di Federico Franzin

Per gli appassionati di cinema la data del 21 Ottobre del 2015 era segnata da un po’ sul calendario. È il giorno in cui Robert Zemeckis alla fine degli Anni ’80 immaginava l’arrivo nel futuro del giovane Marty e dello scienziato Doc Brown in Ritorno al futuro pt .II.
Un avvenimento divertente e paradossale non solo per gli appassionati dato che il film è entrato nell’immaginario comune. Un evento che data la natura grottesca del film in questione non genera particolari sorprese ma a guardare bene qualche profezia azzeccata c’è.  Certo le macchine non volano ma le videochiamate ci sono eccome, così come altre piccole visioni. Cose piccole di un futuro lontanissimo che adesso è presente, anzi ormai giù quasi passato.
Eccolo li l’evento inedito. Per anni la fantascienza in ogni sua forma ha giocato a prevedere o immaginare un futuro tanto lontano e immaginifico da essere considerato praticamente insondabile, privo dell’onere della prova e proiezione libera di paure quanto di speranze. Un futuro che dava la sensazione di essere  irraggiungibile.

Certo gli universi lontanissimi come quelli della Fondazione di Asimov rimangono una utopia inarrivabile ma molto lentamente alcune pagine della fantascienza di cui il senso di futuro è caratteristica fondamentale sta diventando presente e rapidamente addirittura passato.
A ben guardare forse la cosa è iniziata soprattutto con 2001 Odissea nello spazio che ha invece trovato nella fatidica coincidenza di data una odissea sulla terra con le torri gemelle e l’inizio di una lunga e diluita guerra. La data di Ritorno al futuro è poco più di un gioco ma a grandi passi però arriva anche l’ombra lunga di Blade Runner . Il 2019 oscuro immaginato da Ridley Scott forse non ha ancora speranza di vedere porte di tannhauser ma qualche tempo fa girava nel web una inquietante immagine di Beijing ( foto in testa all’articolo) che inquadra come l’estetica di una metropoli dantesca e piovosa sia in qualche modo un traguardo profetico raggiunto dal film del 1982.

La novità sostanziale della maggior parte dei classici della sci-fi quindi è quella di vedere lentamente eroso l’orizzonte fondamentale del futuro in un presente in bilico tra profezia realizzata e senso di incompiutezza ma spesso anche in bilico tra sollievo e occasioni mancate. C’è da chiedersi cosa rimanga della sci-fi oggi senza questo suddetto orizzonte. C’è da chiedersi con quali occhi possa venire percepito il senso stesso di quelle stesse storie rimaste prive di terre promesse ma che acquistano semmai un presente o un fresco passato alternativo. Di fatto c’è una mutazione della percezione stessa della fantascienza classica per lo meno lo sarà per chi la conoscerà e scoprirà nel momento in cui le storie si muovono in quello che di fatto diventa un passato alternativo a quello reale. Alla fantascienza attuale non resta che spingersi verso terre sconfinate prive di ogni appiglio possibile lasciando i classici ad una nuova e inedita vita. La Sci-fi è destinata probabilmente ad abbandonare la Terra, difficile da proiettare in nuovi futuri che diventano sempre più imprevedibili e insondabili, conquistando sempre di più spazi cosmici che rimarranno per sempre estranei alla percezione storica umana.

L’esempio più calzante di una sci-fi libera dal paradosso attuale è sicuramente Hyperion di Dan Simmons, primo romanzo di un ciclo fantascientifico da premio Hugo del 1990. Un universo dove la Terra non c’è più , una umanità espansa in tutta la galassia dove sopravvive ancora la Chiesa cattolica e dove le leggi stesse della scienza sono messe in discussione. Come nei Racconti di Canterbury ogni personaggio racconta la propria storia.
La terra scomparsa ridotta a ricordo. Unica destinazione possibile per una sci-fi ancora possidente di orizzonti lontani per pionieri della fantasia. Di tempi e luoghi privati della possibilità del riscontro e del confronto.