di Luca Gritti

Che direste se chiedessimo chi fu il più grande scrittore italiano del Novecento? Probabilmente in molti eluderebbero la domanda, mentre altri si concentrerebbero su nomi noti ed inflazionati, celebrati ed osannati. Ma c’è un nome che da molti è rimosso e da certi neppure conosciuto, che pure certamente potrebbe ambire al lauro di maggior scrittore italiano del secolo scorso per ciò che scrisse e che fece in vita: Ignazio Silone. La parabola di Silone è esistenzialmente tormentata: abruzzese, perse parte della sua famiglia, sua madre e diversi familiari, in un terribile terremoto; fu uno dei fondatori del Pci ma se ne allontanò perché intuì prima degli altri la deriva disumanizzante ed alienante del bolscevismo russo, e dovette poi scontare sulla sua pelle l’ostracismo ideologico di tutta la cultura italiana, egemonizzata dal fideismo nei confronti dell’Urss; visse come un esule in patria ed ebbe solo in parte i riconoscimenti che gli sarebbero spettati. Tuttavia, se in Italia logiche stupide ed extraletterarie condannarono Silone a restar fuori dal giro dei più seguiti circuiti culturali ed editoriali, all’estero la sua opera conobbe un successo clamoroso, tant’è che resta uno degli autori nazionali più noti all’estero. Furono infatti numerosi gli ammiratori internazionali, spesso di grande calibro: da Simone Weil, che amava molto i libri di Silone (il quale pure fu molto influenzato dall’opera della filosofa ebrea) ad Albert Camus che, stando a ciò che scrive Filippo La Porta, prima di ritirare il premio Nobel per la letteratura avrebbe confidato che l’abruzzese ne avrebbe avuto maggior diritto. Silone è insomma un caso tipico di damnatio memoriae, di operazione cretina di misconoscimento di un autore per motivi ideologici e politici: agli intellettuali organici ed alle mafie culturali del nostro paese non andava giù che egli potesse essere un autore libertario, “comunista senza partito” e “cristiano senza Chiesa”, artista che esortava all’umanità ed alla solidarietà prima che alla subordinazione al partito, capace di infiorire le sue storie con prosa traboccante di umanità vera e non di comoda ideologia. Un testo che può forse farci capire chi fosse Silone, che ci può iniziare alla sua personalità, alla sua coerentissima idea di moralità e rettezza ed al suo stile di scrittura, è forse L’avventura di un povero cristiano, un testo di teatro che l’autore pubblicò come libro e che solo nell’anno successivo fu davvero messo in scena. Opera ultima dell’autore, a parte brevi saggi ed opere incompiute e postume,  vide le stampe in un anno esiziale, il 1968, quasi per rispondere ad un appuntamento con la storia, fiutando l’urgenza esplosiva di certe istanze, che di lì a poco sarebbero deflagrate  nella contestazione mitologica del maggio.

