi lo spirito del tempo in cui furono creati, c’è molto di più, riuscendo essi a significare al lettore l’umanità intera, con i suoi moti dell’animo, le evidenze e le speranze, lo scorrere dell’esistenza individuale.

Rileggiamo ed estendiamo alla nostra definizione di autore classico uno dei punti maggiori del pensiero di Mario Luzi: «Nella naturalezza del poeta, nella verità naturale della sua voce le proprietà e gli attributi soggettivi non sono più separati da quelli oggettivi. Lo stato del poeta trova la sua espressione esatta e vera in quanto risveglia e smuove dalla sua inerzia uno stato pertinente all’uomo come tale e immedesimato con la sua psiche e con la sua condizione naturale e perpetua; in quanto si accorda, pur divenendo esemplare, con un’inclinazione intrinseca della natura umana verso quello stato e quel punto», (M. Luzi, Naturalezza del poeta, Garzanti, 1995, p. 83).
Perciò un grande classico parla al suo tempo, ma parla pure a tutti i tempi, a tutta l’umanità a venire. Un esempio su tutti, la Divina Commedia. Essa a distanza di sette secoli riesce a commuovere, incuriosire e appassionare tanti lettori, che nei penitenti e nelle anime purganti ritrovano facilmente elementi assai attuali, in quanto propri dell’uomo tout court. Dunque diciamo che la letteratura è stata sempre anche riflessione sull’uomo. Esplorazione dei meandri psichici, spirituali ed emotivi dell’uomo. Testimonianza chiara e irriducibile del suo destino, della sua piccolezza, mutabilità, complessità. I nuovi scrittori dovrebbero farsi carico di questo discorso, e non limitarsi all’effimero e al vacuo. Ma tale discorso non va inventato, non nasce dalla tabula rasa, esso infatti è una continuazione. E questo è il maggior punctum dolens dell’epoca d’oggi: accettare di mettersi in dialogo con una tradizione, che è inevitabilmente situata in un passato.

Il fatto è che da qualche decennio la cultura sessantottesca dell’uccisione del padre ci fa percepire la Tradizione, la tradizione in genere,compresa quella letteraria, come un’autorità che impone modelli. Un ennesimo padre veritativo e autoritario, di cui sostanzialmente possiamo fare a meno nell’epoca dell’individualismo più sfrenato, nel tempo della creatività assoluta, nell’era della deificazione dell’attuale. Eppure la tradizione non è questo. La tradizione è un grande corpo costruito dall’uomo nei secoli, un grande dispositivo in continuo movimento, con il quale è di essenziale importanza mettersi in relazione, in un rapporto di continuità e opposizione: si parlava poco sopra di dialogo, che è il contrario del pensiero impositivo. In effetti, mettersi in comunicazione con la tradizione è mettersi in comunicazione con l’umanità intera, riprendere le sue domande, valutare le sue risposte. Dunque la tradizione non è datata, non è vecchiume da cui liberarsi grazie al progresso, perché essa è continuo divenire. Rimandiamo per concludere alle parole di Giorgio Agamben: «Ciò significa che il contemporaneo non è soltanto colui che, percependo il buio del presente, ne afferra l’inesitabile luce; è anche colui che, dividendo e interpolando il tempo, è in grado di trasformarlo e di metterlo in relazione con gli altri tempi, di leggerne in modo inedito la storia, di “citarla” secondo una necessità che non proviene in alcun  modo dal suo arbitrio, ma da un’esigenza a cui egli non può non rispondere. È come se quell’invisibile luce che è il buio del presente, proiettasse la sua ombra sul passato e questo, toccato da questo fascio d’ombra, acquisisse la capacità di rispondere alle tenebre dell’ora».
(G. Agamben, Che cos’è il contemporaneo).