Chi sono gli scrittori? Sfatiamo un mito, ché tutti quelli che finiscono per pubblicare romanzi si definiscono scrittori e appaiono in tv con scritto sul sottopancia “… e scrittore”. Giornalisti e scrittori, attori e scrittori, showman e scrittori, sono tutti scrittori. Vai a verificare e scopri che hanno pubblicato un paio di romanzetti in stile Harmony, ma con un filo di intellettualismo chic che fa tanto salotto buono. Ecco, questi non sono scrittori. Ovviamente però sono la maggioranza. In ogni paese che si rispetti gli scrittori non sono più di quanti se ne possano contare su un paio di mani. Già se si arriva a chiedere l’aiuto a una terza mano, o a un piede se si preferisce, qualcosa non va. Lo scrittore, lo scrittore puro, è sempre vate. Non per questo dannunziano, ma deve vedere un po’ più lungo degli altri, altrimenti che scrittore è? Uno scrittore che si rispetti nasce postumo, per dirla con Nietzsche è inattuale, fuori tempo, fuori luogo, fuori di sé. Sempre fuori, anche un po’ fuori di testa, mentre tutti gli “… e scrittori” sono dentro, dentrissimo. Dentro l’establishment culturale, dentro le giurie dei premi, dentro i giornali che piacciono alla gente che piace, attualissimi e contemporanei.

Gli “… e scrittori”, anche detti scriventi, raccontano storie. La differenza rispetto agli scrittori è sottile ma abissale, perché i primi guardano il mondo e vi costruiscono su una storia, i secondi osservano l’umanità e vi cuciono a carne viva una storia che viene da lontano, dal passato più remoto o dal futuro più anteriore, comunque da un altrove. Le storie degli scriventi son esperienze troppo vere per esser vere, infatti quanto si sente di un fatto clamoroso si dice “potresti scriverci un romanzo”, segno che la maggior parte dei romanzi è sensazionalista, non racconta la realtà, quindi è fasulla, pertanto inutile. Le storie degli scrittori sono invece la realtà: è l’essere umano che in tutto il suo splendore e in tutto il suo schifo prende la forma di un racconto su carta, l’unico davvero capace di esprimerlo fino in fondo. Gli scriventi possono essere facilmente divisi in cinque categorie, divertenti quanto drammatiche, che li rendono così interscambiabili da poter permettere agli editori di mettersi d’accordo per un nome di fantasia uguale per tutti, così che non si debba più stare dietro al caso editoriale dell’anno, del mese, della settimana, del giorno.

the-bibliophile-johann-hamza

La fruizione della Letteratura nel Mondo moderno ha stravolto dalle fondamenta il ruolo dello scrittore, novello operaio della parola

La prima categoria è quella degli scriventi anti-incendio. È una categoria tenera, ricca di bella gente, gente ricca. Vi abitano tutti quegli scrittori il cui compito sociale è regalare un sorriso al lettore, ammorbidirlo, lenirne le sofferenze. Se qualcosa non va, se ti senti depresso, arrivano loro e ti danno il bacino della buonanotte, ti accarezzano la fronte e ti sussurrano dolcemente che la vita va avanti lo stesso, che sarai felice ugualmente, che tutti gli ostacoli sono fatti per essere scavalcati e per renderti una persona più forte. Inutile aggiungere che i loro romanzi sono destinati a una funzione antifrastica: da anti-incendio a carbonella per il caminetto.

La seconda categoria è molto più divertente: è quella degli scriventi in fissa col commissario. Non sappiamo se l’Italia pulluli di lettori che non hanno avuto un padre e cercano di rimpiazzarlo con la figura di un supereroe da commissariato di provincia che risolve tutti i guai della città, ma sembrerebbe di sì perché i romanzi di questi scriventi vanno a ruba come il pane. La cosa più divertente è che si sono spartiti il territorio come nel Risiko e nell’Italia della fantasia ogni regione è abitata da due o tre super-commissari che risolvono decine e decine di casi, uno più violento e misterioso dell’altro. Un’Italia da incubo questa, roba da barricarsi in casa col fucile alla finestra. Meno male che sono solo romanzi, peraltro buoni al limite per incartare i cannoli e i panzerotti di cui i loro protagonisti, provincialotti di provincia, sono ghiotti.

