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Se menziono il termine “poesia”, cosa vi viene in mente? Direi che, se avete fatto le scuole superiori dedicando alle ore di letteratura almeno un quarto dell’attenzione che destinavate alle vostre compagne/i di classe, magari vi tornerà alla mente una qualche reminescenza come Solo et pensoso i piú deserti campi/ vo mesurando a tardi passi et lenti. Sicuramente – o almeno voglio sperare – rammenterete il noto incipit Sempre caro mi fu quest’ermo colle. Con un po’ di fortuna, non vi suonerà nemmeno del tutto estraneo Meriggiare pallido e assorto. Se poi avete frequentato l’università, voglio dire una di quelle dove non si studiano astruse formule magiche tipo C6H12O6, o γ3(t) =  b + t(a − b), β(b + t(a − b)), ma una qualunque facoltà umanistica, è probabile – ma non per questo sicuro – che vi attraversi il pensiero anche un La vita fugge, et non s’arresta una hora,/ et la morte vien dietro a gran giornate. È raro, ma accade di trovare qualcheduno che abbia consuetudine anche con le liriche meno gettonate del Petrarca. Se poi – dannati pazzi e idealisti che  non siete altro – vi è pure capitato di andare avanti con le letture poetiche, ben oltre l’ingresso nella mesta età della ragione, magari avrete anche sfogliato un libro della nota collana bianca Einaudi. I più motivati tra di voi – conosco un simile idiota –, si saranno avventurati anche nell’acquisto di qualche testo, che so, della LietoColle Edizioni, di La Vita Felice, Raffaelli Editore, Crocetti Edizioni, e dulcis in fundo della Giulio Ladolfi Editore – Dio lo benedica!

Anche in relazione al recentissimo dibattito apertosi, tra inserti culturali di noti quotidiani e riviste settimanali, sullo stato della poesia in Italia, è il caso di fare il punto su alcune nuove tendenze che probabilmente il lettore meno informato ignora. Esiste un orientamento in ambito poetico, poco noto perfino tra gli appassionati di poesia e che solo relativamente di recente è sbarcato in Italia, il Poetry Slam (nel 2013 nasce la  LIPS, Lega Italiana Poetry Slam). Arriva dall’America, come quasi tutte le tendenze che si sono succedute dal dopoguerra in poi. Lì nasce nel 1984, ad opera di  Marc Smith, operaio e poeta, il quale organizzò una serie di incontri di lettura in un jazz club di Chicago, il Get Me High Lounge.

Marc Smith

Marc Smith

Ammetto che onestamente il primo impatto col Poetry Slam può lasciare quanto meno spaesati, perfino se si è cultori della materia. Noi non siamo abituati ad associare la poesia a queste situazioni così “pubbliche”. Chi non lo conosce deve prima di tutto capire che i poeti di questo movimento salgono sul palco e si sfidano. Però attenti, non è così semplice come sembra. Chiunque abbia assistito a una serata di letture poetiche sa che di solito ci sono almeno due poeti e quindi, come in ogni situazione “sociale”, una misura di competizione sussiste per forza di cose. Nel caso del Poetry Slam, invece, la gara diventa il punto focale dell’incontrarsi. Esiste un Emcee (Master of Cerimony), come dicono in America, mutuando il termine dallo slang Hip Hop, ovvero una persona che dirige la competizione, e la giuria è composta da persone selezionate a caso tra il pubblico. Ascoltano e poi votano, quasi come in una di quelle gare di free style tra rapper. Non è esattamente l’idea di poesia che ci hanno trasmesso a scuola, direi! Per altro, cifra distintiva dello slam è il fatto che, rispetto alla poesia tradizionale, conta molto la performance, il modo in cui il poeta porta in scena la sua opera. In sostanza, non bisogna solo essere poeti, ma bisogna avere altresì una certa attitudine da attori. La poesia deve suonare in un certo modo quando la recitate. Chiaramente, non potrà essere una composizione stile Spesso il male di vivere ho incontrato. Niente di troppo ricercato, astruso, o comprensibile solo alla centesima lettura. Montale, con quelle sue liriche ermetiche e le sue scarse doti di lettore, anche per quanto riguarda la sua stessa opera, probabilmente non avrebbe fatto strada in uno slam.

