Luce e ombra. Il contrasto tra questi due elementi dona ai nostri occhi le immagini che il mondo ci offre. Senza di esse la fotografia, il cinema, le arti figurative non esisterebbero. E non esisterebbe nemmeno questo vecchio romanzo sepolto dalla polvere del tempo; polvere che, tuttavia, qualcuno si è preso la briga di smuovere: Vladan Desnica, Le primavere di Ivan Galeb, Elliot, pagg. 383, euro 22, (traduzione di Giovanni Bensi e Luca Vaglio).

PRIMAVERE DI IVAN GALEB_lay

“A lungo, mi sono coricato di buon’ora”… È l’incipit del capolavoro di Marcel Proust Alla ricerca del tempo perduto, talmente noto da essere conosciuto anche da chi non lo abbia mai letto. E la madeleine intinta nella tazza da Marcel funge da detonatore di ricordi: infanzia, gioventù, maturità… sono le immagini che riaffiorano da questo grande romanzo francese. Quando invece si parla della ex-Jugoslavia, quelle che inesorabili tornano alla mente sono scene di guerra: armi, violenze, sangue e macerie. Se però scavalchiamo i luoghi comuni e ci rechiamo nei pressi di Zara vi potremmo trovare un vecchio violinista, anch’egli “coricato di buon’ora”, ma su un letto d’ospedale, a causa di un serio infortunio alla mano. E le immagini evocate dall’ingresso di un raggio di sole nella stanza del degente Ivan Galeb sarebbero le medesime. Quel gioco di luce riflessa, che illumina i ricordi del vecchio allettato, ha la stessa funzione della madeleine nel romanzo di Proust: far luce sulla propria vita. Ecco il canovaccio de Le primavere di Ivan Galeb, pubblicato nel settembre 2016 per le edizioni Elliot, non a caso nella collana Raggi. L’autore è Vladan Desnica, praticamente uno sconosciuto, almeno al di qua dei Balcani. Nato a Zara nel 1905 e morto a Zagabria all’età di sessantadue anni, è autore della raccolta di poesie Il cielo sulla spiaggia (1955) e di tre romanzi, tra cui questo.

Vladan Desnica ritratto in una foto d'epoca

Vladan Desnica ritratto in una foto d’epoca

Desnica ebbe verso il nostro Paese un’attenzione particolare. Traduttore di autori come Croce, Foscolo, Leopardi, Carducci e Silone, ha scritto nel 1957 le memorie immaginate del violinista Ivan Galeb, costategli trent’anni di lavoro. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta in Italia nel 1970 dall’editore Bietti. Poi, è caduto nuovamente nel dimenticatoio. È davvero un peccato che un autore come questo sia stato da noi pressoché ignorato. Soprattutto data la considerazione che l’autore croato (ma di origine serba) aveva della nostra lingua, da lui considerata come una delle più grandi del mondo. Anche se, a onor del vero, questa versione italiana del romanzo è ad oggi l’unica traduzione in lingua occidentale. Se cercherete su Internet vi accorgerete che non esiste una pagina Wikipedia in italiano dedicata all’autore. Esiste invece una scheda su Sapere.it che, riferendosi al romanzo in questione, definisce Desnica un “maestro di stile, di descrizione e fine psicologo”. Ora che però la casa editrice Elliot ha riportato alla luce (qui il termine è più doveroso che mai) quest’opera preziosa, la cosa ha destato qualche attenzione, con favorevole stupore. Daniele Abbiati, nella sua recensione apparsa su Il Giornale del 1 ottobre 2016, lo ha definito “Il Proust croato”, meritevole di essere collocato “in uno scaffale tematico, sullo stesso ripiano di La montagna incantata, di Alla ricerca del tempo perduto, di La morte di Ivan Il’ic, di Doctor Faustus”. Fabio Panzeri, su Avvenire dell’11 novembre scorso, lo posiziona invece a metà strada tra l’innovazione di Flaubert e la modernità di Musil. Manca un solo grande nome: quello di Chateaubriand. È lui il padre spirituale di Proust e dei moderni romanzi di memorie. Paternità riconosciuta dallo stesso autore della Recherche:

“Non è forse da una sensazione dello stesso genere di quella della madeleine che nasce la parte più bella dei Mémoires d’outre-tombe?”. 

Il grande scrittore francese Marcel Proust, autore della celebre opera "Alla ricerca del tempo perduto"

Il grande scrittore francese Marcel Proust, autore della celebre opera “Alla ricerca del tempo perduto”

Se Marcel Proust nel suo capolavoro andò “alla ricerca del tempo perduto”, Vladan Desnica, dal canto suo, va invece alla ricerca dell’infanzia perduta. Ricorda le estati quando da bambino si coricava sul cuscino “che odorava ancora di sole”, oppure quando praticava il gioco della gibigiana: catturare un raggio di sole in uno specchietto per poi proiettarlo verso l’esterno, sul viso di una vecchia o davanti a un gattino infastidito, standosene affacciato alla finestra.

