Che ruolo ha oggi l’intellettuale? Che cosa deve fare, quale ruolo deve ricoprire nella società? Dove portano, in una società industriale che valorizza solo quello che è tangibile e spendibile, un’indole intellettuale, un temperamento schivo, una forte passione per i libri, un’attrazione alle arti ed al pensiero? Sono domande che oggi si fanno in molti, specialmente in un periodo in cui da un lato s’incentiva la cultura, la si proclama accessibile a tutti e la si addita come panacea di tutti i mali, economici, politici e civili; e dall’altra però chi si dedica ad una formazione umanistica o si definisce intellettuale è guardato con un misto di diffidenza, sospetto o commiserazione. E sono tutte domande a cui dà risposta, insieme a molte altre, un libro di recente pubblicato in Italia, pubblicato per la prima volta in Francia ai primi del Novecento, da uno dei maggiori intellettuali francesi del suo secolo. Il libro in questione è L’avvenire dell’Intelligenza di Charles Maurras, pubblicato in Italia quest’anno dalla neonata casa editrice Oaks, diretta da Luca Gallesi. Si tratta di una coraggiosa ma ponderata avventura editoriale che conta nel suo recentissimo catalogo un numero di titoli già ragguardevole, tutti di altissimo livello e notate dalle recensioni da tutti i maggiori quotidiani nazionali.

Maurras Avvenire

Il libro è un piccolo gioiello, ed è una ripubblicazione meritoria perché pone di nuovo all’attenzione del pubblico italiano un autore come Maurras. Questo intellettuale francese, di grandissima caratura, è spesso frettolosamente inserito nel novero degli autori reazionari e controrivoluzionari francesi, ma in realtà la sua biografia ci dice che seppe ibridare la sua iniziale formazione monarchica e conservatrice con elementi di socialismo e sindacalismo, operando una sintesi originale e feconda. Non è un caso che dialogò proficuamente con Sorel, e che furono proprio un allievo di Maurras e uno di Sorel (rispettivamente Georges Valois e Edouard Berth) a creare in Francia l’esperienza dei Circoli Proudhon. Questi circoli di lettori furono una vera avanguardia culturale d’inizio secolo, pubblicando e diffondendo autori rivoluzionari delle più disperate tendenze, da Croce a Nietzsche, da Proudhon a Bergson, da Mosca a Pareto, da Gustave LeBon agli stessi Sorel e Maurras.

Il logo del Circolo Proudhon, casa editrice dell'Intellettuale Dissidente, ispirato all'analoga esperienza francese d'inizio novecento, portata avanti da due allievi di Maurras e Sorel

Il logo del Circolo Proudhon, casa editrice dell’Intellettuale Dissidente, ispirato all’analoga esperienza francese d’inizio novecento, portata avanti da due allievi di Maurras e Sorel

L’esperienza dei circoli, con i loro relativi quaderni, fu un breve ma significativo tentativo di meticciamento culturale, di creare un’alternativa credibile allo stato liberale e borghese partorito dai Lumi, proponendo una sintesi originale e feconda tra tradizione e rivoluzione, tra socialismo e patriottismo. Come scrive il nostro direttore, Sebastiano Caputo, che ha curato la preziosa introduzione a questo testo, la cifra ideologica dei Circoli proponeva “da una parte il rifiuto della democrazia parlamentare, del marxismo ortodosso, del liberalismo, dei cosiddetti “valori borghesi”, dell’eredità settecentesca, e dell’internazionalismo, dall’altra l’accettazione del culto dell’eroismo, del vitalismo e del mito”. Tornando a Maurras, ci pare chiaro dalla sua progenie che non possa essere liquidato come un conservatore qualunque…Ed infatti, per riprendere il tema fondante del libro, vediamo che la sua disamina del ruolo dell’intellettuale, dall’ancien regime ad oggi, mostra una lucidità strabiliante ed una franchezza limpida, e quando parla della figura dell’intellettuale d’inizio Novecento, sembra davvero precorrere i tempi nostri.