La giustificazione che i teorici e poeti affiliati a questo movimento avanzano per motivare la necessità delle loro letture e incontri starebbe, per dirla con Marc Smith, nella volontà di attuare un Remarriage of the art of writing poetry with the art of performing it (un nuovo matrimonio dell’arte di scrivere poesia con l’arte di recitarla). Lello Voce, noto rappresentante dello slam in Italia, motiva il tutto lanciando addirittura l’accusa che

La poesia è stata mandata in esilio, in esilio dalla voce

In buona sostanza, è loro convinzione che la poesia non basti a se stessa se semplicemente stampata su carta e fruita dal lettore nel chiuso della sua stanza. Questa, per sua intima essenza e anche per quel che è stata la sua storia, almeno fino a un certo momento (ovvero essere cantata, o recitata, e spesso con un accompagnamento musicale), sarebbe un’arte strettamente connessa all’oralità. Ritengo personalmente che in linea del tutto teorica tali critici e poeti abbiano ragione. Del resto, esistono registrazioni di Ungaretti che legge le sue liriche e lo fa con ragguardevole efficacia – raro caso tra i poeti. Molti di noi, poi, conosceranno le mirabili letture di Vittorio Gassman che sono reperibili su disco oramai da decenni. Certo poi, gli slammer sono persuasi che non esista solo la lettura espressiva di un attore, come nell’ultimo caso citato, ma vi sia anche un’altra possibilità performativa. Loro, per esempio, chiamano anche il pubblico a partecipare, a ripetere una determinata parola in coro, insieme al poeta; oppure, la platea viene incitata a compiere un certo gesto, quasi come la hola che anima uno stadio durante un concerto. Tutta questa dimensione di interscambio servirebbe a creare un legame col pubblico, un’atmosfera collettiva, un senso di comunità. Per come la vedo io, a ogni modo, semplicemente un approccio alla poesia non esclude l’altro. Mi sembra ben chiaro che una poesia quale quella di Claudio Pozzani – che non so se sia ascrivibile al fenomeno, ma ha certamente un particolarissimo modo di performare le sue liriche – possa avere una sua ratio se portata in scena in quel modo, ovvero battendo un piede in terra come a scandire il ritmo, additando gli spettatori come per chiamarli in causa, oppure dandosi manate sul petto per determinare un certo effetto sonoro della voce. È altrettanto vero però che non posso pensare un componimento come Alla deriva di Vincenzo Cardarelli, straordinaria confessione di nevrosi e male di vivere, recitato in un locale pubblico, dove la gente nel mentre beve vino rosso e sgranocchia salatini.

C’è un tipo di verso che, per quanto possa essere ben letto, richiama per forza di cose a una fruizione intima e solitaria. Per altre forme è invece forse addirittura necessario fornire una declinazione teatrale, recitata, corale

Chiaramente, in quest’ultimo caso, un minimo di rinuncia alla complessità e alla meditazione poetica è inevitabile. L’immediatezza è d’obbligo se si vuole far presa su un vasto pubblico, magari di non specialisti. In questo senso credo si possa dire che tutto lo slam in sé è figlio di un nuovo modo di fare poesia che guarda verso l’altra riva dell’oceano, al nuovo mondo, e alla lezione di certi poeti che dagli anni settanta in poi hanno conosciuto un notevole successo, primo tra tutti Charles Bukowski. Si tratta di una poesia che abbassa notevolmente il suo tono, facendosi per così dire prosastica, ma con ritmo, per affrontare tematiche e situazioni quotidiane che per lungo tempo sono state assenti dall’orizzonte lirico.

