A Dentello ci sono arrivato per caso, girovagando sul web. Ho trovato un estratto sul sito dell’editore (www.gaffi.it) ed è stata una folgorazione. Ho subito ordinato il testo, Finché dura la colpa. Era da tempo che non leggevo un’opera di tale portata, da parte di un giovane autore italiano. Dovrei risalire a quando scoprii, per la prima volta, da ragazzino, i testi sperimentali di Isabella Santacroce e Aldo Nove. Ancora studente di liceo, ma di vaste letture, compresi che la letteratura poteva essere qualcosa di diverso da ciò che mi era stato insegnato a scuola, fino a quel momento. Oggi come oggi, rileggendo quegli autori dei primi anni novanta, mi sembrano terribilmente datati. Credo che un ventenne moderno difficilmente potrebbe capirli, non avendo vissuto direttamente l’inizio di quella squallida e triviale nuova epoca, allora nascente, deriva e involuzione della Prima Repubblica. Come giustamente diceva Sartre, ogni testo è collegato a un suo tempo e a una sua geografia. Ad ogni modo, quei testi interpretano e raccontano degnamente, da un punto di vista endogeno, quella fase, grazie a uno stile ultrarealista, massimamente aderente al parlato e al pensiero della gente comune, protagonista delle avventure narrate. Crocifisso Dentello fa altrettanto, per certi versi, solo che lui si avvale sapientemente di una prosa molto più canonica, direi quasi neorealista, che rimanda ai grandi maestri del Novecento italiano e che risulta sicuramente meno soggetta a obsolescenza.

Talvolta, rapito da una macabra immaginazione, contemplo di buttarmi dalla finestra della mia stanza per sperimentare l’ebbrezza della caduta nel vuoto, l’impatto sull’asfalto, i gemiti dei passanti. Nessuna sofferta vocazione di un gesto estremo. Solo una via di fuga dalla noia, una ricreazione mentale con la quale spezzare la routine.

Crocifisso Dentello, Finché dura la colpa, Roma, Gaffi Edizioni, 2016.

Come Giuseppe Culicchia, lo scrittore che per primo introdusse nella letteratura italiana la figura oramai tristemente nota del precario, Dentello è in assoluto il primo a raccontare quella di un giovane che noi oggi definiremo uno “scoraggiato”. Domenico, il protagonista di Finché dura la colpa, è in parte vittima e in parte sprezzante giudice di una società per cui il lavoro non è più strumento di nobilitazione dell’uomo. E, infatti, non lavora, non produce, non cerca neanche di inserirsi nel meccanismo. Vive nascosto, chiuso nella sua camera, o al fresco della stazione dei treni durante l’estate, a consumare libri. Già, perché Domenico, anche se ha interrotto i suoi studi e si è ritirato nell’inattività più aspra e indolente, adora leggere. Dentello sembra quasi suggerirci che, anche se non esiste possibilità di scampo, all’uomo resta pur sempre un’occasione di fuga nello spazio per eccellenza della sublimazione: la letteratura.

Ho amato questo testo, lirico e terribile, su una parte dell’ultima generazione priva di un qualsiasi scopo, in particolare quella a cui è sfuggita anche la possibilità di divertirsi, di darsi ai bagordi non avendo niente di meglio da fare. Domenico non ama la vita sociale, è disgustato dalla famiglia con cui vive e che lo mantiene. Il suo nichilismo è disprezzo e distanza siderale dalle masse ebbre di un’arida leggerezza esistenziale, per cui la mancanza di futuro si fa invadenza di un presente immensamente vacuo. È per tanto che il protagonista si vota alla catastrofe. Non vuole neanche essere un’antitesi – stile Memorie dal sottosuolo – al mondo contemporaneo, preferisce semplicemente essere lasciato in pace. La sua insofferenza non sopporta di ergersi a paradigma di opposizione. Quando il padre gli trova un lavoro e la ragazza, che per miracolo l’ha abbordato, gli chiede di costruire un futuro insieme, lui sbarella, si aggrappa a ogni possibilità per non cedere. Il suo rifiuto arriva alle estreme conseguenze. Farebbe qualsiasi cosa, pur di non diventare come il padre, o come lo vorrebbe la ragazza, ed è questo che lo porterà al gesto irreparabile. Si affida a uno strano e ambiguo personaggio (Agosto). La sua volontà è di non conformarsi, di non diventare una persona comune come quegli operai della Brianza, dove abita, che può scorgere tutto intorno a sé, nei cantieri aperti. Non è neanche che scelga il male, come un qualunque personaggio di Dostoevskij, piuttosto vi è indotto dalla sua costituzionale repulsione per il vivere comune.

Finché dura la colpa è un romanzo duro, che racconta mirabilmente il nostro tempo marcio e svuotato di ogni valore, tra prese di posizione contro la vita attiva, omicidio, bullismo e senso di colpa, in un intreccio avvincente e doloroso. In due parole e senza spoilerare troppo, vi consiglio il primo romanzo di Crocifisso Dentello, esordio letterario del 2015, perché, ben al di là della trama, difficilmente ho trovato in un giovane autore quella convivenza equilibratissima di sperimentazione letteraria, aderenza al dramma del nostro tempo e ligia adesione ai grandi modelli letterari della tradizione italiana. Leggetelo, ne vale veramente la pena.