Avete mai conosciuto uno dei vostri miti? Io sì! È stato qualche anno fa, prima che morisse. Eh già, muoiono anche loro. Alcuni vanno via entro i ventisette, ma si tratta prevalentemente di musicisti. Gli scrittori durano di più in media. I miei preferiti superano perfino i settanta, vedi Bukowski. Quello che conobbi è morto a settantuno ed era amico del caro Buk, oltre che essere – scusate se è poco! – figlio di John Fante. Conobbi Dan Fante, quando venne a presentare un suo libro qui dove sto io. Roba da pazzi! Avevo letto Fante padre e figlio durante le scuole superiori, quando ero solo un ragazzino che, a stento, sapeva come utilizzare la grinzosa salsiccetta ubicata tra le sue gambe e che sognava di essere un poeta. Alla fine non sono diventato un versificatore, ma a breve dovrebbe uscire il mio primo romanzo. C’è voluto ancora qualche annetto, per affinare la tecnica e capire qualcosa in più della vita. Carmina non dant panem, ad ogni modo, quindi meglio così.

Stravedevo per i due Fante, ma, vi confesso, preferivo il figlio. Era, come diceva un critico, “più bukowskiano di Bukowski”. Mentre andavo alla sua serata letteraria, ero  eccitato come la prima volta che ho visto una donna nuda. Per fortuna, almeno quella volta, non sono venuto subito! Ma, non appena aprì bocca, rimasi shoccato. Mi ci vollero circa venti minuti per riprendermi. Io me l’aspettavo tale e quale al suo alter-ego letterario, Bruno Dante: un figlio di puttana sempre ubriaco fradicio, votato al suicidio e alla caccia di qualche fighetta disperata, oltre a essere tormentato dal fantasma del padre, il vero scrittore della famiglia. Invece mi sono ritrovato davanti un vecchio bolso, con gli occhialini dalle lenti tondeggianti, alto quanto un tappo e sobrio come mia nonna il giorno in cui è morta. Si è rivolto al pubblico parlando della “forza interiore che abita dentro ognuno di noi”. Merda, fratelli, le stronzate sentite agli alcolisti anonimi dovevano avergli fottuto il cervello!

Non seppi comunque resistere e volli conoscerlo. Per fortuna, con l’inglese me la cavo piuttosto bene, mentre gli altri presenti neanche riuscivano a fare lo spelling del loro nome. Dopo che ebbe firmato un po’ di autografi, mi avvicinai e cominciai a dialogarci – in English, of course! Gli dissi:

«Fuck, man! Leggendo i tuoi libri e immaginando il tuo alterego Bruno Dante, avevo sempre pensato che tu fossi uno sporco bastardo (dirty bastard) e un gigantesco figlio di puttana (a great big motherfucker). Ora che ti vedo, mi dico: perché ha l’aspetto di un cazzo di impiegato delle poste? (why does he look like a fuckin’ post office worker?)». Lui la prese a ridere. «Sono stato il figlio di puttana che credi, per troppo tempo. Alla fine, mi sono detto che era il caso di darci un taglio al bere e a tutta quella merda (enough with that shit!)»

Mi è caduto un mito, lo ammetto, ma la passione per lo scrittore, quella è rimasta. Ancora adesso, quando rileggo Agganci o Angeli a pezzi, trovo la prosa di Dan Fante fulminante, una testata sul naso. Ti prende, scorre fluida come vino bianco a ore pasti. È sincera, umana. Sembra quasi di essere nella dannata L.A, lì con lui. Altro che i nostri scrittori italiani: gentaglia di partito, che il massimo che ha visto è la biblioteca di un’università, per poi finire a scoparsi solo fighette con la r moscia quanto il loro uccello. Fante ha guardato in faccia la vita vera: le camere merdose dei motel, la miseria e la gloria, i soldi e l’inedia, le ragazze messicane senza né arte né parte che ti spompinano in cambio di una bottiglia di whiskey. Fante si è ficcato un coltello in pancia, cercando di uccidersi. Dan, prima di fare letteratura, ha vissuto. Non ha certo perso tempo scrivendo una tesi di laurea su quel rompi coglioni di Pascoli. Anche lo stile si forma vivendo. Il resto è “LETTERATURA”, ma quella è tutta un’altra storia