Per entrare nel vivo della questione, si è deciso di intervistare tre protagonisti italiani dello slam: Paolo Agrati, Arsenio Bravuomo, e Alessandra Racca. Le loro biografie e bibliografie principali, stando a quanto scrivono sui loro blog, sono le seguenti:

Paolo Agrati è nato nel 1974, a maggio. Si occupa principalmente di “poesia, scrittura, musica e amenità”. Ha pubblicato le raccolte di poesia Amore & Psycho (Miraggi Edizioni 2014), Nessuno ripara la rotta (La Vita Felice 2012), Quando l’estate crepa (LietoColle 2010) e il libriccino Piccola Odissea (Pulcinoelefante 2012). E’ uno dei principali slammer Italiani e da sempre propone la sua poesia dal vivo, portandola coi Reading nei luoghi più svariati e inusuali. Nell’estate del 2014 partecipa al XXIV° Festival Internazionale della poesia di Medellin in Colombia come ospite italiano. Nel 2016 il Booktrailer di Amore & Psycho viene premiato con una menzione speciale al Cortinametraggio , il Festival di corti di Cortina. E’ narratore e cantante nella Spleen Orchestra, band di culto nel suo genere, che ha co-fondato nel 2009 e che ripropone le musiche e le atmosfere dei film di Tim Burton.

Paolo Agrati

Paolo Agrati

Arsenio Bravuomo gestisce un blog  dal 2001; “scrive le poesie e dell’altro e, ovunque gli sia data la possibilità, tiene dei reading. Partecipa ai poetry slam dal 2006. Ha pubblicato un libro di racconti intitolato Piccolo bastardo racconta (Seed 2008) e un libro di poesie intitolato Son sempre solo (Miraggi 2015).

Arsenio Bravuomo

Arsenio Bravuomo

Alessandra Racca, torinese conosciuta sul palco e sul web come la “Signora dei calzini”, scrive poesie in rete, in riviste e pubblicazioni varie. Ha pubblicato Nostra signora dei calzini (2008, Ed. Seed), Poesie antirughe (2011, Neo Edizioni), L’amore non si cura con la citrosodina (2013, Neo Edizioni). Consigli di volo per bipedi pesanti (2016, Neo Edizioni) è il suo ultimo libro. “Appassionata di poesia ad alta voce, fermamente decisa a dimostrare che la poesia non è una noia, è autrice di reading nei quali mescola poesia e teatralità a una dose massiccia di ironia e musica”. Dal 2008 porta i reading in viaggio per l’Italia, collaborando con musicisti e altri artisti, leggendo su spiagge, piazze, in locali, su piccoli e grandi palchi, al Sud, al Centro e al Nord, in biblioteche, teatri, festival, boschi, librerie. È inoltre slammer, organizzatrice e presentatrice di poetry slam (Poeti in Lizza, Storie in Lizza, Voci della città,  Atti impuri poetry slam). Fa parte del direttivo della Lega Italiana Poetry Slam. Tiene corsi di scrittura creativa utilizzando il linguaggio poetico e la voglia di giocare con le parole”.

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Alessandra Racca

Cosa distingue te che fai Poetry Slam da un qualunque poeta, per dir così, “canonico”?

Paolo Agrati: Non molto a mio avviso. Io faccio poetry slam perché mi sembra un modo efficace per riportare la poesia in ambiti più popolari, un modo per sperimentare linguaggi accessibili a tutti e per dare voce e corpo al testo, attraverso i reading. Sono scelte che appartengono alla mia ricerca poetica.

Arsenio Bravuomo: Non saprei. La voglia di dire le poesie ad alta voce, nei locali, la notte, incontrando molti amici. Boh!

Alessandra Racca: Io faccio tante cose e il poetry slam è solo una di queste. Non identifico con esso la totalità della mia attività, né penso i miei testi come i “testi per il poetry slam”. Io semplicemente compongo poesie adatte all’ascolto e a essere eseguite in una situazione ludica che ha peculiari caratteristiche di tempo, spazio, e fruizione. Un conto è se leggi un testo, un conto è se lo ascolti, magari per la prima volta. All’ascolto ti sfuggono certi meccanismi, finezze, caratteristiche che si notano leggendo, mentre invece sarai più sensibile ad altro. Un lavoro destinato al poetry slam deve secondo me tener conto di ciò. Faccio poi un lavoro specifico in merito all’esecuzione della poesia: non mi limito a leggerla, ma cerco quale sia il modo migliore di “agirla” perché arrivi meglio e nel modo in cui io vorrei a chi ascolta. Non è necessario fare un granché, ma l’intenzione deve essere chiara e l’esecuzione deve tenere conto di quanto ho appena precisato. Quindi io non credo esistano poeti da poetry slam e poeti canonici, ma credo ci siano strategie comunicative e linguaggi artistici differenti. Ovviamente, ognuno sceglie ciò che gli è più affine.