L'intellettuale francese Charles Maurras nel suo studio

L’intellettuale francese Charles Maurras nel suo studio

A ben vedere il libro, come scrive sempre Caputo nella sua prefazione, più che un testo di ieri sembra una profezia del nostro presente. In realtà, la tesi da cui parte Maurras può apparire un po’ paradossale, ma è proprio in questa paradossalità che sta il suo genio. Egli infatti scrive che la decadenza dell’intellettuale inizia con la rivoluzione francese, proprio nel momento in cui, in realtà, gli intellettuali rivendicano ed ottengono un ruolo marcatamente politico, di legislatori e governanti, insomma un ruolo di enorme importanza nella società. Se fino al periodo pre-rivoluzionario gli uomini di cultura avevano assolto la loro funzione di “ornamento del mondo” , avvolti in un’aura di sacralità e rispetto, dalla rivoluzione l’intellettuale avoca a sé l’esercizio del potere: da contemplatore abituato a creare mondi fittizi e suggestioni letterarie, diventa un legislatore che modella la legge sul profilo della “Dea ragione”. Non si accontenta più dei suoi mondi e dei suoi sistemi evanescenti, vuole creare un modo ed una società che rispecchi la sua idea e la sua aspirazione. Scrive Maurras:

“La sovranità di Voltaire, e quella del mondo dell’”Encyclopedie”, unite alla popolarità di Jean Jacques [Rousseau, ndr], instaurarono tenacemente, per una trentina o quarantina di anni, la dittatura generale dello scritto. Si fece chiamare Ragione. Per assurdo, questa ragione non era d’accordo né con le leggi fisiche della realtà, né con le leggi logiche del pensiero; contraddittoria e irreale in tutti i suoi termini, essa sragionava e snaturava i problemi veri. […] Allorché l’autorità reale scomparve, essa non cedette affatto, come si dice, alla sovranità del popolo: l’uomo di lettere è il successore dei Borbone”.

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Una delle prime edizioni dell’Enciclopedia illumunista di Diderot e D’Alembert.

Qui s’incomincia ad intravedere la natura dell’accusa di Maurras: è vero che con la rivoluzione gli intellettuali hanno preso il potere in Francia, destituendo il Re e ponendosi idealmente come suoi successori; ma costoro non l’hanno fatto esprimendo le istanze del disagio popolare, bensì seguendo i dettami di una ragione astratta, slegata dalla realtà e dal mondo, dalle reali priorità della gente. Quindi in definitiva instaurarono una dittatura sanguinaria e liberticida come la precedente, ma in compenso più odiosa perché con l’ipocrita pretesa di uccidere, reprimere e perseguitare non in nome di un realismo politico, cinico ma trasparente, bensì in nome di concetti astratti ed edificanti come libertà, emancipazione, fratellanza, umanità…Qui per Maurras inizia quella frattura tra paese reale e paese legale che è all’origine di tutti i guasti della Francia moderna: da una parte c’è il paese reale, che “vive e lavora” e che ha un codice definito, sebbene non scritto, di norme, comportamenti, moralità e priorità; dall’altra c’è il paese legale, quello rappresentato dall’intellighenzia dominante, fatto di norme estranee od ostile all’uomo della strada.

La ghigliottina, strumento di morte simbolo del Terrore nato in seguito alla Rivoluzione francese

La ghigliottina, strumento di morte simbolo del Terrore, figlio della Rivoluzione francese

Non possono più essere liquidati come errori di percorso accidentali il fatto che la rivoluzione abbia condotto al Terrore; che il popolo francese, non solo in Vandea, si sia schierato contro le istanze rivoluzionarie, accanto al Re; e che Robespierre sia stato uno dei primi grandi oppositori di un’idea di suffragio allargato. In questo divorzio tra élite intellettuale e popolo sta anche quello, di recente rilevato da un altro autore francese, Jean Claude Michea, tra “sinistra” e “socialismo”. La sinistra è una forza legata al concetto d’illuminismo, tendenzialmente elitista, disposta a perseguire il “progresso illuminato”, astratto e ingenuamente ottimistico, sia esso politico, economico, scientifico o tecnologico, anche a scapito del popolo e delle maggioranze; il socialismo invece è la volontà di perseguire il benessere delle maggioranze silenziose traducendo in atti politici l’atavico sistema di valori popolare. La sinistra e il socialismo, che in Europa hanno dovuto convivere forzatamente per varie ragioni, oggi stanno consumando la loro scissione in modo vistoso e rumoroso, con la sinistra che parteggia per le élites e il popolo che rivendica rappresentanza attraverso il socialismo, ancorché gretto e muscolare, dei cosiddetti populisti…

Marine Le Pen. Lo spettro del populismo si aggira per l'Europa. Ma questo non è forse perché la sinistra ha sconfessato la sua storia e si è schierata dalla parte delle élites?

