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Ogni cosa va fatta per bene. Tutto. Sennò si è dei dilettanti. Ogni cosa va fatta per bene; anche una rapina. Altrimenti viene fuori un parapiglia e l’arresto è assicurato. E quel che è peggio poi è che magari ci scappa il morto. Anche una rapina può essere fatta ad arte. La casa editrice Oaks lo ha già dimostrato con il primo titolo pubblicato, Le fogne del Paradiso. Nizza 1976: la rapina del secolo, il racconto autobiografico di Albert Spaggiari, il ladro gentiluomo che mise a segno il colpo del secolo alla Société Générale “senza armi, senza odio, senza violenza”. E ora l’editore ci tiene a rimarcare la cosa con questo terzo titolo recentemente pubblicato nella collana Ribelli: L’arte della rapina. Come svaligiare una banca senza tanti perché. L’autore è Francesco Ghelardini, un milanese oggi cinquantenne cresciuto nel quartiere della Comasina. Dopo aver svaligiato un centinaio di banche, e per questo finito in carcere per un totale di circa vent’anni, si è dato alla scrittura esordendo con quest’opera autobiografica che è stata subito oggetto di attenzione. Poco dopo la sua uscita, infatti, la trasmissione Melog, condotta da Gianluca Nicoletti su Radio24, ha dedicato al libro la puntata “Mani in alto” (andata in onda il 24 febbraio scorso), intervistando l’autore e creando non poche polemiche.

La copertina dell'autobiografia di Francesco Ghelardini "L'arte della rapina. Come svaligiare una banca senza tanti perché" (Oaks, pp. 80, euro 12), da pochi mesi in libreria

Francesco Ghelardini, “L’arte della rapina. Come svaligiare una banca senza tanti perché” (Oaks, pp. 80, euro 8), da pochi mesi in libreria

Alcuni ascoltatori, durante la trasmissione, hanno chiamato in radio per far presente la loro indignazione, contestando al conduttore la scelta di voler dar voce a un pregiudicato. Ai loro occhi, lui non ne aveva diritto. Loro, i buoni, proprio non ce la fanno ad accettare i cattivi come parte integrante dell’umanità. Il Male è altro da sé, estraneo alle loro coscienze, al loro essere “angeli”. Tutti gli altri sono diavoli, banditi dai cieli sereni di un’esistenza regolare. Ma il male è parte di ogni essere umano; Shakespeare e Dostoevskij – per citare due esempi lampanti e universali – lo hanno dimostrato bene. Ma la letteratura è cosa per pochi. Meglio allora rifarsi al Cinema, l’arte più popolare che si sia mai vista, così ci si capisce al volo e si evitano le citazioni colte. E la scena di Scarface – il celebre film di Oliver Stone – in cui Tony Montana, interpretato da Al Pacino, ubriaco, si alza dal tavolo del ristorante per rivolgersi ai clienti seduti agli altri tavoli, fa per l’occasione:

E mentre il cattivo si fa largo tra le schiere degli onesti che gli fanno spazio volentieri, purché se ne vada, loro, i buoni, possono riprendere le loro esistenze immacolate continuando il loro pasto, illusi di non essere affetti da alcun male. Questi inconsapevoli sono i più pericolosi, perché incoscienti. Avvolti nella loro presunzione di innocenza, se ne vanno in giro per il mondo impettiti, sfoggiando i loro volti candidi. E qui una citazione colta però è d’obbligo, poiché Cioran, questi tipi, li aveva definiti bene:

“I ‘buoni’, queste mine vaganti”.

cioran-sorride

Ma abbandoniamo ora gli stereotipi del gangster con la faccia sfregiata e il viso da cattivo di Hollywood, e torniamo alla realtà, al libro. L’autore, infatti, mette subito in guardia il lettore:

“‘Il rapinatore è un tizio losco, faccia dura…’
No, cari miei signori, vi sbagliate di grosso”.

L'attore Al Pacino in "Scarface" di Brian De Palma

L’attore Al Pacino in “Scarface” di Brian De Palma

Ghelardini ha composto quest’opera proprio per riportare ogni cosa al reale, abbandonando quei luoghi comuni che hanno impresso nell’immaginario collettivo un’idea distorta del mondo criminale. Una sorta di voglia di verità sembra animare l’autore. Questo, lo si dichiara senza paura alcuna, è un libro onesto. Francesco Ghelardini non vuole illudere, e parla chiaro a chi immagina la vita criminale come un mondo fatto solo di soldi facili, donne, avventure e vacanze nei favolosi mari dei Caraibi.