Si è spesso cercato di definire la poesia, ma con scarso successo. Come definiresti la poesia del Poetry Slam?

Paolo Agrati: Penso non sia possibile definire la poesia e mi interessano anche poco i discorsi di quelli che tentano di farlo; altrettanto vale per il Poetry Slam. Si possono tracciare solo delle linee generali e generiche. Per esempio, per fare poetry slam è necessaria la voce; il testo può anche non essere scritto ma deve per forza essere recitato. Ed è necessario rivolgersi a uno o più ascoltatori perché quel tipo di poesia vive principalmente in un atto che io amo chiamare corale.

Arsenio Bravuomo: Poesia orale. Poesia pop. Come erano pop le canzonette dei Beatles.

Alessandra Racca: Come già ti ho detto, la poesia del Poetry Slam deve tenere conto delle caratteristiche dell’esecuzione: la presenza del pubblico, il limite dei tre minuti, il contesto allo stesso tempo ludico e di gara, il fatto che il testo sarà ascoltato prima e dopo altri, l’assenza dello scritto per chi ascolta e i limiti della sua attenzione. Poesia per la performance mi sembra una definizione che tenga conto di tutti questi aspetti.

La poesia è solitamente intesa come un’attività che richiede una fruizione intimista. Come fate voi dal Poetry Slam a portare la vostra arte in giro per strade e luoghi di incontro solitamente non associati alla lirica (pub, locali notturni, piazze)?

Paolo Agrati: Credo di aver in parte risposto prima. L’intimismo non è una condizione  necessaria per la poesia. Come non lo è la tristezza, o la complessità. L’errore in questo tipo di visione è quello di intendere queste e altre caratteristiche come appartenenti a una presunta classicità alla quale dobbiamo per forza fare riferimento, quando parliamo di poesia. La poesia è fortunatamente libera, a differenza nostra, e fa un po’ quello che le pare. Ride, insulta, piange, esce dagli schemi e ci rientra quando vuole.

Arsenio Bravuomo: Perché non è vera la premessa. La poesia nasce popolare e noi si cerca di portarla in mezzo alla gente, togliendo quel velo di sacralità che l’ha relegata a masturbazione intellettuale di nicchia.

Alessandra Racca: Come hanno sempre fatto tutti i poeti e attori che si sono messi davanti a un pubblico dall’inizio della storia dell’uomo fino a oggi, mettendosi in comunicazione e in ascolto, cercando di creare il contatto, lavorando sull’efficacia del testo.

 Esiste un poeta straniero che faccia Poetry Slam e che ammiri particolarmente?

Paolo Agrati: Ho visto molti slammer stranieri, ma non c’è nessuno che mi abbia colpito particolarmente.

Arsenio Bravuomo: Esistono molti stranieri, ma io non li conosco. A parte Dani Orviz, spagnolo di Barcellona credo. Bravissimo. Ma non ho molti termini di paragone.

Alessandra Racca: Ho avuto il piacere di incontrare Hollie McNish e mi piacciono molto i suoi testi. Anche la sua attività comunque non potrebbe essere circoscritta al Poetry Slam. Trovo molto interessante anche il lavoro di Dani Orviz. Ma ho girato troppo poco per gli altri slam europei per dirti di più.

Siete in molti a fare Poetry Slam in Italia?

 Paolo Agrati: La poesia è di tutti e per tutti. La comunità è piacevolmente in forte crescita.

Arsenio Bravuomo: Sì. Da quando è nata la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam) siamo pure aumentati. C’è il campionato nazionale a cui partecipano diverse centinaia di poeti da tutta Italia.

