di Luca Gritti

Perché, anziché un diario della nostra anima, così eterea ed evanescente, non compilare un diario del nostro corpo? Perché anziché passare la vita ad annotare emozioni, sentimenti, congetture, arguti pensieri astratti, sogni ed elucubrazioni non prendiamo nota dei fenomeni fisiologici che ci accompagnano per tutta la vita-gli sbadigli, gli addormentamenti, il vomito, gli orgasmi, gli affaticamenti, insomma i momenti di scoramento e stanchezza e quelli di ebbrezza e vitalità? È paradossale, ma per quanto il corpo sia la parte più vistosa ed evidente di noi, passiamo la vita ad ignorarlo, liquidiamo con noncuranza le sue funzioni, snobbiamo con sufficienza il suo comportamento. A mettere le cose apposto ed a saldare il debito di ingratitudine plurisecolare che abbiano nei confronti dei nostri corpi bistrattati, ci pensa Daniel Pennac, raro caso di scrittore in cui la maestria e l’acume della penna convivono con una fama internazionale indiscussa ed il riconoscimento ossequioso di accademie e salotti. Pennac ha scritto Storia di un Corpo (Feltrinelli, pagg 335), in cui in una finzione letteraria s’immagina di pubblicare il diario del proprio corpo tenuto per tutta la vita dal padre di una sua amica, Lison, il quale ha lasciato il diario alla figlia come eredità, subito prima di morire.

È un’eredità particolare, spirituale perché si tratta di un libro, di impressioni e ricordi fissati su carta; ma anche molto carnale, perché tra le pagine, senza paura di risultare poco lirici, ci sono rutti e flatulenze, erezioni e sudori freddi, dolori e piaceri corporali, annotati con la partecipazione di un autore ma anche con il rigore metodico dell’analista: un vero diario del proprio corpo. L’intuizione di Pennac è geniale, non nasce dal nulla ma, vogliamo credere, ha una precisa provenienza letteraria, filosofica e storica. Infatti l’Europa è, storicamente, il luogo in cui il corpo vive una vera e propria dannazione, una sorta di demonizzazione strisciante e moralistica. Siamo vittime, più o meno consapevolmente, della dicotomia platonica, della millenaria distinzione tra anima e corpo, che dal punto di vista morale si traduce con l’esaltazione di tutto ciò che è astratto, metafisico, incorporeo. L’Europa è inesorabilmente portatrice di platonismo, in lei ha echeggiato per anni il motto di Platone contro il corpo, poi estremizzato dall’allievo Plotino, che scriveva di ‘vergognarsi di avere un corpo’. Il Vecchio Continente ha sempre voluto essere un’anima disincarnata, e quando si è curata del corpo ha sempre dovuto in qualche modo ‘spiritualizzarlo’, anche nelle sue funzioni più corporali, per poterlo redimere o nobilitare. Questa dannazione platonica di cui il corpo è stato vittima si è poi rafforzata con la ‘platonizzazione’ del cristianesimo ad opera di Agostino. In verità il cristianesimo, nelle parole di Gesù, non demonizza né colpevolizza il corpo, anzi, in qualche modo lo sdogana: Cristo non è, come s’è creduto per anni, il Dio dell’astensione dalla vita, dalla realtà e dal mondo-Cristo è il dio del corpo e del sangue, del pane e del vino. In questo senso, anche tutta la critica nicciana al cristianesimo andrebbe ridiscussa: Nietzsche critica il cristianesimo scambiandolo per la sua versione agostiniana, platonica, che però è una deviazione, ancorché illustre, della parola evangelica. A ben vedere le parole di Cristo a volte hanno più assonanze con l’esortazione alla vita e dei sensi di Nietzsche che non con l’astensione dalla vita agostiniana. Anche oggi, come nota acutamente Pennac, in un tempo in cui il corpo sembra sdoganato fino all’eccesso, dove ogni tabù borghese sulla corporeità sembra infranto, viviamo in realtà in un’epoca profondamente disincarnata, che guarda al corpo con diffidenza e sospetto.