“Si paga con gli affetti che puoi perdere e con la libertà se ti arrestano e il ‘se’ è meglio toglierlo perché inevitabilmente prima o poi ti arrestano”.

L’autore, in neanche ottanta pagine, è riuscito a raccontare la sua vita da irregolare, scrivendo tutto tra un trasferimento carcerario e l’altro. Il libro è particolarissimo, poiché abbraccia più generi. Intervallando flashback a flashforward, andando avanti e indietro nel tempo tra l’infanzia nella Comasina e la vita da rapinatore e carcerato, Ghelardini alterna l’autobiografia a pagine di manualistica e vocaboli estratti dal dizionario del crimine imparato sulla strada. Ci sono la tensione, i sopralluoghi, le passeggiate di notte, i travestimenti, le irruzioni in banca, le corse in moto…e poi i nascondigli. I nascondigli nella merda, oppure i nascondigli di merda (tipo rimanere chiuso ore e ore in uno scantinato due metri per tre!). E non mancano i ferri del mestiere: le armi; quelle vere, quelle finte, armi bianche e armi da fuoco. Se poi a queste si associano i nomi degli ex compagni di banda, vengono fuori i curiosi soprannomi con cui ognuno di loro amava farsi chiamare. C’è Giorgio Cannemozze, Carletto due pistole, Paolino Dum Dum, Valerio mitraglietta o Tonino Cazz’e Fierro. Tra i vari vocaboli del gergo criminale che compaiono nel testo si impara il significato di termini come volino, camuffo, dritta, batteria, imbosco, e via dicendo… Per quanto riguarda invece il carattere manualistico del testo, l’autore svela quasi subito il significato che dà il titolo all’opera:

“La rapina è un’arte e se la fai senza violenza è un’opera d’arte”.

Franscesco Ghelardini con il passamontagna in testa, in una foto pubblicata sul suo profilo Facebook, commenta: Tranquilli tranquilli...ero solo in giro in moto"

Franscesco Ghelardini con il passamontagna in testa, in una recente foto pubblicata sul suo profilo Facebook, commenta ironicamente: “Tranquilli tranquilli…ero solo in giro in moto”

L’opera si propone quindi come una sorta di manuale etico per il rapinatore che tale vuole rimanere, e non diventare un volgare assassino. Qui ci si muove in tutt’altra categoria. E per chi avesse letto l’autobiografia di Spaggiari dovrebbe ormai essere chiaro. Il rapinatore non cerca il sangue, bensì “la bella vita, il soldo facile (anche se facile non lo è)”, ma soprattutto “cerca la sfida, il brivido, l’adrenalina”. È una sorta di spirito avventuriero che spinge molti di questi personaggi a rifuggire dalla vita borghese. Nessuna giustificazione in merito a presunte condizioni sociali disagiate viene utilizzata da costoro come scudo dietro cui ripararsi. La cosa vale per Spaggiari come per Ghelardini. Ma anche per Vallanzasca, seppur appartenente a un’altra categoria di banditi, avendo egli commesso reati di sangue. Lo scrittore e giornalista Massimo Fini, in una provocatoria lettera del dicembre 2009 indirizzata all’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in cui chiedeva la grazia per l’ex bandito della Comasina, spiega bene il “codice morale” a cui si accennava poco fa e che dà a questi personaggi una certa dignità:

“Il Vallanzasca è stato condannato a quattro ergastoli e ad altri novant’anni di reclusione per una serie di furti, di rapine, di sequestri di persona e anche di omicidi di agenti di Polizia consumati però sempre a viso aperto in scontri a fuoco, potendo egli stesso essere ucciso […] Il Vallanzasca non solo ha sempre lealmente ammesso le proprie colpe, ma si è anche addossato in più occasioni […] le responsabilità dei delitti per i quali erano stati incriminati degli innocenti”…

E quando, in clima post sessantottino, gli veniva domandato se non si ritenesse una vittima della società, il “bel René” semplicemente rispondeva:

“Non diciamo cazzate”

Il celebre rapinatore Renato Vallanzasca, noto con il soprannome del "Bel René", per il fascino che trasmetteva a molte donne italiane

Il celebre rapinatore Renato Vallanzasca, noto con il soprannome del “Bel René” per il fascino che emanava

Ma nella missiva Massimo Fini continua sottolineando quanto Vallanzasca abbia, dopo tutto, “una sua etica, seppur malavitosa”. E conclude dicendo:

“Non c’è criminale più spregevole di quello che delinque sotto il manto della rispettabilità e proteggendosi con essa. Non c’è immoralità più grande di quella di chi pretende rispettabilità pur sapendo di non meritarla. Renato Vallanzasca, al contrario, è sempre stato un delinquente a viso aperto. Oso dire, signor Presidente, che in questo immondezzaio che è diventata la vita pubblica e privata del nostro paese, fa la parte dell’uomo morale, sia pur a modo suo. È un bandito onesto in una società dove troppo spesso gli onesti sono dei banditi”.