Il lavoro affronta la nota vicenda di Celestino V, Papa del gran rifiuto dantesco, che però l’autore non solo non condanna, ma celebra ed addita come esempio di rettezza e virtù. Il messaggio è dirompente: molto prima della fine delle ideologie e delle “grandi narrazioni”, Silone sostiene che una vera rivoluzione non consiste nel sacrificare il mondo concreto di oggi ad un’idea od un’ideologia astratta, bensì si realizza in una condotta esistenziale corretta nella quotidianità e nel vivere giornaliero, nel rinnovare e rinsaldare ogni giorno la nostra umanità, preferendo all’astrazione il mondo, alla chiusura in noi stessi il contatto con il prossimo, all’egoismo meschino l’aiuto solidale, alla comodità dell’inazione l’ebbrezza del rischio. Silone descrive Papa Celestino come un esempio di questa condotta: egli non insegue il Bene con la maiuscola, un bene astratto e metafisico, aleatorio o futuro, ma costruisce ogni giorno il bene con l’amore quotidiano, con la solidarietà che mostra con i membri della sua parca comunità. Diventando pontefice, suo malgrado, Celestino è costretto a confrontarsi con l’essenza del potere, ovvero il compromesso. Se la condotta realista (e, a giudizio di Silone, quella cristiana) esorta al bene nel presente, con il prossimo e senza rotture od azioni dirompenti, ma solo con i gesti silenziosi di piccola solidarietà; il potere esorta al perseguimento di un Bene astratto e proiettato nel futuro, grazie al quale si legittima, per poi compiere nel presente le peggiori malvagità, le più spregiudicate bassezze. Se il cristianesimo prescrive l’amore quotidiano e presente (vivere, come già si espresse Dostoevskij, di cui Silone è un parente molto stretto, vorremmo dire persino una sua versione italiana, animati da ‘un amore attivo’); il potere proietta il bene nel futuro  per poter compiere, in suo nome, il male nel presente. Si legge Silone e tornano in mente le riflessioni di Simone Weil ne La Prima Radice, quando la filosofa sostiene che, se la scienza moderna ha posto come arbitro di tutte le cose “la potenza” (nozione che poi farà il gioco di Hitler e legittimerà ideologicamente il nazismo), il cristianesimo crede che l’arbitro ultimo dell’universo, in cui pure convivono e coesistono forze contrapposte, sia l’amore. Come chiosa Dante alla fine della Divina Commedia, è “l’amor che move il sole e l’altre stelle”. In Silone ed in quest’opera, nella contrapposizione tra Celestino V e Bonifacio VIII, suo successore al soglio pontificio, sta ancora sempre questa contrapposizione tra amore e potenza, tra realtà ed ideologia, tra presente e futuro, tra un bene che compie solo il bene ed un male che nel nome del bene agisce e si legittima. Da questo punto di vista, dunque, è emblematico il botta e risposta dei due alla fine del dramma. Bonifacio ad un certo punto dice che ‘il termine cristiano sta ad indicare il fine, l’intenzione, il servizio…’ e Celestino ribatte che ‘non si può ammazzare in fin di bene. A fin di bene si può soltanto fare il bene, amare, aiutarci l’un l’altro, perdonarci.’

Il nome di Dio non è, a differenza delle ideologie novecentesche, un nome nel cui nome uccidere o compiere bassezze, bensì un’esortazione a fare il bene nel presente, senza pretendere di cambiare da un giorno all’altro il mondo, ma con la convinzione che, rinsaldando l’umanità in sé e nel prossimo, con un gesto disinteressato, per quanto non eroico, si sia già un po’ cambiato il mondo…Ma ad affascinare non è soltanto il grande spessore filosofico e letterario di Silone, ma anche il suo modo di scrivere, i suoi arditi e coraggiosi esperimenti letterari. Infatti, se è vero che Silone fu isolato e ostracizzato per ragioni politiche, è anche vero che in Italia erano in molti a non amarlo proprio per lo stile, non già per le idee. Il suo linguaggio, immediato, senza inutili preziosismi, senza nulla cedere al barocco, essenziale, perfino popolare e rustico, dialettale in certi casi, sembrava infantilmente semplice per i verbosi e stucchevoli gusti dell’epoca, per i letterati italiani influenzati dall’avanguardia. Ma la verità è che forse Silone, come Dostoevskij, aveva capito meglio di altri come ha senso scrivere oggi, per farsi leggere e non per parlarsi addosso. In un’epoca in cui, per via delle esperienze novecentesche, la letteratura sembrava ridursi ad una forma di confessione diaristica, di debordante flusso di coscienza, l’autore ebbe il coraggio di preferire l’epica alla lirica, il realismo allo psicologismo, il racconto plurale, corale di più personaggi al monologo di un singolo. Non fu un caso che questo testo non sia stato compiuto come romanzo, bensì nella forma di testo teatrale. La scrittura di Silone diventa teatrale per esigenza, resta sulla carta per poco ma in breve la storia di Celestino viene messa in scena in vari teatri, diventando l’inno forse poco ascoltato della parte migliore del Sessantotto, quella libertaria ed esistenziale, in cui la coscienza, come dice l’abruzzese, ha sempre la meglio sull’obbedienza. Il suo scritto pazienta sul foglio in attesa di farsi azione, messinscena, realtà, corpi e gesti che si muovono e si agitano. Il manifesto di una nuova letteratura, che lascia la stanza per tornare alla vita.