Qualche giorno fa è scomparsa l’amata scrittrice Harper Lee, forse è accaduto come era accaduto alla signora Dubose, un personaggio del suo romanzo, che per essere “libera come l’aria” aveva rinunciato anche alla morfina prima di andarsene.  Chi di noi, insieme a Jem e a Scout, ha girato per le strade di Maycomb e ha imparato a conoscerne gli abitanti, non può non ricordare Harper Lee con affetto e  gratitudine come si ricorda una vecchia zia con il dono dell’affabulazione. Il buio oltre la siepe, o “Uccidere un usignolo” come era il titolo originario, non è solo un pregiato esempio di letteratura ma una vera macchina del tempo, un passepartout per tornare bambini. Che il lettore sia un cinico signore ben avviato nell’avventura terrena o un imberbe anarcoide in età pediatrica, non conta; davanti a Il buio oltre la siepe, dopo un paio di pagine (giusto il tempo di cambiarci) siamo tutti in calzoncini corti e con le ginocchia sbucciate, coetanei di Scout, 9 anni ben portati. I più riottosi alla regressione anagrafica, per sentirsi un tantino sopra le cose, devono accontentarsi di essere coetanei del fratello Jem, che di anni ne aveva 13 e tutti vissuti intensamente. A riprova di questo, il romanzo comincia con una citazione che è una sorta di sbarramento: “Anche gli avvocati sono stati bambini, immagino…”, come a dire: quelli più alti di un metro non entrano.

Il romanzo edito nel 1960 e subito battezzato con un premio Pulitzer, è ambientato in una cittadina del Sud degli Stati Uniti, un piccolo ecosistema di poche anime in cui ogni accadimento fa eco dentro ciascuna abitazione fino a svanire. In questo contesto fatto di pregiudizi, immaginazione e sospetti vari, si muovono due macchiette esilaranti, Scout e suo fratello più grande, ai quali si aggiungerà Dill (Truman Capote da piccolo, amico dell’autrice); i tre sono protagonisti di avventure, timori e prospettive e hanno la testa che “brulica di progetti eccentrici, strane aspirazioni e fantasie bizzarre”. Il lettore è negli occhi di Scout, è lei che ci racconta la storia, e da questa bifocale finestra su Maycomb, osserviamo le cose e corriamo dietro al fratello arrovellandoci il cervello intorno a un mistero, d’altronde ogni bambino curioso cresce con un mistero. Il padre dei due piccoli è Atticus Finch, l’unico avvocato di Maycomb e l’unico a prendersi cura di questi due figli. Atticus è il buon padre di famiglia, l’uomo morale che incarna la giustizia, quella sociale ma soprattutto quella domestica, fatta di mille spiegazioni e di una morbidezza materna. Sarà un processo in cui Atticus è il difensore d’ufficio di un nero accusato ingiustamente di violenza carnale, a cambiare lo scenario nella tranquilla cittadina, coinvolgendo anche i due ragazzi e mettendo a repentaglio le loro vite. Alla fine i buoni trionfano, come vogliono le fiabe.

Il buio oltre la siepe è il luogo fisico e psicologico del sospetto, un ghetto in cui creiamo dei mostri su misura a cui accollare tutte le colpe. Dal buio invece, in questa storia, uscirà la soluzione e la salvezza dei due ragazzi dell’Alabama, suggerendo al lettore, con stile ineguagliabile, che il dirimpettaio più ambiguo può essere il nostro angelo custode.

Si desidea ricordarla con questo simpatico lacerto:

“Ciao” disse.
“Ciao,” rispose Jem affabilmente
“Sono Charles Backer Harris”,” disse. “So leggere”.
“E allora?” dissi io (Scout).
“Così, pensavo che vi avrebbe fatto piacere saperlo: se avete qualcosa da leggere in casa, ci sono io.”
“Quanti anni hai?” chiese Jem. “Quanttro e mezzo?”
“Quasi sette.”
“Allora non c’è niente di strano” disse Jem, e indicandomi col pollice aggiunse: “Quella là legge da quando è nata e ancora non ha cominciato ad andare a scuola. Tu sembri proprio piccolo per quasi sette anni”.
“Sono piccolo, ma sono grande” rispose.
Jem si scansò i capelli dagli occhi per vederci meglio.
“Perché non vieni qua, Charles Backer Harris?” Chiese. “Dio, che nome!”
“Non è peggio del tuo tuo! Zia Rachel dice che ti chiami Jeremy Atticus Finch!”