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“Quel minuscolo pezzo di vetro nelle mani di un bambino e un raggio del sole divino imprigionato erano capaci di darmi l’illusione di essere diventato io stesso un piccolo dio, incorporeo e onnipresente”.

Ma nessuna infanzia sarebbe tale senza il ricordo dei genitori, possibile riflesso di ciò che potremmo essere un domani. Si apre quindi l’album di famiglia. Il padre di Ivan, marinaio, morì quando lui era ancora fanciullo. Sulla sua sorte in paese giravano le storie e le leggende più svariate. Una lo voleva morto ammazzato dai compagni di mare come punizione per il suo comportamento “da cane”. Un’altra, invece, lo voleva vivente sotto mentite spoglie in Sud America, dove si sarebbe rifatto un’altra vita. In verità, pare che fosse morto di occlusione intestinale e che il suo corpo, chiuso in un sacco di cuoio, fosse stato lasciato cullare dalle onde del mare, come tradizione marinara vuole. La madre, proveniente da un ambiente “popolare ma non plebeo”, era una donna “dai sentimenti tranquilli, profondi, che non erompevano mai alla superficie in effusioni espansive”. Morì proprio durante quel delicato passaggio dall’infanzia all’adolescenza del piccolo Ivan.

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L’album dei ricordi continua, passando in rassegna ogni singolo componente della famiglia: il padre, la madre, lo zio, le zie “sorelle siamesi spirituali”… Ma è il gioco degli opposti con cui l’autore descrive i nonni a meritare particolare attenzione. Lui, un uomo “forte robusto, tutto d’un pezzo”, era tutto il contrario di lei: “fragile e malaticcia, proveniente da qualche antica famiglia dal sangue fine”. Ma “come spesso accade, il sangue più sottile vince e la debolezza soverchia la forza. Qui sta il guaio, qui sta la pericolosa forza della debolezza: essa rode, discioglie e inevitabilmente, alla fine, vince la forza”. La forza della debolezza. Avete capito? Illuminante! È la gibigiana con cui Desnica riflette i suoi pensieri sul bianco carta, abbagliando il lettore. La profondità con cui l’autore scandaglia gli abissi dell’animo umano ricorda tanto quella di un Dostoevskij.

”Che cosa volete? Gli uomini amano tutto ciò che appartiene loro, comprese le proprie debolezze […] Sì, gli uomini amano anche le proprie crisi, le proprie fratture, i propri fallimenti. Anzi, ne sono gelosi. Qualche volta addirittura si offendono quando gli altri non glielo riconoscono. Perché hanno diritto alla propria fisionomia naturale. E il diritto alla propria fisionomia è uno dei diritti fondamentali dell’uomo. Il più personale, il più alienabile”.

Desnica quando parla di fisionomia parla di identità. E in un’epoca globalizzante come la nostra, dove diritti fondamentali come questi vengono continuamente negati, sono parole come queste a far luce sul buio che ci circonda. Ma veniamo ora al vero soggetto della storia: l’infanzia perduta di Ivan Galeb, impersonata da uno gnomo che vive in una stanza disabitata sempre chiusa a chiave. Riuscendo a convincere la balia (chiamata amorevolmente Zia) , il piccolo Ivan riesce a entrare in questa camera misteriosa in cui era morto, giovanissimo, il fratello della nonna. Una volta entrati, il rumore di un tarlo intento a mangiare il legno desta l’attenzione degli ospiti inattesi:

  • – “Zia, c’è qualcosa in questa camera? […]
    -“’Sì, c’è’” mi rispose piano. E io pendevo dalle sue labbra […] “’C’è…c’è uno Gnomo’!”
    ”Un limpido riso infantile come una campanella d’argento. Negli occhi mesti della ‘zia’ balenò un riflesso aurato di sorriso. […] Con una sola sua parola lo Gnomo era stato creato. Stava là, davanti ai nostri occhi, vivo e reale”.

                                                         

Una scena del film "Lo gnomo mobile" di Robert Stevenson del 1967

Una scena del film “Lo gnomo mobile” di Robert Stevenson (1967)

Il gioco della gibigiana continua per tutto il romanzo. La luce torna a riflettersi su questo “paesaggio eternamente illuminato dal sole” che è l’infanzia, la vera fonte originaria da cui tutto discende, la chiave di lettura attraverso cui rileggere la propria vita:

“Nel bambino il senso del proprio essere è così forte da generare una sensazione di indistruttibilità.
L’io infantile non tollera negazioni. Il pensiero della fine è semplicemente inconciliabile con il senso dell’esistenza […] In fondo all’essere infantile, ben ricoperta di cenere, giace una nicchia in cui cova l’immortalità. E subito accanto a essa, nelle sue immediate vicinanze, c’è un’altra nicchia nella quale sonnecchia la morte. Esse mantengono relazioni di buon vicinato. E alternativamente si manifestano, si fanno sentire dal profondo […] Il loro duetto alternato forma il tessuto della nostra vita”.

