“I disordini non avranno mai fine, non avremo mai una sana amministrazione della cosa pubblica, se non acquisteremo una nozione precisa e netta della natura e della funzione del denaro”.
Ezra Loomis Pound

Quando gli economisti raccontano favole è il momento di rivolgersi alle favole per capire l’economia. Questa è la premessa con cui viene inaugurato questo saggio, breve e intenso, in cui l’autore ha voluto spiegare la deformazione dei processi economici che hanno portato, più volte nella Storia, a cicliche e spaventose crisi. Il titolo è decisamente spiazzante: C’era una volta…l’economia. Oro e lavoro nelle favole. Dal Mago di Oz a Mary Poppins. Il libro è uscito nel 2012 per la collana l’Archeometro dell’editore Bietti. Luca Gallesi, che ha composto questo piacevole saggio, non è un economista. È un insegnante di liceo, traduttore e giornalista. Cura la collana poundiana per le edizioni Ares ed è collaboratore de Il Giornale, Avvenire, Studi cattolici, Antarés e Barbadillo. Ha curato, sempre per Bietti, le opere di Ezra Pound Carta da visita e Jefferson e Mussolini, ed è autore dei volumi Esoterismo e Floklore in W. B. Yeats (Nuovi Orizzonti, 1990) e Le Origini del fascismo di Ezra Pound (Ares, 2005). Si occupa da sempre di economia in quanto è erede ed allievo di Giano Accame, l’intellettuale eretico della Destra sociale, a cui il saggio è dedicato. Ed è sempre da lui che ha ereditato la passione per il poeta americano Pound, il cui spirito aleggia anche tra le pagine di questo pamphlet.

L’economia e la letteratura non sono soggetti in antitesi tra loro. Come spiega bene l’autore nell’introduzione al saggio, vi è una tradizione antica nella letteratura mondiale in cui l’economia fa la sua comparsa nella narrazione. Mossi da un certo spirito pedagogico, scrittori di tutti i tempi hanno fuso insieme oro e racconto, formando una nuova lega, in cui etica e morale potessero convivere col denaro. Dal mitico Re Mida, raccontatoci da Ovidio nelle Metamorfosi, ci si imbatte nel Gatto e la Volpe nella celebre favola di Collodi, fino incontrare un leggendario drago di nome Smaug, che dorme sdraiato su un immenso tesoro nel romanzo tolkieniano Lo Hobbit. Si potrebbero citare opere dal valore universale come la Divina Commedia di Dante, il Decamerone di Boccaccio, o Il mercante di Venezia di Shakespeare. Nelle opere appena citate, gli autori puntano il dito contro l’avidità e condannano l’usura. Per lasciare un insegnamento ai posteri, affinché del denaro se ne faccia un uso più giusto. In tempi storicamente più recenti, intellettuali inascoltati come Benjamin Disraeli, Brooks Adams, Oswald Spengler, il già citato Ezra Pound, finanche Julius Evola, hanno ripetuto l’operazione, ma non abbiamo ancora raggiunto una consapevolezza vera dell’utilizzo del denaro. “Da Esopo ai Fratelli Grimm e da Christian Andersen ad Harry Potter, la cupidigia è disprezzata almeno tanto quanto sono apprezzate tutte le virtù, a partire dalla oculatezza e dalla generosità”, scrive Gallesi. Ed ecco lo spirito pedagogico di cui si parlava prima. Perché l’oro è un “metallo freddo e potenzialmente diabolico, dato che si annida nelle viscere della terra”. Ma le riflessioni sull’economia più brillanti, a detta dell’autore, si trovano in due capolavori moderni della letteratura per ragazzi come il Mago di Oz e Mary Poppins, oggetti di questo originale e godibile saggio. La chiave di lettura scelta dall’autore per comporre quest’opera è la contrapposizione tra Oro e Lavoro, tra chi specula sulla fatica altrui e chi invece produce e si guadagna il pane col sudore della propria fronte. Ma cosa racconta davvero la favola del Mago di Oz scritta da Lyman Frank Baum? Attraverso diverse allegorie, lo scrittore americano racconta e spiega al pubblico i difficili anni di un’epoca segnata da due catastrofi: la Prima guerra mondiale e la Grande depressione del ‘29.