Scrive l’autore che

“a ben guardare, non c’è nessuno di più pudico degli attori porno più smutandati o degli artisti di body art più sacrificati. Quanto ai medici (a quando risale la tua ultima visita?) è molto semplice: ora il corpo non lo toccano più. A loro importa soltanto il puzzle cellulare, il corpo radiografato, ecografato, tomografato, analizzato, il corpo biologico, genetico, molecolare, la fabbrica di anticorpi. Vuoi che ti dica una cosa? Più lo si analizza, questo corpo moderno, più lo si esibisce, meno esso esiste. Annullato, in misura inversamente proporzionale alla sua esposizione”

L’epoca che doveva essere dello sdoganamento dei corpi e dei sensi, è invece l’epoca più totalmente disincarnata: i corpi scompaiono dietro uno schermo piatto; la presenza fisica lascia spazio alla presenza/assenza evanescente, liquida, quasi onirica; la corporeità del contatto soccombe alla proiezione digitale che ognuno si fa dell’altro. Il tema in questione è dirimente: la vera crisi che sta vivendo l’Europa, prima che economica, sociale o politica, è, come denunciò a suo tempo, con visionarietà profetica Nietzsche, una crisi della vitalità: gli europei sono stanchi, vecchi, disillusi. Ma tutto questo accade proprio per la loro tendenza, sempre più diffusa e precoce, a rifugiarsi in una dimensione virtuale ed onirica, celebrale e disincarnata, perdendo il contatto con la realtà e con i corpi, propri od altrui. C’è un bellissimo passaggio in cui l’autore si confronta con un suo coetaneo, cresciuto in campagna, meno colto ma più fisico…

“Due concezioni del dolore. Stamattina alla mungitura una vacca rovescia il secchio. Robert si inginocchia per far scorrere il latte nel canale di scolo, si rialza con il secchio in mano e un’asse inchiodata al ginocchio. Si è inginocchiato su un chiodo! Stacca l’asse senza fare una piega e si rimette al lavoro. Gli dico che deve disinfettarsi subito: ma sì, finita la mungitura. Gli chiedo se gli fa male: un pochino. Alle quattro mi taglio il polpastrello affettando il pane con la merenda. Esce il sangue, mi viene la nausea, mi gira la testa, mi lascio scivolare lungo la parete e mi siedo per terra per non svenire. Questa è la differenza tra Robert e me. Se domandassero alla mamma da dove viene questa differenza, lei risponderebbe: ‘è solo perché la gente lì non ha alcuna immaginazione!’. (…). Sicché il mio svenimento sarebbe dovuto al mio sublime grado di civiltà! Capirai! Robert, che ha la mia età, vive in amicizia con il suo corpo, tutto qua. Il suo corpo e la sua mente sono stati tirati su insieme, sono buoni amici. (…). Robert sa benissimo di essere pieno di sangue! Sanguina perché vive in un corpo. Come sanguina il maiale che viene sgozzato! Io, ogni volta che mi capita qualcosa di nuovo, scopro di avere un corpo!”

Sono bellissime anche le ultime pagine in cui viene descritta la dipartita senile del corpo, gli acciacchi della vecchiaia, il fisico che si ritrae e si rattrappisce, e, soprattutto, l’elaborazione del lutto dal punto di vista carnale. Delle persone che se ne sono andate, in sostanza, non  mancano tanto i pensieri e le parole, eternate in forma di ricordo, ma proprio i loro corpi, il contatto fisico con l’altro. “La materialità del loro corpo, questa alterità assoluta, ecco cosa avevo perduto!” Si legge Pennac e viene da pensare che conoscere un essere umano significhi proprio condividere con lei l’intimità di un contatto: conosciamo solo le persone che abbiamo il coraggio di toccare. Bisognerebbe leggere tutti questo piccolo libro, ora più che mai, manifesto della corporeità in un mondo incorporeo, esortazione a riguadagnarsi la vita in un abbraccio sentito anziché perderla dietro ad astrattezze ed idee lontane.