Marine Le Pen. Lo spettro del populismo si aggira per l’Europa. Ma questo non è forse perché la sinistra ha sconfessato la sua storia e si è schierata dalla parte delle élites?

Come scrive poi Maurras, l’intellighenzia non ha mantenuto a lungo il monopolio del potere: infatti, accanto alla rivoluzione francese, un’altra rivoluzione, quella industriale, ha introdotto nella società francese forze economiche potentissime, con cui l’intellighenzia ha dovuto presto fare i conti. L’intellettuale, da legislatore che era, dal secondo Ottocento diventa “un operaio” come gli altri, costretto ad inserirsi nei meccanismi economici del suo tempo.

“Si fece uso della penna e del pensiero, come del proprio grano e del proprio vino, del proprio rame e del proprio carbone”.

Tuttavia, come nota acutamente Maurras, in un mondo sempre più appiattito su criteri meramente economici, l’intellettuale conta molto meno di un grande proprietario d’azienda o un grande finanziere. Anche un autore vendutissimo come Zola, che fu uno dei primi a rivendicare la stretta parentela che s’era venuta a creare tra attività intellettuale e denaro, è molto inferiore dei “Zola dello zucchero, del cotone e della ferrovia”. Nel momento in cui l’intelligenza è diventata una merce, commenta laconico Maurras, era destino che la forza economica minore, ovvero quella culturale, si sottomettesse a quella maggiore, ovvero quella industriale. E per le potenze industriali manovrare l’intellighenzia, in un sistema formalmente democratico, significa orientare l’opinione pubblica sui propri interessi. Scrive impietosamente Maurras:

“Infatti, in conseguenza dei nostri cent’anni di rivoluzione, la massa insignita del titolo di pubblico, in Francia, si ritiene investita di sovranità, e poiché il pubblico è re di nome, chiunque diriga l’opinione pubblica è re di fatto. È l’oratore, è lo scrittore, si dirà di primo acchito. […]. La loro opinione privata fa l’opinione pubblica. Ma resta da vedere chi fa la loro opinione privata. […]. Esse saranno sempre esposte ad apparire ciò che sono state, sono e spesso saranno, nulla di più che organi dell’Industria, del Commercio, della Finanza […]. Orbene, più la loro influenza nominale sarà accresciuta grazie ai progressi della democrazia, più perderanno ascendente affettivo, autorità e rispetto”. E poco dopo aggiunge: “Non solamente l’intelligenza non fece il suo mestiere d’illuminare ed orientare le masse all’oscuro: essa fece il contrario del suo mestiere, essa le ingannò”.

epaselect epa04551528 At 8pm CET, the Eiffel Tower lights were switched off for six minutes as a tribute to the victims of the 'Charlie Hebdo' attack in Paris, France, 08 January 2015. Three days of national mourning have been put in place by French President Francois Hollande. Gunmen entered the headquarters of French satirical magazine on 07 January. At least 12 people were killed in the attack. EPA/JOSE RODRIGUEZ

La Torre Eiffel spenta all’indomani della liberazione di Aleppo da parte dell’esercito lealista di Assad, spacciata come “occupazione” da parte degli intellò occidentali (che quindi preferivano i terroristi?)

Il paradosso si era compiuto: l’intellettuale da intoccabile era diventato prezzolato. La situazione è quella d’inizio Novecento, ma le cose oggi non vanno esattamente così, se non peggio? L’Intellettuale è ridotto a cortigiano, a garante dell’opinione che fa comodo alle élites economiche, o, nella migliore delle ipotesi, a saltimbanco, conversatore da salotto, opinionista di riviste rosa. Maurras nelle ultime pagine sostiene che l’intelligenza potrà avere futuro solo se, anziché snaturare e mutare il carattere del proprio popolo, si sforzerà di dare a questa identità una precisa dignità culturale, letteraria e filosofica. Quello che propone Maurras è un cambio di prospettiva: non è l’intellettuale che deve paternalisticamente indottrinare il popolo, come credette forse Gramsci con la nozione di egemonia culturale, in questo senso molto illuministica. È l’intellettuale che deve imparare ad osservare, studiare e capire il popolo, la massa e la gente comune, non per irriderli ma all’opposto per nobilitare con espressioni culturali il loro carattere e la loro vita. Diversamente, se l’intellettuale si disinteresserà della gente e della realtà, la gente si disinteresserà di lui e la realtà presto o tardi gli franerà addosso come una valanga. Harakiri dell’intelligenza.