Leggendo il saggio di Gallesi apprendiamo che la prima interpretazione scientifica del Mago di Oz in chiave politica risale al 1964, ad opera di Henry Littlefield, un insegnante di storia di New York. L’intera opera può quindi essere letta come un allegoria del populismo, in cui non mancano la satira politica e sociale nei confronti di politici roboanti e ciarlatani (allora soprannominati appunto “wizards”, cioè maghi) o delle vetero-femministe come le suffragette allora nascenti. Dorothy, protagonista della favola, ha già di per sé “un nome allusivo […] adatto a una bambina ‘dorata’ che vola su scarpe d’argento per raggiungere il paese di smeraldo, dove vive il Mago di Oz, che in inglese è abbreviazione di ‘oncia’, unità di misura dei metalli preziosi”. Dietro la Città degli Smeraldi si cela Washington, mentre il Kansas rappresenterebbe il depresso e impoverito Midwest. La malvagia Strega dell’Est è la maschera che meglio si addice alla cricca di banchieri e strozzini che sfruttano la povera gente, i Succhialimoni. Il soldato di latta è il perfetto simbolo dell’operaio alienato che, senza più il lavoro (in seguito alla Depressione), rimane immobilizzato dalla ruggine. Dietro il Leone Codardo si cela il volto di William Jennings Bryan, politico americano del Partito Democratico. Oratore spaventoso come il re della foresta, incapace però di sbranare davvero i suoi avversari, per mancanza di coraggio. Chi lo avrebbe mai detto?

Se la favola economica e morale del Mago di Oz è stata scritta in vista delle catastrofiche conseguenze della crisi del ’29, anche Mary Poppins, scritta da Pamela Travers, pare avere la stessa genesi (il romanzo è infatti del ’33). E non è un caso che il Signor Banks, uno dei protagonisti della favola, è colui che, agli occhi della figlia, “va in banca a creare dal nulla i soldi” porti proprio quel nome. Anche qui le allusioni al mondo economico non mancano. Temi come l’alienazione del lavoro in fabbrica, la schiavitù del denaro, la condanna del materialismo comunista e attacchi all’egoismo capitalista sono oggetti di quest’opera (tutt’altro che per soli bambini). Un’opera che, nata prima come romanzo,venne trasportata sul grande schermo grazie alla volontà di Walt Disney. Ed è proprio a lui che si riferì il Pound poeta dei Cantos, ricordandolo in alcuni versi: “c’è dell’assoluto genio nell’essere riuscito ad asserire i valori del coraggio e della tenerezza in modo che chiunque possa comprenderli”.

Dall’omonimo film di Robert Stevenson del 1964 fino a Saving Mr. Banks del 2013, diretto da John Lee Hancock, la favola rimane immortale e, ahimè, attuale. Scrive infatti Gallesi nel suo saggio:  “Il denaro […] nel mondo liberale e capitalista vincola la bellezza a criteri di utilità”, ma ricorda sempre l’autore, “la ricchezza non è il possesso di denaro, ma la disponibilità di lavoro, da scambiare con altro lavoro”. Ecco gli echi degli insegnamenti di Pound. E poi aggiunge che il Mary Poppins di Stevenson “ancora più del libro, è una grande e riuscita celebrazione della vita libera e fantasiosa della giovinezza contro il cinismo arido e freddo della vecchiaia”. Un antidoto contro i pericoli della vita ridotta a mera realizzazione di utili e fini materialistici. Conclude infatti l’autore: “Dall’oro degli alchimisti, simbolo di perfezione e pienezza spirituale, ci siamo convertiti a quello dei mercanti, segno di onnipotenza volgare. Siamo insomma passati dalla ricerca medievale di un Paradiso spirituale al surrogato dei paradisi artificiali di fine Ottocento, fino ad accontentarci di un semplice paradiso fiscale”. Il denaro, da strumento utilizzabile per raggiungere i propri fini, pare esser diventato il fine stesso della vita. E a niente pare siano servite tutte le favole morali che, da Ovidio in poi, hanno tentato di mettere in guardia l’uomo dalle conseguenze dell’avidità e dello sfruttamento altrui. Rivivere i racconti che hanno abitato l’immaginario della nostra infanzia può certo servire. Ritornare bambini per qualche istante può, al contempo, farci divenire finalmente adulti, consapevoli del corretto uso del denaro.