Alessandra Racca: È una pratica che si sta diffondendo, ma no, non siamo in moltissimi. Parliamo di una nicchia che si sta popolando.

Vi sono rivalità anche all’interno del vostro particolare settore?

Paolo Agrati: Esiste una rivalità che definirei sana. Niente contrasti, niente odio. Conosco tutti i migliori slammer in circolazione; a ognuno piace vincere, ma ciascuno accetta le regole del gioco e fa il tifo per la performance e il poeta migliore. La performance può fare la differenza a fronte di un testo di pari valore, oppure la differenza può farla il pubblico. Questo grazie al fatto che  il movimento ha avuto da subito le idee chiare su come impostare le gare, sul valore da dare alla diffusione della poesia piuttosto che alla competizione. Poi l’esistenza di qualche coglione è inevitabile.

Arsenio Bravuomo: Mah, credo di sì, come in tutti gli ambienti. Ma devo dire che prevale il rispetto e la voglia di stare insieme.

Alessandra Racca: Ma sì, certo, come ovunque. Però c’è al contempo molta capacità di fare rete e questo mi piace.

Quando hai capito di essere un poeta?

 Paolo Agrati: È una domanda alla quale non so rispondere.

Arsenio Bravuomo: Mai.

Alessandra Racca: Non ho mai capito di essere una poeta. Ho sempre saputo che volevo scrivere e ho sempre cercato di farlo al meglio delle mie possibilità, facendo di tutto in ogni caso di imparare. Una fase importante però, sicuramente, è stato capire che quello che scrivevo interessava anche agli altri e non solo alle persone a me più prossime. Questo ha fatto e fa una grossa differenza, dandomi un senso di realtà e uno sprone, oltre che fiducia nella mia ricerca.

 Quanto tempo impieghi per scrivere una poesia?

 Paolo Agrati: Le poesie hanno il loro tempo di maturazione. Lavoro molto sul testo, anche se a volte a una prima lettura non sembra. Ci sono però anche testi ispirati, che nascono e hanno bisogno solo che qualche virgola o congiunzione vada al proprio posto.

Arsenio Bravuomo: In genere un quarto d’ora.

Alessandra Racca: Dipende. Da pochi minuti, a giorni, addirittura mesi. Il tempo varia in ragione del testo.

 Quanto conta la presentazione, il modo in cui porgi il tuo testo, nella fruizione che ne ha il lettore? In due parole, il tuo testo può essere semplicemente letto, oppure necessità di essere recitato?

 Paolo Agrati: Punto a scrivere testi che funzionino anche sulla pagina ma, ripeto, questo fa parte della mia personale ricerca. Conosco poeti che non lo fanno e hanno testi potentissimi che crollano inevitabilmente quando sono scritti. Non li ritengo lavori di minor pregio, solo profondamente legati alla forza della voce e del corpo; forza che la pagina non ha.  

Arsenio Bravuomo: Ci sono pezzi che possono essere recitati, altri che devono essere recitati. Ci sono pezzi che non possono essere recitati. Nel mio libro Son sempre solo si trovano quasi solo poesie che possono essere lette dal vivo. Nell’altro libro Sia ringraziata la notte, invece, si tratta di scritti che non possono essere letti ad alta voce.

Alessandra Racca: Cerco di lavorare su entrambi i fronti. Vorrei che le cose che pubblico offrissero interesse per una lettura solitaria, ma lavoro moltissimo anche su ritmo e suono, pensando alla poesia “detta”. Poi faccio un lavoro ulteriore sulla lettura, ma dopo. Prima, scrivo.

 Esiste una bibliografia sul Poetry Slam?

 Paolo Agrati: Guida liquida al poetry slam di Dome Bulfaro è il testo più recente. Punta a raccogliere le esperienze, gli slammer, e fare un po’ il punto del panorama italiano dall’inizio fino ad oggi. Abbastanza esaustivo, direi.

Arsenio Bravuomo: Credo proprio di sì. Ti ho citato il libro di Dome. Per gli altri titoli, ti rimando alla mia cara amica Alessandra Racca.

Alessandra Racca: Concordo con Arsenio e Paolo, Guida liquida al poetry slam.