di Federico Franzin

La caccia è una sorta di archetipo nell’immaginario umano. Costante antropologica che dall’inizio della Storia incarna l’orrore necessario della vita. Il terrore e la magia del ricorrente destino di essere spesso preda e altrettanto spesso cacciatore. La storia dell’uomo oscilla attorno a questo dualismo implicitamente necessario.
La caccia evoca un cosmo di rappresentazioni inconsciamente riconoscibili e innate in ognuno di noi . Dalle rappresentazioni venatorie nelle pitture rupestri alla gloriosa e terribile manifestazione sadica e sessualmente dionisiaca della caccia delle baccanti che sbranano le loro prede inseguite nella foresta.
E’ la caccia nella sua celebrazione più crudele ad essere protagonista de Il richiamo del corno di Sarban.

Ma chi era Sarban? Dietro questo pseudonimo misterioso ed esotico si nasconde John William Wall, diplomatico inglese in servizio nel Medio Oriente. Tra gli Anni trenta e sessanta Wall/Sarban risiede tra Il Cairo, Beirut e Casablanca. Sarban quindi è l’alter ego di un austero diplomatico del regno di Sua Maestà che crea uno spazio personale e segreto dove aprire le porte ad un mondo interiore inquietante.
Ne Il richiamo del corno  Sarban disegna un futuro distopico dove sono passati cento anni dalla seconda guerra mondiale e gli alleati hanno perso. Il reich millenario si è impossessato dei destini dell’Europa. Un ufficiale della marina inglese si risveglia dopo un coma di durata innaturale e si scopre prigioniero di un nobile tedesco abbandonato ad una decadente e pericolosa noia che trova la sua massima espressione vitale nelle notti di luna piena dove da la caccia a schiavi ridotti a selvaggina in un bosco di sua proprietà.  L’immagine notturna di un bosco atro dove qualcosa si muove assetato di sangue e preceduto dal suono del corno di caccia ci restituisce un terrore ancestrale e onirico, tanto simbolico quanto reale.

I fantasmi della storia esorcizzati dal pragmatismo del diplomatico si incarnano nel lungo racconto che precede la fantascienza distopica dei decenni a seguire. L’immagine della preda umana ricorre infatti di continuo nella produzione letteraria e cinematografica. E’ facile farsi venire in mente la recente saga milionaria di Hunger games . Per chi azzarda ad addentrasi nei più profondi meandri della cultura pop si troverà di fronte a L’implacabile. Action-movie di Kinghiana, con Schwarzenegger, memoria degli anni ’80, dove la caccia fatale a detenuti condannati a morte diventa uno spettacolo televisivo di enorme successo. E’ nel breve romanzo di Sarban la radice di tutte le storie distopiche dove la relatività del valore della vita umana viene resa spettacolo e diletto, e dove la coscienza della dignità umana si assopisce nell’accettazione collettiva. Memoria di passati sanguinosi, fatti di gladiatori e di spettacoli mortali fusa ad una storia presente di orrori di guerra, generano la paura di un futuro dominato da autorità capaci di rendere la vita degli uomini relativa al punto di trasformarla in selvaggina. E’ in qualche modo allegoria dell’angoscia del mondo che ha conosciuto le tragedie del Novecento. Le guerre mondiali dopotutto sono quel confine dove la dignità della vita è in equilibrio in punta di piedi di fronte al baratro dell’incertezza della storia. Inutili sono i moniti di fronte alla natura dell’uomo diviso tra preda e cacciatore.
Rimane solo l’angoscia e l’inquietudine di non sapere mai fino a che punto siamo capaci di trasfigurarci in baccanti. Tutto questo fotografato in questa affascinante piccola opera riportata in vita editoriale da Adelphi.