Ma dato che siamo in tema, bisogna specificare che Ghelardini non ha mai fatto rapine a viso aperto. Certo, si nascondeva, si camuffava. Ma il suo codice etico è diverso da quello di un Vallanzasca. Ghelardini, prima di tutto, non ha mai sparso sangue, se non il suo. E poi proprio non gli andava di rapinare il privato, il tabaccaio o il gioielliere. Sono cose che contano, che fanno la differenza. Scrive infatti l’autore nel libro:

“Trovo devastante il pensiero di poter mettere in ginocchio economicamente un singolo, non mi va, lo trovo disdicevole”.

Ma molto è cambiato da allora, da quando faceva il delinquente. Francesco ha scritto questo libro per esorcizzare il proprio passato, per prendervi una certa distanza, forse in cerca di riscatto come uomo comune. Ora vive in regime di affidamento territoriale e lavora come impiegato in un’azienda del settore e-commerce, condividendo la quotidianità con la compagna Stefania e sua figlia Chiara. Ed è guardando con la dovuta distanza al passato da ex-rapinatore che ricorda nel suo libro:

“Un amico diceva sempre:
‘Art. 1 – Senza soldi non sei nessuno.
Art. 5 – Con i soldi hai vinto’.
Lo pensavo anch’io, ci ho creduto per tanto tempo, ma ora no! Ora non più! Ora credo che il bene più grande siano i legami con le persone […] Ora la mia ricchezza è uno scrigno prezioso che trovo ogni volta che guardo la mia donna negli occhi e quando mia figlia mi dice che mi vuole bene”.

Francesco Ghelardini con la compagna Stefania e sua figlia Chiara, in una bella foto di familgia insieme al cane Eddie

Francesco Ghelardini con la compagna Stefania e sua figlia Chiara, in una bella foto di famiglia insieme al cane Eddie

Avendo vissuto per anni una vita spericolata, ora non chiede altro che un’esistenza ordinaria, una vita tranquilla…serena:

“Stasera, adesso, vorrei essere come mio fratello che si alza da trent’anni alle cinque di mattina per salire sul suo camion e attraversare l’Italia per andare a consegnare il carico di frutta o di pesce.Vorrei essere come l’impiegato che domani si troverà di fronte uno stronzo come me”.

Un’ultima scena tratta da un film spiega bene le parole di Francesco Ghelardini. Si intitola Bronx (dal nome del quartiere italo-americano di New York) ed è interpretato da Robert De Niro (regista) e Chazz Palminteri (sceneggiatore).

Per chi come il sottoscritto ha potuto incontrare l’autore in ben tre occasioni e ha avuto modo di intervistarlo, non può che trovare vere le parole scambiate con Bruno Nacci (che ha curato la prefazione al libro) in occasione della presentazione nel carcere di Bollate, lo scorso 26 aprile. Bruno mi ha confidato testualmente: “Qui in carcere trovi un’umanità più autentica. Fuori ci sono, troppo spesso, ormai, solo le maschere”. Un po’ di autenticità non fa mai male. Aiuta a guardare la realtà con occhi più maturi e a giudicare con più coscienza, senza lasciarsi dominare dagli istinti dettati dalla pancia, bensì a pensare con lucidità utilizzando la testa. E a proposito di giudizi, è a voi che l’autore rivolge la domanda, ricapitolando brevemente la sua vita:

“Dunque ho cinquant’anni, ne ho passati quindici in galera, sono in attivo o in passivo?
Giudicate voi!”

P.S. Per chi fosse rimasto incuriosito dalle vicende accennate qui sopra, si ricorda che venerdì 26 maggio a Omone di Rho (MI), presso la Sala del Camino di Villa Burba sita in Corso Europa 291, l’autore, intervistato dalla giornalista Angela Grassi, incontrerà il pubblico per presentare il libro insieme a Bruno Nacci. L’evento si svolgerà sotto il patrocinio dell’Associazione Culturale Oblò.