di Marco Ausili

“I ceti medi sono radicalmente – direi antropologicamente – cambiati: i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e clericali, ma sono i valori dell’ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo americano. È stato lo stesso Potere – attraverso lo sviluppo della produzione di beni superflui, l’imposizione della smania del consumo, la moda, l’informazione (soprattutto, in maniera imponente, la televisione) – a creare tali valori, gettando a mare cinicamente i valori tradizionali e la Chiesa stessa, che ne era il simbolo”. È forse una dichiarazione, analitica e sofferta, di un qualche osservatore della nostra società apparsa ieri su un quotidiano? No, è una dichiarazione, analitica e sofferta, apparsa sul Corriere della Sera del giugno 1974. Questa dichiarazione, o meglio, questo articolo, reca la firma di Pier Paolo Pasolini.
Ora questo articolo si può leggere, assieme a numerosi altri interventi giornalistici di PPP, in Scritti corsari, Garzanti, Milano, 2010. Riattraversare questi scritti acuminati e illuminati a quarant’anni dalla morte del loro autore certo non ci permette di sondare l’intero abisso del pensiero pasoliniano, pensiero arrovellato, contraddittorio e tormentato, ma ci consente almeno di recuperare la disarmante ed evidente attualità di Pasolini. Disarmante ed evidente attualità che, considerando il periodo di attività del nostro, pone sul suo operato le stigmi della profezia, o almeno dell’analisi categorica ed esatta.

Sfogliamo alcuni brani della raccolta e subito ci abbagliano le argomentazioni dell’articolo Analisi linguistica di uno slogan. Qui Pasolini parla di pubblicità, di una precisa pubblicità, quella dei “jeans jesus”, che recita “non avrai altro jeans all’in fuori di me”. Ebbene, per Pasolini, “c’è, nel cinismo di questo slogan, un’intensità e una innocenza di tipo assolutamente nuovo […]. Esso dice appunto, nella sua laconicità di fenomeno rivelatosi di colpo alla nostra coscienza, e già così completo e definitivo, che i nuovi industriali e i nuovi tecnici sono completamente laici, ma di una laicità che non si misura più con la religione”, (op. cit., p. 16). Ecco dunque il primo terribile monstrum dei nostri tempi: la totale desacralizzazione della società, sepolta sotto i dettami e le impellenze di un consumismo e di un capitalismo sempre più pervasivi. Difatti, il sistema e soprattutto la televisione provocano un’omologazione generale intorno a modelli “voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un «uomo che consuma», ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo”, (op. cit., p. 23).

Omologazione e conseguente evaporazione delle ideologie che spingono le nuove generazioni ad azioni, speranze, timori e mode comuni: “tutti gli italiani giovani compiono questi identici atti, hanno questo stesso linguaggio fisico, sono interscambiabili […]. In una piazza piena di giovani, nessuno potrà più distinguere, dal suo corpo, un operaio da uno studente, un fascista da un antifascista”, (op. cit., p. 48). E tale conformazione a un modello sta causando anche una perdita in campo linguistico: si assiste infatti alla “riduzione di tutta la lingua a lingua comunicativa, con un enorme impoverimento dell’espressività. I dialetti (gli idiomi materni!) sono allontanati nel tempo e nello spazio”, (op. cit., p. 54). Grande responsabile di questi fenomeni è stata ed è ovviamente la televisione, infatti “il bombardamento ideologico televisivo non è esplicito: esso è tutto nelle cose, tutto indiretto. Ma mai un «modello di vita» ha potuto essere propagandato con tanta efficacia che attraverso la televisione. Il tipo di uomo e  di donna che conta, che è moderno, che è da imitare e da realizzare, non è descritto o decantato: è rappresentato!”, (op. cit., p. 59). E la televisione è il nucleo intorno a cui ruota la famiglia contemporanea, famiglia che, sempre secondo PPP, è manipolata dal potere in quanto “è in seno alla famiglia che l’uomo diventa veramente consumatore […]. Dunque la Famiglia che per tanti secoli e millenni era stata lo «specimen» minimo, insieme, dell’economia contadina e della civiltà religiosa, ora è diventata lo «specimen» minimo della civiltà consumistica di massa”, (op. cit., p. 36).

Ma visto che parliamo di televisione, regno di una sessualità ossessivamente reclamata, terminiamo questa breve esplorazione dell’attualità pasoliniana con un riferimento proprio a quest’ultima tematica: “Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Insomma, la falsa liberalizzazione del benessere, ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà. Primo risultato di una libertà sessuale regalata dal potere è una vera e propria generale nevrosi”, (op. cit., p. 99).