Alle riflessioni sul senso della vita e della morte seguono quelle sulla bellezza, sulla “colossale figura tragica” che è l’uomo; poi le donne, l’amore, la religione, la Storia… tutti ingredienti necessari per un romanzo piacevolmente digressivo. E, da vero Proust dei Balcani, Desnica non poteva certo tralasciare le sue meditazioni sul tempo. Riflessioni, ricordi, digressioni, associazioni di idee… ecco quello che riaffiora alla mente del vecchio Ivan durante il suo percorso a ritroso nel viale dei ricordi. Ne viene fuori un diario intimo (particolare e insieme universale) in cui l’Io è il perno attorno a cui ruota l’intera narrazione, proiettandosi nel tempo e nello spazio con le sue riflessioni sul mondo.

“Se non m’inganno, avevo intenzione di raccontare ‘la mia vita’, o forse ‘la mia infanzia’, e invece ecco che mi sono perduto in meditazioni, in fantasie… E ne è venuto fuori qualcosa di simile a un diario irreale”.

Procedendo per le varie stanze dei ricordi – che costituiscono parte dell’architettura del romanzo – si giunge in soffitta, dove si trova, tra le vecchie cose di famiglia, il violino appartenente a quel fratello della nonna morto in giovane età.

”In quel solaio, in un certo senso, nacque la mia arte […] La mia mano si distese timorosa, come in attesa di una rivelazione, e le dita toccarono le corde […] Ritenevo che un unico suono, di per sé sempre uguale e sempre ugualmente neutro, potesse esprimere molte cose, un’intera gamma dei più svariati sentimenti. […] Il suono diceva sempre quello che io volevo, esprimeva sempre ciò che io portavo in me!” 

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Per un musicista il suono vale più di mille parole, incapaci di esprimere appieno le emozioni:

“Gettavo via la penna con un senso di indicibile sollievo. Mi rendevo conto che era fatica inutile: la parola tradisce sempre il pensiero! E soprattutto tradisce il sentimento”.

Dopo essersi fatto un nome nell’ambiente, Ivan comincia a comparire sul palco, sui giornali, e a girare il mondo con il suo violino. Ma un primo incidente alla mano basterà a impedire il proseguimento della sua promettente carriera. Con gli anni a venire, il suo paese gli andrà stretto: diverrà il luogo da cui fuggire. Quel debole filo che lo teneva collegato ai paesaggi dell’infanzia e della giovinezza si tenderà sempre di più, fino a spezzarsi. Ma non in maniera irrimediabile. Perché il ricordo del tempo perduto scatena in Galeb la nostalgia, “archetipo di ogni sentimento”, riportandolo a ripercorrere quelle terre una volta familiari. Ed è ritornando in paese, in età matura, che avverrà l’incontro con fra Angelo (uno dei capitoli più belli) da cui nascerà una piacevolissima disquisizione teologica:

– ”Mi dica fra Angelo: esiste Dio?”
– “Il tuo Gnomo esiste?” mi domandò.
– “Ma… nei miei pensieri esiste. Esiste come un ‘contenuto della mia coscienza’, come suol dirsi”:
– “Ecco, allora ammetti che almeno così esista anche il mio Dio”.

“[…] tutto ciò che una volta è stato creato, tutto ciò che anche per un solo momento è stato soltanto pensato, vive e vivrà fino alla fine, insopprimibile e indistruttibile…”

Ogni grande opera letteraria, dice Desnica, non è altro che un incessante esame di coscienza. E il vero esame del non più giovane Ivan Galeb è il ritorno alla “camera chiusa”, dove dimorano ancora “fasci di carte, mazzi di lettere, scatole di ricordi”, insieme a quel vecchio tarlo che mangia il legno come il tempo mangia gli anni. Ma i ricordi vivono ancora, seppur fiochi come il lume di una candela che sta per spegnersi. Il protagonista del romanzo, giunto ormai alla vecchiaia, ritorna con la mente alla stanza del suo passato, e rincontra lo Gnomo, fantasma e simbolo della sua infanzia:

”Lo riconobbi subito. Tuttavia, un po’ era cambiato: in viso non era più allegro, le tempie erano divenute ancor più bianche, gli occhi gli si erano intorbidati… Mi parve che sul volto gli fosse passata l’ombra di un fremito. Ma forse era solo un riflesso del mio viso che era caduto su di lui”.

Il vecchio Galeb guarda il suo Gnomo per l’ultima volta come il giovane Jünger di Ludi africani la fata Dorotea, proiezione infantile di un tempo ormai finito. L’infanzia, tanto cara al Galeb/Desnica, è il capitolo più prezioso della vita. Una stagione irripetibile. Se non nei ricordi di un vecchio allettato destato da un raggio di sole.

“Trasciniamo dietro di noi dall’infanzia tutto, ma proprio tutto! Una volta vecchi ce ne convinciamo sempre più. Dall’infanzia portiamo con noi tutte le cose umane fondamentali e specialmente il corredo della nostra sensibilità”.

È quello che appare chiaro al protagonista di questa storia, giunto dinnanzi alla sua ultima primavera. Intento a misurare la distanza che intercorre tra l’io attuale e quello di un tempo ormai perduto. L’infanzia raggiante di Vladan Desnica.

Infanzia Copertina