ps

Le tre trasposizioni televisive del Giallo poliziesco italiano

La terza categoria spetta di diritto agli scriventi più osannati, quelli più rispettati, che camminano a un metro da terra e con l’aureola sulla nuca: i militanti. Saltellano allegramente da un salotto televisivo a una manifestazione, da un comizio a un giornale, sempre pronti a farti capire che ne sanno una più degli altri e che non è dato contraddirli perché loro vogliono cambiare il mondo, mica scemi. Tronfi della verità che dispensano (purché sia ben retribuita) ma sempre cupi e mesti per le sofferenze patite nel mondo, hanno un’ideologia di riferimento, un partito di riferimento, un giornale di riferimento, un editore di riferimento, e a forza di riferirsi di questi poveri scriventi non rimane più nulla. Per fortuna i loro romanzi sono come chi li scrive: prevedibili, ricchi di parole e vuoti di idee.

La quarta categoria va molto di moda e comprende tutti quegli scriventi tutto azione e mistero. Non bastavano i gialli, si sono inventati i thriller. Non bastavano nemmeno i thriller, si sono inventati il noir. Chissà cos’altro si inventeranno. Se l’America è la patria dei thriller, la Scandinavia è la patria dei noir, nonostante qualche tentativo di emulazione si manifesti anche in Italia. Romanzi perlopiù interscambiabili, come anche i romanzi fantasy scritti con lo stampino, tutti con re, regine, eroi e maghi di mondi fantastici. Va detto però che tra tutti gli scriventi quelli azione-e-mistero sono i più simpatici e sinceri: non hanno pretese, se non creare storie avvincenti che intrattengano il lettore, riuscendo magari a cacciarlo nel buio delle ataviche paure umane che lo mettono a nudo di fronte alla tragicità dell’esistenza.

512929175

L’ultima moda editoriale per casalinghe: l’erotismo da supermercato. Molto Desperate Housewife, poco o nulla De Sade

Chi invece è già tanto se riesce a realizzare una storia compiuta è l’abitante della quinta categoria: quella degli scriventi soft-porno. Anche questa va molto di moda ultimamente, per intenderci è la categoria delle varie sfumature più o meno scure, più o meno rosa, più o meno inutili. Romanzetti per ragazzine con l’ormone in fibrillazione e per donne con l’ormone in coma irreversibile, che danno una visione distorta, irrealistica e inconcludente della sessualità: desiderio e perversione, con un po’ di sentimento. Non c’è osceno, ciò che è letteralmente fuori dalla scena, il desiderio di quanto non si può vedere; non c’è sconcio, l’eterna lotta tra il desiderio e il ribrezzo suscitati dai corpi; quindi non c’è realtà, solo un po’ di eros farcito da fantasie momentanee, quel tanto di soft-porno che basta ad eccitare l’immaginario di un pubblico evidentemente di bocca buona. Questo è quanto. Gli scrittori fanno letteratura, parlano, dicono l’uomo e il mondo. Gli scriventi invece chiacchierano, e fanno dell’intrattenimento, a volte buono, più spesso cattivo cattivo. Basterebbe che i secondi non pretendano di fare la morale ai primi, e invece la fanno. Ritengono di appartenere a una classe superiore perché vendono molto, fanno proseliti, vincono premi e sono invitati agli eventi mondani, senza rendersi conto, i geni, che tutto questo riconoscimento è la consacrazione della propria mediocrità, il cappello da somaro sulla testa dello scolaretto casinaro.

 Ricevere un premio è come farsi cagare in testa

aveva capito Thomas Bernhard. I nostri non lo hanno capito, credono che vendere più della media, partecipare agli eventi che contano, (salvo essere dimenticati nel giro di qualche anno) sia la chiave d’accesso ai campi elisi della letteratura. Uno scrittore non ha bisogno di tutto ciò, sa di abitare l’eterno anche se muore domattina, mentre gli altri sono dei morti vivi, ma non lo sanno. E questo gli basta, allo scrittore, il resto è chiacchiera.