È tempo di ricostruire il nostro legame con la natura. È tempo di riscoprirsi bambini, di essere curiosi. È tempo di inebriarsi dei paesaggi del mondo, ampliando gli orizzonti della propria prospettiva. È tempo di difendere l’ecosistema e di accarezzare familiarmente la sua impareggiabile offerta: sveglia! È zero coast. È tempo di mettere l’imbecillità da parte: quella di chi sferra spazzatura sul verde smeraldo per dilagante profitto o per semplice feticismo. È tempo di fregare la società dei consumi: nel sistema omologante ultra-contemporaneo l’originalità è dissanguata. Una sentenza asfissiante, se teniamo conto che l’uomo è già un essere limitato di suo, forgiatore di idee finite. Sicché, è facile comprendere come egli abbia bisogno di un aiuto esterno, magari dalle potenzialità immense, una fonte inesauribile per portarlo a superare i propri limiti, accendendo nuove ispirazioni: L’infinito della natura.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovraumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi (A. Ferrazzi, 1820)

Giacomo Leopardi (A. Ferrazzi, 1820)

Giuseppe Antonio Camerino osserva come le intenzioni di Giacomo Leopardi, in questo idillio in endecasillabi sciolti nato a Recanati quasi duecento anni fa, fossero precise e perforanti:

Se a questa riformulazione burkiniana del mare assimilato per analogia a una pianura sconfinata va ricondotta l’identificazione di immensità e mare che regge l’invenzione poetica leopardiana, e non solo nel celebre idillio, come si dirà, ancora Blair riproponeva a sua volta il rapporto tra sublime e infinito e tra immensità dello spazio, eternità del tempo e grandezza illimitata delle idee, osservando che se si toglie “ogni limite ad un oggetto” subito lo si rende “sublime” e che lo “lo spazio immenso, il numero infinito, la sempiterna durata empion la mente di grandi idee”.

Quante gemme realizzate su paesaggi che lasciano svolazzare un’imperterrita immaginazione? Quanti capolavori realizzati nei via vai sordo di un centro-commerciale? Pensateci, realmente, e datevi una risposta. Quante storie nate, implose e sepolte nelle taverne che affacciano lo sguardo sull’Infinito? Quanto niente stantio, perdurante e cristallizzato sulle pareti a ciclo industriale di un fast-food? Porgetevi anche questo quesito: ora non sembra, ma domani vi servirà. Quando? Poco prima che il pianeta sia completamente distrutto, eventualità in programma dopodomani.

Ammirate la luna, una volta tanto. Magari fateci l’amore sotto i suoi occhi dionisiaci. Per chi è lontano dai sussulti del mare, che narrano di Ulisse, Hemingway e di migliaia di anime senza nome, la luce lunare ricarica di malinconiche e inesorabili idee. Molte rivoluzioni interiori non sono dovute a Freud o a Osho, ma Alla luna:

O graziosa luna, io mi rammento

Che, or volge l’anno, sovra questo colle

Io venia pien d’angoscia a rimirarti:

E tu pendevi allor su quella selva

Siccome or fai, che tutta la rischiari.

Ma nebuloso e tremulo dal pianto

Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci

Il tuo volto apparia, che travagliosa

Era mia vita: ed è, né cangia stile,

O mia diletta luna. E pur mi giova

La ricordanza, e il noverar l’etate

Del mio dolore. Oh come grato occorre

Nel tempo giovanil, quando ancora lungo

La speme e breve ha la memoria il corso,

Il rimebrar delle passate cose,

Ancor che triste, e che l’affanno duri!

La vigna rossa (Vincent van Gogh, 1888)

La vigna rossa (Vincent van Gogh, 1888)

Se i socratici Pink Floyd hanno scritto The dark side of the moon un motivo ci sarà. Nulla avviene per caso, ma ha bisogno dell’ispirazione giusta, sconvolgente. Gli endecasillabi sciolti di Alla luna, aggiornati da Leopardi nell’edizione napoletana dei Canti del 1835, aprono uno squarcio sulla parabola letteraria della sua poetica, la più resistente della storia d’Italia, che in tale fase esegue una ribellione intellettuale verso lo status quo della cultura europea. Franco Brioschi conferma l’animus pugnandi che il ribelle recanatese – vero rocker dell’Ottocento – riversa sull’alba dell’allegoria la Ginestra fino ad arrivare ai Canti:

L’utopia libertaria della Ginestra, con il suo polemico richiamo alla filosofia del Settecento e pure così sradicata da ogni riferimento storico concreto, aveva il merito sostanziale di dissacrare il facile ottimismo spiritualistico con cui i moderati si apprestavano all’edificazione del Risorgimento; ma sanciva nello stesso tempo, con i suoi interlocutori, un rapporto non più di distacco semplicemente, ma di scontro e di sfida: “Secol superbo e sciocco”. La parabola iniziata con le Canzoni trova così la sua conclusione nell’estremo opposto: e in questa parabola hanno la loro reale condizione comunicativa i Canti: destinati, per così dire, a un lettore assente, a un pubblico possibile, la loro grandezza trova qui il suo rovescio e prefigura le dolorose ribellioni delle future avanguardie europee.

E in questo secolo, il Duemila, nel quale le sciocchezze mondane e la frivola apparenza sono elevate all’ennesima potenza, come avrebbe cantato il Leopardi? Alla stregua di duecento anni fa, indubitabilmente, se non più forte. Certo, sebbene i mezzi di comunicazione di massa permettano il raggiungimento di un pubblico vasto, senza contare l’assaporamento di una finta partecipazione a tutti (che fotte un po’ tutti), cosa avrebbe osservato il poeta che ci esorta a scaraventare la mente oltre la siepe? Il pubblico d’oggi è rispettivamente (e compulsivamente): impossibile, assente cronico, svuotato della propria creatività. Urge ricostruire un solido rapporto tra uomo e natura: l’umano la rispetta e si abbevera educatamente del suo delizioso elisir emozionale; in cambio, Ella, Madre Natura, soffia idee illuminanti nella testa – dominata – di tal animale sociale, il più asociale del mondo. Un patto di quercia, che può resistere tra i secoli, donando ai sistemi vigenti ossigeno puro. Servirebbe l’intelligente mimesi, quell’Imitazione leopardiana figlia del vero. Ma imitazione di cosa? Di una foglia di rosa o d’alloro:

Lungi dal proprio ramo,

Povera foglia frale,

Dove vai tu? –  Dal faggio

Là dov’io nacqui, mi divise il vento.

Esso, tornando, a volo

Dal bosco alla campagna,

Dalla valle mi porta alla montagna.

Seco perpetuamente

Vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.

Vo dove ogni altra cosa,

Dove naturalmente

Va la foglia di rosa,

E la foglia d’alloro.